Something is Always Happening (Cap 9.4 Storia Fantasy Horror)

Grégoire Guillemin
Il giardiniere folle
Loredana di Biase
(surrealismo, pagina fb)

Something is always happening.
But when it happens, people don’t always see it, or understand it, or accept it.
John Hobbes (Denzel Washington), Fallen

Ogni azione ha la sua conseguenza e quando questa si genera non sempre la gente se ne accorge, o la capisce, o l’accetta.
(traduzione usata nella versione italiana del film, “Il tocco del male”)

sinossi e puntate precedenti

Strano gioco di luci e riflessi negli occhi, colpa di tutte quelle tessere dorate, non poteva che essere altrimenti. Così Celestina abbassò lo sguardo e si mise distrattamente a rimirarsi la punta delle scarpe, avrebbe riguardato quel mosaico fra un po’.
La suggestione le aveva giocato un brutto scherzo ma era meglio sincerarsene per togliere ogni dubbio.
Un paio di minuti di pausa per ricontrollare mentalmente il programma della giornata e riprovò a guardare verso il frontone della chiesa ma, aveva perso l’occasione per farlo. Adesso vicino alla panchina dall’altro lato della piccola piazzetta, quella di fronte alla sua, c’era un gruppetto di ragazzi, età da scuola superiore, o appena maggiorenni.

Se avesse cominciato a fissare con attenzione il mosaico, quei ragazzi che erano proprio in quella traiettoria, si sarebbero sentiti osservati e, per come erano messi, era meglio rinunciare. Chi stava in piedi, chi stravaccato sulla panchina ma la comunicazione non verbale di ognuno era inequivocabile, stavano dicendo “non so chi sono, da dove vengo e dove vado perché sono strafatto”. Risatine stupidine alternate ad altre risate feroci, smorfie esagerate, gestualità veloce e nevrotica e, per quelli in piedi tanti movimenti instabili come l’indietreggiare di un passo per poi avanzare di un altro.

Probabilmente nessuna vera sostanza vietata; bastava cominciare con un qualunque alcolico da supermercato, poteva essere vodka, come slivovitz o rhum, e quando ci si cominciava a sentire allegri, simpatici e spumeggianti, per incominciare il viaggio interstellare si aggiungeva qualche dose del nuovo antidepressivo o le gocce degli ipnotici.

Grégoire Guillemin

Davano una potente botta di eccitazione, uno stato di benessere, esplosioni di fantasia, allucinazioni visive, uditive, tattili, gustative, olfattive e poi si entrava in un’altra dimensione o meglio, quando il sonnifero o ansiolitico che fosse cominciava a fare effetto si sprofondava nei sogni lucidi dove però, nonostante il sonno profondo, le manifestazioni motorie non cessavano.

Sonnambulismo,  azioni commesse in stato di incoscienza, e al risveglio ci si sentiva frastornati ma appagati. Si poteva scoprire di aver avuto rapporti sessuali con i propri amici che avevano condiviso il viaggio su quelle montagne russe, senza che per questo le proprie preferenze sessuali ne risentissero, quei rapporti sessuali erano una parte integrante dell’esperienza con quelle sostanze.

Ci si poteva ritrovare con molti buchi di memoria alcuni transeunti altri permanenti, come se il riprendersi dal viaggio fosse solo parziale e la memoria restasse in parte disattivata.

Ragazze e ragazzi che si scoprivano abusati, forse, e con altri segni di violenze addosso, forse, o forse lo avevano voluto loro perché quel miscuglio annebbiava la mente, disinibiva sessualità e crudeltà, faceva confondere la verità con le illusioni. Alcuni al risveglio si ritrovavano con paralisi ipnopompiche dove sensazioni vivide e corruzioni mentali si mescolavano in una ridda di pensieri veloci e fuggevoli dove il razionale e l’insensato pareva indistinguibile.

Molti diventavano dipendenti da queste forti esperienze, le sceglievano come vie di fughe, altri le ricordavano come un viaggio orrorifico all’inferno che non volevano riprovare.

E in quegli stati  c’era il rischio di commettere reati e non ricordarselo nemmeno.

Molti di questi ragazzi, ragazzini perché spesso minorenni, toccava a lei assisterli in giudizio.

Grégoire Guillemin

Erano dei mocciosi che non comprendevano i loro stessi pensieri né stati d’animo, figurarsi se sapevano manifestarli, se riuscivano ad esprimersi con ragionamenti che un ragazzo alle superiori avrebbe dovuto saper fare. Non avevano idea della gravità della loro situazione, di quel che avevano combinato, di cosa rischiavano ora. Non si rendevano conto come se i buchi nella memoria fossero seri deficit cognitivi.

Se, combinato qualche guaio, quei ragazzi fossero capitati ad altri avvocati di sua conoscenza, questi se la sarebbe sbrigata in fretta. I ragazzi avevano effettivamente compiuto quegli atti e bisognava tenere conto dell’opinione pubblica sui media che chiedeva rabbiosa il crucifige, tanto valeva darli in pasto a quei leoni.

Certo, il vero male era altro; poteri inimmaginabili, perversi e corrotti  che stavano a ben più alti livelli, camuffati di rispettabilità. Ma a chi interessava?

Forse poteva disinteressarsene anche lei, senza sentirsi in colpa perché la colpa alla fin fine era della società, tutta malata.
«E allora perché io continuo a farlo?»
Sorrise mentre si rispondeva. Perché voleva pestare i calli dei colleghi avvocati spocchiosi, quelli costosi, che vincevano solo perché pronti a mettere i propri collaboratori lecchini alla ricerca del cavillo giusto, dell’interpretazione stiracchiata, dell’ago nel pagliaio che, a trovarlo, avrebbe invalidato tutto il pagliaio.

Si alzò dalla panchina, fece un giro largo per arrivare sotto il mosaico della chiesa senza passare troppo vicina a quei ragazzi e per poco non inciampò su un madonnaro inginocchiato con molta teatralità a terra che fingeva di rifinire una tela fissata al marciapiede. Bravo ovviamente, come un artista di strada deve essere per convincere i passanti con le sue opere.
Accanto a un San Michele davvero somigliante a quello sul frontone, c’era un’altra tela, un bozzetto da terminare e non sembrava neanche di un’immagine sacra. C’era il contorno di un mantello avvolto attorno ad un personaggio e un gioco di stelle e galassie condensate fra le pieghe di quel mantello.
Una spada, non alzata come vessillo, ma puntata ferocemente contro chi stava guardando.

«Cos’è?» chiese Celestina adocchiando l’altro disegno mentre cercava nella borsetta la mancia da lasciargli.

© Emil Leonardi

« Ah quello, la Chiesa cattolica ne ha vietato anche solo il ricordo ma in quella ortodossa e in altre confessioni religiose c’è ancora. Strano, vero?»

Celestina annuì. Se quello era un angelo, e non ne era sicura lo fosse, perché al posto delle ali bianche l’artista gli aveva disegnato delle fiamme; lasciava trasparire un’ agguerrita ed inquietante personalità da predone del deserto e, di certo non era adatto per un quadretto da appendere nella stanza dei bambini, a meno di non volerli traumatizzare.

Fortis socius” la scritta in fondo al disegno, come una firma.

«Che vuol dire?»
«Mah!? Nei secoli risulta che si sia sempre presentato così».

sinossi e puntate precedenti

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grazie della lettura Bloody Ivy

 

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