Tempo da Piogge Monsoniche

Furio Zuliani

Deve esserci stato un enorme flash mob con sciamani danzatori impegnati a ballare una frenetica danza della pioggia da queste parti o forse queste sono piogge monsoniche che non dovrebbero capitare da noi ma visto che sta cambiando il clima… è meglio comperarsi di corsa un paio di stivaloni in gomma e un canotto.

Sono riuscita a scrivere un pezzettino nuovo da aggiungere a Procuste.
Scrivo nei momenti liberi e già troppo stanca (nonostante la caffeina) così tendo a farlo in modo più pesante (cioè barboso), ma si fa quel che si può e vediamo come va avanti quest’esperimento. Sono molto curiosa di quel che potrei riuscire a combinare.

E buona settimana temporalesca a tutti. Bloody Ivy

Lo aggiungo qui sotto,

CAPITOLO DUE – La Spugna

Mettersi dalla parte del carnefice rappresenta una grande tentazione. Tutto quello che il carnefice chiede è che il testimone non faccia niente. Fa così appello al desiderio universale di non vedere il male, di non sentirne parlare, di non parlarne. La vittima (invece) chiede al testimone di condividere il peso della sua sofferenza; domanda azione, impegno, ricordo. Per sfuggire alla responsabilità dei suoi delitti, il carnefice fa qualsiasi cosa sia in suo potere per promuovere l’oblio.
Il segreto e il silenzio rappresentano la sua prima linea di difesa. Se questa fallisce, il carnefice attacca la credibilità della vittima. Se non può farla tacere del tutto, cercherà di fare in modo che nessuno ascolti. A questo scopo, mette in campo una schiera impressionante di argomenti, dalla negazione più spudorata alla più sofisticata ed elegante razionalizzazione.
Dopo ogni atrocità, possiamo aspettarci di udire le stesse scuse prevedibili: non è mai successo; la vittima mente; la vittima esagera; è colpa della vittima.
Se il testimone è isolato, gli argomenti del carnefice sono irresistibili; senza un contesto sociale che sostenga le vittime, il testimone finisce per soccombere alla tentazione di guardare da un’altra parte.
(Patrizia Romito – Un Silenzio Assordante)

Un improvviso rilassamento, un sospiro di sollievo e poi Celestina salutò senza aggiungere parole, e soltanto con un sorriso di plastica rivolto a tutti, in generale. Per convenienza sociale nel civile ci si scambia un «Arrivederci!» uscendo dall’aula ma nel penale è meglio mostrarsi serissimi, duri e costantemente incavolati quindi, non si saluta, basta uno sguardo, allusivo e penetrante.
Il sorriso tirato fa parte della divisa: pantaloni scuri, camicia, giacchetta, nonché espressione cortese ma professionale; le gonne erano severamente vietate, per eliminare ogni tipo di discriminazione sessuale.
Uscì dall’aula raggiante e, se non avesse indossato i tacchi alti per l’occasione e dovuto controllare la gestualità come ad un avvocato si conviene, si sarebbe messa a saltellare, esultando vivacemente per tutto il lungo il corridoio; invece riuscì a trattenersi tutto dentro e mantenere l’eleganza, sicurezza e stile a lei consono.
È un ambiente strano quello, con le sue regole, dove più che un lavoro si fa un gioco di strategia si cercano e usano trucchi leciti ma inaspettati e tutto per vincere o avere la meglio e non importa che il cliente sia davvero innocente o colpevole. Non deve importare, non ad un avvocato, quello che importa è convincere il giudice e lei ci era riuscita.

Aveva difeso una ragazza molestata riuscendo a far condannare l’orco (lo chiamava “orco” ma nel frattempo pensava “bastardissimo stronzo”), già assolto in primo grado ma stavolta la Corte d’appello aveva ribaltato la sentenza e non c’erano vizi di legittimità da far valere in Cassazione; dunque era finita così e, a quel pensiero le scappò un passo a saltello ma subito fece finta di incespicare e non fu notato da nessuno.

Si sentiva bene, leggera e soddisfatta di se stessa, «sono una professionista coi fiocchi e controfiocchi» pensò, muta ma con l’espressione del viso compiaciuta.
Avvocato Celestina Rosenfeld, Rosenfeld come le spugne di mare e se nel linguaggio comune “passare un colpo di spugna” si intende cancellare e dimenticare definitivamente, “un colpo di spugna” nel gergo usato là dentro stava per «Rosenfeld ha colpito ancora!». Poteva essere detto con disprezzo o con ammirazione ma quello stava a significare.

Lasciò perdere l’ascensore e decise di scendere a piedi per la rampa di scale centrale e di farlo con un’andatura disinvolta, da nobile perché, cavolo… aveva vinto, e con quest’aria uscì dal Palazzo di Giustizia.
L’esterno rispecchiava perfettamente il suo animo: cielo terso e la brezza tipica di una città di mare e gli uccellini cinguettanti. Una favola!
Non era pronta a tornare allo studio per finire di scrivere delle noiose memorie difensive, valeva la pena fermarsi a festeggiare con un caffè, magari al bar di Zdenka che era di strada, magari con Nor perché anche per lei era di strada o comunque l’allungava e modificava pur di passare a salutare Zdenka che, da quel che aveva capito, era una sua buonissima amica.
Le mandò un messaggio per avvisarla.

*´¨) ¸.•´¸.•*´¨) ¸.•*¨) lo so che rispondo tremendamente in ritardo ai commenti ma qualsiasi suggerimento è super gradito (¸.•´ (¸.•` ¤ Bloody Ivy