Il Traghettatore – William Peter Blatty

Dopo aver letto una lunghissima sfilza di commenti negativi su “Il traghettatore” di William Peter Blatty (l’autore de l’esorcista) ho voluto comprare il libro e verificare di persona.
(Nota Bene: questo articolo non è uno spoiler)
Copio e incollo qualche commentaccio fra i più classici.
Molto molto corto, la storia si evolve solo da un certo punto in poi. Tre stelline date solo perché non mi aspettavo questo finale.”
Non è male ma è troppo breve, poco approfondito..inizia e finisce velocemente senza nemmeno darti il tempo di goderti la suspance
…ma solo 200 pagine?? vabbè andiamo avanti. comincio a leggere, bello, tutto sembra scorrere bene e con piacevolezza, ma sono già a 3/4 del libro senza rendermene conto, e la storia sembra appena cominciata.. Per concludere, ci troviamo di fronte a un finale davvero molto originale, ma allo stesso tempo sembrerebbe quasi buttato giù senza pensarci, come se Blatty stesse di fretta, infatti accadono TROPPI fatti in pochissime pagine.
E’ breve, nel mio reader erano neanche 200 pagine ma la prima metà mi ha fatto patire come non mai.”
“..Il libro è molto corto, davvero troppo leggero, la trama avrebbe potuto essere resa molto meglio e non è troppo originale
Un libro non si giudica dalla copertina e anche i commenti dei lettori lasciati sulle pagine online, quelle da dove si può provvedere all’acquisto, andrebbero glissati.
Per esempio… come fai la lamentarti delle 200 pagine quando prima di acquistarlo sei quasi costretto a leggere a chiare lettere: “Il traghettatore – William Peter Blatty – Traduttore: C. Peddis – Editore: Fazi – Anno edizione: 2012 – Pagine: 201 p. Rilegato –“, eh???
Lo si sa da prima di averlo tra le mani quante pagine avrà il libro! E se 201 son troppo poche perché non cercare da subito un Dostoevskij, un Tolkien, un Littell, una Sacra Bibbia?
Il traghettatore è un libro con una (bella) storia ma non è un romanzo e neanche vuole esserlo.
Il libro è stato scritto e pubblicato negli Stati Uniti nel 2009, cioè quando William Peter Blatty (New York, 7 gennaio 1928 – Bethesda, Maryland 12 gennaio 2017) aveva già 81 anni, e suppongo, preferisse cimentarsi in un genere diverso e più breve perché… beh da vecchi ogni giorno è un grande regalo da non dare per scontato, anche se non è stato l’ultimo dei suoi libri.
Nella pagina di presentazione su goodreads di Elsewhere (il titolo originale) si dice:
An incredible haunted house novel from William Peter Blatty, the legendary author of The Exorcist! Disturbing, unsettling, chilling, and laced with a nasty streak of dark humor, Elsewhere is a must-have for all fans of dark fiction! Sure to become a time-honored classic in the genre.
 Novel è un genere letterario a parte che non corrisponde al romanzo, romance, né alla novella tipicamente italiana che viene tradotta con short story.
Prendo le prime righe della lunghissima definizione dal Webster’s Dictionary:
“Novel is a piece of fiction, an invented prose narrative of considerable length and a certain complexity that deals imaginatively with human exprerience thruough a connected sequence of events involving a grou of persons in a specific setting. 
The device that permits the novel to develop is called ‘plot or story’ and the imaginary persons interacting in a novel are called ‘characters’.
Another important feature is the ‘point of view’ which is defined by Percy Lubbock in The Craft of Fiction as the relation in which the narrator stands to the story. (…)”
Per riassumere all’osso novel è un romanzo breve, dove breve non è un optional ma una caratteristica del genere. Non è breve? Non è novel! Criticare un romanzo breve, cioè novel, per le sue 201 pagine è come lamentarsi perché un sonetto shakespeariano è troppo poetico.

Certo essendo più corto, si punta alla trama piuttosto che nell’approfondire la psicologia dei personaggi con spiegazioni del narratore onnisciente; bisogna capire i caratteri delle persone per quanto l’autore mostra senza dire.

Questo l’incipit:
La cornetta di un telefono rosa pallido incastrata sotto il mento, Joan Freeboard, nervosa, era in piedi davanti alla sua scrivania. Con una mano faceva frusciare le pagine dei suoi appunti, impaziente e accigliata, quasi stesse cercando il foglio che le avrebbe rivelato perché era venuta l mondo. Il led della seconda linea iniziò a lampeggiare. Lo guardò.
“Va bene, ho capito, hai già detto che verrai”, disse in tono brusco e scontroso; nella sua voce si potevano sentire le note del suonatore d’organetto che passeggia attorno all’edificio, lo schioccare del bucato steso sul tetto ad asciugare.  “Allora che c’è? Hai bisogno di promemoria continui, Terry”, insistette, “Ti ricordi il giorno e l’ora?”.
Rimase in ascolto, le labbra increspate, poi gettò il foglietto sul tavolo. “Lo sapevo. Segnatelo: venerdì sera alle sei in punto. E ricordati, non portare quei maledetti cani!”
Già da queste righe Joan Freeboard, la protagonista principale, appare come una donna ambiziosa, determinata, nervosa, pronta all’arrembaggio verso qualcosa e come la descrive Blatty qualche pagina più avanti, con atteggiamento da “farcela o morire”.
La trama non è sempliciotta e banale come all’inizio sembrerebbe esserlo.
Una casa, denominata Elsewhere, su un’isoletta al largo della costa newyorkese, costruita nel 1937 da un medico che, si dice, uccise lì la moglie, togliendosi la vita subito dopo. Questo e altri fatti e racconti che seguirono, inventati o meno, le danno la spaventosa fama di casa infestata da fantasmi. Ora, Joan Freeboard, agente immobiliare a Manhatan deve cercare di venderla in cambio di una provvigione davvero molto alta.
Per smontare queste credenze superstizione Freeboard decide di riunire un gruppo di persone per trascorrere qualche giorno a Elsewhere con loro, e per dimostrare che non c’è nulla di strano: l’amico scrittore omosessuale Terence (Terry) Dare che potrebbe scriverle un articolo sarcastico sui fantasmi a cui ovviamente non crede, Anna Trawley, una famosa medium, tranquilla ma attenta a ciò che ha attorno, Gabriel Case della New York University, autorità massima nel paranormale, gentile, riservato e con un sorriso smagliante “come un arcangelo del cazzo” a dirla come Joan Freeboard.
Prima della partenza Joan Freeboard vive strane premonizioni e fa sogni particolari che durante la giornata le tornano in mente ma sono a spezzoni; c’è sempre un angelo, splendente ma come senza volto, di cui non  ricorda il nome e che, inspiegabilmente, sembra vegliare su di lei.
Percorse a lunghi passi il portico a vetrate della Trump Tower e si infilò nella Quinta Strada e nel suo trambusto, nel frastuono del traffico congestionato di una scura giornata di maggio. Dal marciapiede fece un cenno, fermò un taxi e vi salì.
– Dove?
Freeboard esitò, lo sguardo fisso davanti a sé. Qualcosa l’aveva visitata. Cos’era?, si chiese. Una specie di vaga premonizione. Di cosa? E cosa aveva sognato la notte scorsa?

Blatty usa la trama come strumento per dare vita al corpo narrativo, lascia per il lettore indizi fra le righe, come in un giallo, anziché limitarsi a dire e spiegare.

Partono, con un’imbarcazione, nonostante la tempesta.
L’arrivo ad Elsewhere è la seconda parte della storia. Qui le promonizioni cessano ma per Freeboard iniziano i déjàvu.

E’ una ghost story ambientata nella tetra Elsewhere, ma la trama fino all’ultima frase è imprevedibile e capace di meravigliare.
Isolati da tutto in seguito alla tempesta, ad Elsewhere cominciano a sentire rumori inspiegabili, ad avere visioni assurde, anche di sacerdoti mentre esorcizzano in latino la tenuta e, Manhattan all’orizzonte che non si riesce più ad intravedere.
Era preoccupata e confusa, si sentiva spossata, il corpo pesante. Sdraiata sul letto, Freeboard teneva lo sguardo fisso sul soffitto. C’era qualcosa che non andava, ne era certa. Ma cosa? Strinse le mani a pungo lungo i fianchi, chiuse gli occhi e cercò di scacciare quella sensazione. Il dito medio della sua mano si sollevò. “Prova a infestare questo!”
Anche il lettore sente che c’è qualcosa che non quadra leggendo il libro “ma questo non l’avevano già detto?”, così viene coinvolto nella sensazione di déjàvu dei personaggi.
Non è scritto da Blatty “buttato giù senza pensarci”, come qualcuno ha commentato, ma è per far sentire l’opera “in 3D”, suscitare reazioni emotive che il lettore dovrebbe apprezzare e saper cogliere ogni volta come palle al balzo. Lo scrittore vuole esprimere qualcosa mostrando e senza dire e il lettore dovrebbe divertirsi a cercare quel qualcosa in ciò che legge. La comprensione del testo ne approfondisce l’effetto.
Dice Gabriel Case:
…ma supponga che quando morirà, lei sia convinto – come credo sia , signor Dare – che la morte rappresenti la fine di ogni forma di coscienza; poi però lei muore ma rimane totalmente cosciente e così il momento immediatamente successivo alla morte sembra non essere per nulla diverso da quello che l’ha preceduta. Allora, se le cose stessero in questo modo, sarebbe davvero così spaventosamente strano se qualcuno di noi semplicemente non si accorgesse di essere morto?
Ci sono degli “indizi” che continuano a ripetersi e che, il lettore cerca di considerare e interpretare, per scoprire il mistero, come si fa nei gialli cercando il colpevole. Ne Il Traghettatore Blatty lascia intravedere soltanto quel che vuole, salvaguardando la sorpresa finale.
Gli indizi sono collegati fra loro e, tutti insieme, rimandano a una rete di concetti e significati che si riescono a comprendere solo all’ultimo.
La storia, iniziata in tono realistico, mano a mano prosegue con uno stile che si potrebbe definire realismo magico.
William Peter Blatty

E’ un libro di quelli che catturano il lettore ma non lo terrorizzano (a meno di non aver paura di fantasmi e spiriti, certo), succedono fatti avvincenti e strani, dai déjà-vu, ai flashback, agli inspiegabili buchi di memoria dei personaggi, che fanno dimenticare a Terry Dare di essere venuto Elsewhere con i suoi bambini, gli amati cagnolini Maria e Pompette che, nelle ultime pagine, felicissimo come non mai, ritroverà; la seduta spiritica con la tavola ouija e le risposte sibilline di questa che turbano e angosciano anche se ancora non si comprendono ancora chiaramente, l’angelo, dei sogni, e forse è qualcosa di più…

Le ultime righe de Il Traghettatore:
Il gesuita più anziano lo fissò. “Sembri così giovane”.
“Già”.
Il vecchio abbassò lo sguardo verso l’acqua luccicante del fiume. Il blu del cielo cominciava a riflettersi sulla superficie. “Quanti terribili misteri ci offre il mondo, Regis. Alla fine sappiamo così poco di come sono veramente le cose, di cosa siamo noi stessi”.
“Vero”.
“Un neutrino non ha massa né carica elettrica. Può attraversare tutto il pianeta in un batter d’occhio. E’ un fantasma. Eppure è reale, sappiamo che è lì, che esiste. I fantasmi sono dappertutto, secondo me. Sono proprio accanto a noi… anime perdute… i morti che non trovano pace. Sai, a volte mi chiedo se…”.
Mentre si voltava verso il giovane gesuita, si interruppe. Assunse d’improvviso un’espressione confusa, poi trasaliì. Si guardò intorno, alle spalle, sorpreso, sconvolto.
Regis?“, disse.
Sul molo accanto a lui non c’era nessuno.
Io ho iniziato a leggere Il Traghettatore quasi allo scoccare della mezzanotte, ma cercando di essere ligia ai miei orari dopo qualche pagina ho chiuso libro e luce per mettermi a dormire e… niente da fare, verso le tre ho dovuto riprendere la lettura sennò sarebbe stato un tormento aspettare ancora per conoscere il seguito e, complice anche il perfetto silenzio notturno, l’ho terminato che albeggiava.
Non è un romanzone è un romanzo breve (novel!), da una notte e via. Trama, personaggi e ambientazione sono intriganti; il punto forte è che va tutto in un crescendo che coinvolge il lettore.
Consigliatissimo.
grazie per la lettura Bloody Ivy
 
“Un tempo ero spaventata all’idea di morire. Quello di cui ho paura adesso sono i morti.
Perché sono venuta in questo posto? E’ stato per solitudine? Per orgoglio? Per i soldi? Il pavimento che scricchiola, il colore dell’aria, ogni cosa qui mi terrorizza . La casa è luminosa, la compagnia piacevole; allora perché mi ritrovo a pensare sussurrando? E’ soltanto perché si avvicina l’oscurità? Ne dubito; ho sfiorato l’aldilà tante volte, è il mio lavoro. Ma questa volta è diverso: c’è qualcosa di sbagliato, qualcosa d’irreparabile, come un dolore antico, come l’inferno.
Finalmente la pioggia è cessata, ora c’è il sole, rosso come l’odio, e respira silenzioso ai confini del mondo. Mi chiedo perché sono spaventata. Ascoltate! Voci. Sussurri. Arrivano da queste pareti.
Sono dentro le preti.
Signore Gesù, salvami da questa notte!
Dal diario di Anna Trawley
Martedì, 20,22