Guy de Maupassant – Un Pazzo?

Pierre-Auguste Renoir - ragazza che legge (1874-76)
Guy de Maupassant
Henri-René-Albert-Guy de Maupassant (Tourville-sur-Arques, 5 agosto 1850 – Parigi, 6 luglio 1893)

Guy de Maupassantun pazzo? (Un fou? racconto del 1884)

Quando mi dissero:
Sapete che Jacques Parent è morto pazzo in una casa di salute?” sentii nelle ossa un brivido di paura e d’angoscia: e lo rividi improvvisamente, quel giovanottone strano, pazzo già da molto tempo, forse , maniaco che turbava, che incuteva addirittura timore.
Era un uomo di quarant’anni, alto, magro, un po’ curvo, con occhi da allucinato, occhi neri, così neri che non se ne distingueva la pupilla, occhi mobili, vaganti, malati, stregati: un essere singolare, inquietante, che suscitava, che diffondeva intorno a sé un disagio, un indefinito disagio dell’anima e del corpo, una di quelle depressioni incomprensibili che fanno credere a influenze soprannaturali.
Aveva un tic fastidioso: l’avversione a mostrare le mani. Non le lasciava quasi mai indugiare, come facciamo noi tutti, sugli oggetti, su un tavolo. Non toccava mai le cose esposte qua e là col gesto che è familiare a quasi tutti gli uomini. Non le lasciava mai nude, quelle sue lunghe mani ossute, fini, un po’ febbrili.
Le sprofondava nelle tasche o sotto le ascelle incrociando le braccia. Si sarebbe detto avesse paura che, suo malgrado, facessero un gesto proibito, compissero un’azione vergognosa o ridicola, qualora le avesse lasciate libere o arbitre dei loro movimenti.
Quand’era obbligato a servirsene per gli usi ordinari della vita, lo faceva con scatti veloci, con rapide mosse del braccio quai non avesse voluto lasciar loro il tempo di agire da sole, di rifiutarsi alla sua volontà, di eseguire altra cosa. A tavola afferrava il bicchiere, la forchetta o il coltello così vivamente che non si aveva mai il tempo di prevedere ciò che volesse fare prima che già fosse fatto.

Orbene, una sera ebbi la spiegazione della sorprendente malattia del suo spirito.
Egli veniva di quando in quando a passare qualche giorno in campagna da me, e quella sera mi pareva particolarmente agitato.
Dopo una giornata di calore atroce, nel cielo oscuro e soffocante si preparava un temporale. Non un soffio d’aria muoveva le foglie. Un caldo vapore da forno passava sul viso, rendeva ansimante il respiro. Mi sentivo a disagio, inquieto, e decisi d’andare a letto.
Vedendo che mi alzavo per uscire, Jacques Parent mi prese il braccio con un gesto di sgomento.
“Oh no, rimani ancora un poco” mi disse.
Lo guardai, sorpreso, mormorando:
“Questo temporale mi dà ai nervi.”
Gemette, o piuttosto gridò:
“E a me? Oh, trattieniti, prego, non vorrei rimaner solo.”
Aveva un aspetto sconvolto.
Dissi:
“Che cos’hai? stai perdendo la testa?”
“Sì, in certi momenti, in sere come questa, nelle sere di elettricità… ho… ho… ho paura… paura di me… non capisci? Vedi io sono dotato d’un potere… no… d’una potenza… no… d’una forza… Insomma, non so dire che cosa sia, ma c’è nella mia persona un’azione magnetica così straordinaria che ho paura, sì, ho paura di me, come dicevo poc’anzi!”
Nascondeva sotto le falde della giacca le mani vibranti, scosso da grandi brividi. E io stesso sentii improvvisamente che tremavo tutto d’un timore confuso, potente, terribile. Avevo voglia di andarmene, di fuggire, di non vederlo più, di non vedere più il suo occhio errante passare su di me e poi sfuggire, vagare intorno al soffitto, cercare qualche angolo oscuro della stanza per fissarvisi, quasi avesse voluto nascondere anche il suo temibile sguardo.
Balbettai:
“Non me lo avevi mai detto!”
Riprese:
“Ma l’ho forse detto a qualcuno? Ebbene, ascolta, questa sera non posso tacere, e preferisco che tu sappia tutto: d’altronde, potrai forse aiutarmi.

Statue of Abbé Faria hypnotising a woman next to the Old Secretariat in Panjim, Goa
Statue of Abbé Faria hypnotising a woman next to the Old Secretariat in Panjim, Goa

Il magnetismo! Sai che cosa sia? Nessuno lo sa. Eppure è ammesso, è dimostrato, e i medici stessi lo praticano: uno dei più illustri, Charcot, ne è fautore; dunque, senza alcun dubbio, esso esiste. Un uomo, un essere, ha lo spaventoso e incomprensibile potere d’addormentare con la forza della propria volontà un altro essere, e mentre questi dorme, di sottrargli il pensiero come si ruberebbe un portafogli. Gli ruba il pensiero, vale a dire l’anima, l’anima, questo santuario, questo segreto dell’Io, l’anima, questo recesso dell’uomo ch’era ritenuto impenetrabile! L’anima, questo asilo dei pensieri inconfessabili, di tutto ciò che si nasconde, di tutto ciò che si ama, di tutto ciò che non si vuol cedere alla comune degli uomini, egli la schiude, la viola, la mette a nudo, la getta al pubblico. Non è atroce, delittuoso, infame?
Perché e come avviene tutto ciò? Chi lo sa? Ma che cosa si sa?
Tutto è mistero. Noi comunichiamo con le cose solo mediante i nostri poveri sensi incompleti, malati, così deboli che appena hanno il potere di constatare ciò che ci attornia. Tutto è mistero. Pensa alla musica; che cos’è quest’arte divina, quest’arte che turba l’anima, la travolge, l’inebria, la dissenna? che cos’è? Nulla.
Non mi capisci? Ascolta. Due corpi si urtano: l’aria vibra. Queste vibrazioni sono più o meno forti, secondo la natura dell’urto. Ebbene, noi abbiamo nell’orecchio una membrana che riceve queste vibrazioni dell’aria e le trasmette al cervello sotto forma di suoni. Immagina che un bicchier d’acqua si muti in vino nella tua bocca. Il timpano compie questa incredibile metamorfosi, questo sorprendente miracolo di trasformare il movimento in suono. Ecco qui!
La musica, quest’arte complessa e misteriosa, precisa come l’algebra e vaga come il sogno, quest’arte fatta di matematica e di aria, deriva dunque soltanto dalla strana proprietà d’una membrana. Se questa membrana non esistesse, nemmeno il suono esisterebbe, dato ch’esso è soltanto vibrazione. Senza l’orecchio, s’indovinerebbe la musica? No. Ebbene, noi siamo circondati da cose che non potremmo mai supporre perché ci mancano gli organi atti a rivelarcele.
Il magnetismo è forse una d’esse: non possiamo che presentirne la potenza, che tentare tremando questa vicinanza degli spiriti, che coltivare questo nuovo segreto della natura, perché non abbiamo in noi lo strumento rivelatore.
mesmerism-actionPer quello che mi riguarda… Per quello che mi riguarda, io sono dotato d’una potenza spaventosa. Si direbbe che in me ci sia un altro essere che vuole incessantemente evadere, agire mio malgrado, che si agita, mi logora, mi spossa. Chi è? Io non so, ma siamo due nel mio povero corpo, e lui, l’altro, è spesso il più forte, come stasera. Non ho che guardare un individuo per assopirlo come se gli propinassi dell’oppio. Non ho che a stendere le mani per produrre certe cose… certe cose… terribili. Se tu sapessi!… Già, se tu sapessi! Il mio potere non si estende soltanto agli uomini ma agli animali e persino…. agli oggetti… E’ una cosa che mi tortura e mi spaventa. Spesso sono stato tentato di cavarmi gli occhi e di tagliarmi i polsi.
Ma ti farò… voglio che tu sappia tutto. Sta’ a vedere… Ti darò una dimostrazione… non già su creature umane, come si fa di solito, ma su… su… una bestia.
Chiama Mirza.”
Camminava a lunghi passi, con un aspetto di allucinato, e liberò le mani che teneva nascoste in petto: mi sembrarono spaventose, come se avesse messo a nudo due spade.
Gli obbedii macchinalmente, soggiogato, vibrando di terrore e come divorato da un desiderio impetuoso di vedere. Apersi la porta e fischiai alla cagna che dormiva nell’ingresso. Subito udii il rumore precipitato delle sue unghie sui gradini della scala, ed essa apparve scodinzolando, contenta.
Le feci cenno di sdraiarsi su una poltrona: essa vi saltò, e Jacques cominciò a carezzarla guardandola.
A tutta prima essa sembrò inquieta; rabbrividiva, voltava la testa per evitare l’occhio fisso dell’uomo, pareva agitata da un timore nascente. Improvvisamente cominciò a tremare, come appunto tremano i cani. Tutto il suo corpo palpitava, scosso da lunghi fremiti, ed essa accennò a fuggire. Ma Jacques le pose la mano sul cranio, e sotto quel tocco essa emise uno di quei lunghi ululati che si odono, di notte, in campagna.
Io stesso mi sentivo intorpidito, stordito come lo si è in barca. Vedevo i mobili piegarsi, muoversi i muri. Balbettai:
“Basta, Jacques, basta.”
Ma egli non mi dava più retta: guardava Mirza con una fissità incessante, spaventosa: essa chiudeva gli occhi e lasciava cadere la testa come si fa addormentandosi. Jacques si volse a me.
“E’ fatto” disse. “Ora sta’ a vedere.”
E gettando il fazzoletto all’altra estremità della stanza gridò:
“Porta qui!”
Allora la bestia si sollevò e vacillando come se fosse stata cieca, muovendo le zampe come i paralitici muovono le gambe, se ne andò verso il pannolino che formava una macchia bianca contro il muro. Tentò più volte di prenderlo tra le fauci, ma mordeva di fianco quasi non lo vedesse. Lo colse infine, e tornò con la stessa andatura dondolante di cane sonnambulo.
Era una cosa terrorizzante a vedersi. Jacques comandò:
“Cuccia!”
ipnotisti-mente-91La cagna si accucciò. Allora, toccandole la fronte, egli disse:
“La lepre! Dagli! dagli!”
E la bestia, sempre di sghimbescio, cercò di correre, si agitò come i cani fanno sognando, e senza aprire le fauci diede in piccoli latrati di ventriloquo.
Jacques sembrava impazzito. La sua fronte era bagnata di sudore. Gridò:
“Dagli, dagli al tuo padrone!”
Mirza ebbe due o tre sussulti terribili. Si sarebbe giurato che resisteva, che lottava. Egli ripeté:
“Dagli!”
Allora, alzandosi, la cagna venne nella mia direzione, e io arretrai verso il muro, fremendo di spavento, e alzai il piede, pronto a colpirla.
Ma Jacques ordinò:
“”Qui subito.”
Mirza tornò verso di lui. Allora, con le sue grandi mani egli si mise a stropicciarle la testa come a liberarla da invisibili legami.
Mirza riaperse gli occhi.
“Basta” disse Jacques.
Non ardivo toccare la cagna, e apersi la porta perché se ne andasse. Essa uscii lentamente, tremando, spossata, e io udii di nuovo le sue unghie colpire i gradini.
Ma Jacques mi s’avvicinò:
“Non è tutto” disse. “Vedi quello che più mi spaventa: gli oggetti mi obbediscono.”
C’era sul tavolo una sorta di coltello-pugnale del quale mi servivo per tagliare le pagine dei libri. Jacques allungò verso di esso la mano, che sembrava strisciare avanzando lentamente: e d’improvviso vidi – sì, vidi! – il coltello trasalire, poi muoversi, poi scivolare adagio adagio, da solo, verso la mano che lo aspettava, e andare a porsi sotto le dita.
Mi misi a gridare dal terrore. Mi pareva che anch’io impazzissi: ma il suono acuto della voce di Jacques mi calmò istantaneamente.
Egli diceva:
“Tutti gli oggetti vengono così verso di me. E’ per questo che nascondo le mani. Che cosa significa? E’ magnetismo, elettricità, calamità? Non so: ma è orribile. E capisci perché è orribile? quando sono solo, non appena sono solo, non posso impedirmi di attirare tutto ciò che mi sta intorno. Passo intere giornate a mutar posto alle cose, senza mai stancarmi di esercitare questo potere abominevole, quasi per assicurami che esso non mi abbandona.
Aveva sprofondato le grandi mani nelle tasche e guardava fuori nel’oscurità. Un leggero rumore, un fremito lieve sembrava passare sugli alberi. Era la pioggia che cominciava a cadere.
Mormorai:
“E’ spaventoso.”
Egli annuì:
“E’ terribile.”
Un fragore si produsse nel fogliame, come una ventata. Era l’acquazzone, la pioggia fitta, torrenziale.
Jacques cominciò a respirare con grandi aspirazioni che gli sollevavano il petto.
“Lasciami” disse. “La pioggia mi calmerà. Ora desidero rimaner solo.”

(Un fou? 1884)

Pierre-Auguste Renoir - ragazza che legge (1874-76)
Pierre-Auguste Renoir – ragazza che legge (1874-76)

Henri-René-Albert-Guy de Maupassant (Tourville-sur-Arques, 5 agosto 1850 – Parigi, 6 luglio 1893)
Nei suoi racconti, come numerosi scrittori della fine dell’Ottocento, presta attenzione al misterioso, invisibile, inspiegabile, paranormale, sovrannaturale. I suoi interessi infatti sono lo spiritismo (studia Allan Kardec), la teosofia, l’ipnotismo, il magnetismo (legge i lavori di Mesmer), la telepatia, segue Charchot di cui fu allievo e l’ipnosi nella famosa scuola di neuro psichiatria della Salpêtrière a Parigi.
Per Maupassant  la follia non è l’antitesi ad una sanità psichica o morale, i pazzi colgono cose precluse all’uomo ragionevole, e quest’idea la propone in molti dei suoi lavori.

L’edizione di suoi racconti da cui ho tratto questo è ormai fuori edizione, ma

QUI tutte le opere di Guy de Maupassant 

grazie per la lettura, Bloody Ivy

 

 

7 Commenti

  1. Grazie per questo racconto di Maupassant. Un crescendo molto coinvolgente. Ciao Bloody torno presto perchè manco da troppo.un abbraccio. Isabella

  2. È un signor narratore, non si può resistere alla sua affabulazione! Lo leggo sempre con grande piacere, questa novella poi non lala ricordavo o forse non l’ho mai letta
    Ciao Ivy, grazie

    • maupassant è tanto particolare che emerge sugli altri.
      Prima di pubblicare questo racconto ho cercato on line che non fosse già presente perché blog e siti pullulano dei suoi racconti più famosi, giustamente.
      ciao marina, grazie a te del passaggio 🙂

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