uso del VOLENTIERI triestino


volentieri, comunicazione non verbaleSull’uso ambiguo del termine “volentieri” nel dialetto triestino, dove a volte significa “certo! sì!” e altre volte “mi dispiace! no!”.

Da ragazzina, nel periodo ribelle, trovavo la società degli adulti insopportabilmente ipocrita e sognavo di lasciare tutto e tutti per andarmene in Africa, che mi raffiguravo come la terra misteriosa del hic sunt leones. Ero anche riuscita a procurarmi un libriccino di swahili per turisti per imparare la lingua. Qualcosa ancora ricordo; si salutava con “Jambo, jambo sana! Habari?“, letteralmente “salve, come stai?” più esattamente, una forma fissa del tipo “How do you do?” che non è un chiedere come sta di salute o di umore l’altro, ma un saluto pro forma, al quale l’altro risponde ripetendo uguale “How d’you do?“. Così in swahili si rispondeva con Mzuri, “bene”, tradotto letteralmente. In realtà il libretto avvertiva di rispondere sempre Mzuri, sia che si stesse bene sia che si stesse male, per attenersi ai convenevoli, scriveva. Ricordo che pensai “ma si risponderà con una faccia di bronzo per non far trasparire nulla o sarà come il volentieri triestino?

In italiano come (a volte) nel dialetto triestino, volentieri, significa di buon grado, con piacere. In italiano però il suo uso è sempre e solo affermativo, positivo, quasi un rafforzativo del sì; in triestino invece si usa il volentieri affermativo (intendendo “sì, con piacere”) e il volentieri avversativo come diniego (intendendo “mi dispiace, no”), cosicché la parte vocale di quel termine è solo la punta dell’iceberg, e non è sufficiente a chiarire. Al volentieri avversativo può far seguito la motivazione in modo da non lasciar dubbi sul fatto che quello era un volentieri da no. Così si avranno frasi come “volentieri, le maie de quel color quest’anno no le va de moda, cussì no le tegnimo (“volentieri,  le maglie di quel colore quest’anno non sono di moda, quindi non le abbiamo in negozio“), “volentieri,  go de far, cioleremo un capo in B un’altra volta”  (“volentieri, ho del lavoro arretrato, ci andremo a prendere un capo in B un’altra volta – tipico modo triestino di ordinare il caffè in bicchiere qui spiegato –  “, “volentieri, le gavemo finide“, “volentieri, ma abbiamo terminate“, eccetera eccetera. A volte però la risposta si ferma a volentieri; e sarà un volentieri sì o un volentieri no?

Per distinguere il volentieri (sì) dal volentieri (no) e non fraintendere bisogna fare attenzione alla comunicazione non verbale dell’interlocutore triestino. Con un po’ di pratica si impara subito. Il problema sorge nella comunicazione fra turista ignaro dell’uso autoctono del termine e triestino.

Un esempio a caso: due turisti con una guida di Trieste in mano fermano un autoctono. “Scusi, sarebbe così gentile da indicarci un locale dove si possa mangiare del buon pesce? La guida ne parla in modo approssimativo e non ci sappiamo orientare“. Dopo averlo guardato un istante negli occhi però abbassano lo sguardo sul libriccino, che continuano a sfogliare come per dire “Vede che stiamo ancora cercando? Abbiamo guardato attentamente nella guida se ce ne fosse indicato qualcuno, la stiamo ancora sfogliando sperando di trovarlo, ma non c’è proprio nessuna indicazione, quindi, mi scusi ma dovevamo proprio chiedere a qualcuno“. Volentieri!” risponde il triestino, gira i tacchi e se ne va.

turisti a Trieste (fonte ilpiccolo.geocal.it)
turisti a Trieste (fonte ilpiccolo.geocal.it)

I turisti italiani ignari dell’uso di volentieri anche per un diniego, restano perplessi. Probabilmente – pensano –  è talmente gentile che ha deciso di accompagnarci fino al locale, per farci arrivare prima e senza bisogno di chiedere ad altri passanti ulteriori indicazioni stradali. Così si mettono a seguirlo. Finché, inaspettatamente il triestino fa una corsettina per qualche metro, giusto per riuscire a prendere l’autobus al volo prima che chiuda le porte e riparta e… ciao! I due turisti rimangono là, come dei baccalà, sorpresi, delusi, disorientati, costernati. “Ma… ma… se aveva detto volentieri!?“.

Poor tourists! Hanno considerato solo quanto detto a voce, tanto da non prestare attenzione a come il loro interlocutore triestino interpretava con la mimica il suo “volentieri”.

Infatti se invece di continuare a sfogliare la guida alla ricerca di indicazioni per i ristoranti di pesce, avessero prestato attenzione visiva all’autoctono avrebbero notato i suoi occhi assumere uno sguardo dispiaciuto, quel lieve accenno di no con la testa, il sollevare delle spalle allargando contemporaneamente la braccia come per dire “mi dispiace, ma a me il pesce non piace quindi di ristoranti simili non ne conosco” e avrebbero compreso.

mimoIl volentieri triestino si rispecchia nella mimica con tutta una serie di segnali coscienti e intenzionali ma comunque spontanei, poiché ogni pensiero implica un’emozione che a sua volta trasforma l’espressione. Se, il 65% di tutta la comunicazione umana viene trasmessa non verbalmente, nel caso del “volentieri”, la comunicazione non verbale, quella silente prende del tutto il sopravvento. Così se è ‘volentieri sì‘, l’espressione emozionale del volto, la curvatura della bocca a sorriso, lo sguardo, la postura delle spalle lo indicheranno, “oh quanto son felice di poterle dire di sì!“; idem per la tensione del volto, il dispiacere negli occhi, i movimenti come allargare le braccia e tanti altri segnali che definiranno il ‘volentieri no‘, “accidenti, mi dispiace, ma devo proprio dirle di no“. Insomma, lo affermava anche Aristotele: quando l’anima muta anche il volto e il corpo cambiano aspetto. Fosse stato triestino invece che di Stagira e vivente in questo secolo, avrebbe inserito nella sua  Fisiognomica, il nostro volentieri come illustre e particolare esempio.

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