Sogni Lucidi in Altre Dimensioni (Cap 4.3 Storia Horror)

© Fabio Dotta - Sogno di Trieste con ara macao sul molo Audace (2009)
© Fabio Dotta – Sogno di Trieste con ara macao sul molo Audace (2009)

Lo spirito dell’uomo è troppo grande perché lo si possa confinare in uno spazio ed in un tempo così ristretto come quello che un corpo fisico vive tra la nascita e la morte.
(Gustavo Rol)

Indice puntate precedenti

Dopo aver messo a letto Sdenka, senza dubbio barcollante per aver esagerato con la macedonia un po’ troppo alcolica, cioè rum con aggiunta di pezzetti di frutta, Nor se ne tornò a casa, cupa e pensosa.

Quella notte rimase sveglia, rannicchiata sul letto, coricata su un fianco, continuando a chiedersi cosa stesse succedendo.

In quei giorni aveva sentito raccontare storie stravaganti, fantastiche ma che avevano troppo in comune con quella che stava vivendo Sdenka.

Persone che si lamentavano degli incubi notturni a volte affascinanti ma che alla fine diventavano sempre spaventosi, tanto da turbare, stordire quelle vittime anche durante il giorno, vissuto come un incubo perenne
Sogni vividi, sogni lucidi al confine fra il sonno e la veglia, allucinazioni non solo nel dormiveglia e troppe cose misteriose però così simili per tutti.

Sdenka non era la sola ad avere simili esperienze. Erano tutti degli sventurati resi ansiosi dalla vita stressante e facilmente suggestionabili perché ormai prossimi al crollo nervoso? Troppi racconti nefasti.

Si alzò per andare in cucina a bere qualcosa, rum, camomilla, latte, l’importante era allontanare quei pensieri e potersi finalmente addormentare.
Aprì la credenza per prendere il bicchiere e, ci trovò anche delle confezioni di tè ai gusti particolari, sfiziosi, decisamente fantasiosi per non dire avveniristici che però lei non aveva mai visto né acquistato. Era un segnale inequivocabile.

« Ok, mi sono addormentata e sono in un sogno lucido » se lo disse tranquillamente, parlando fra sé e sé, come se fosse stata la cosa più normale di questo mondo e per lei lo era, parlare da sola come i matti e aver la consapevolezza di stare sognando; se ne tornò a letto sperando di addormentarsi, perché nei sogni lucidi accadeva anche così e poi ci si risvegliava nel mondo reale.

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Probabilmente i sogni lucidi li facevano tutti, anche se al risveglio non se ne rendevano più conto.
Invece, uno dei primi ricordi di Nor era la risata e la voce della madre che la prendeva in giro.
Doveva averle chiesto, se le cose prima si sognassero e poi accadessero o viceversa. Lei già lo sapeva bene che, non sempre ma accadevano entrambe le cose, però aveva il bisogno di farselo spiegare meglio.
« Hai quasi tre anni e ancora non hai imparato? »

Da piccola i suoi sogni erano brevi e semplici, poi da più grandina cominciarono a diventare più simbolici, insegnandole che oltre all’apparenza superficiale ogni significato di quei simboli serviva a qualcosa.

Le cose non accadevano esattamente come viste nel sogno: magari due giorni dopo si ritrovava proprio in quella strada e davanti al portone sognato, ma era solo l’ambientazione, la cornice. Lei non era legata né influenzata da quanto sognava, comunque poteva dire, fare, pensare e soprattutto decidere al momento, quindi non li considerava sogni premonitori, erano certamente sogni particolari, magari scherzi della sua mente.

Poi le iniziarono i sogni lucidi.
Era come vivere in più mondi, in molteplici dimensioni di natura differente irraggiungibili da svegli, dove il tempo e lo spazio glorificavano significati supremi,  le strutture mentali rispondevano ad altri vincoli, e persino la logica delle leggi fisiche derivava da altro. 

Nei sogni lucidi incontrava i disincarnati; li aveva chiamati lei così.
« Ma tu non eri morto? » aveva chiesto una volta a suo zio.
« Noi qui possiamo tornare. »
Forse li vedeva perché nei sogni era anche lei disincarnata anzi, una dormiente e con un altro tipo di vista.

Non era lei a cercarli, li incontrava, probabilmente quando andava bene a loro.
Avevano una concezione dei destini dell’uomo pressoché totalmente sconosciuta nella “dimensione diurna” e le raccontavano e spiegavano tante cose che lei intendeva e giudicava come importanti, immutabili e chiare ma che poi da sveglia apparivano surreali, metafisiche, inapplicabili.

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Si riaddormentò e poi si svegliò o così aveva sperato. Stavolta c’era un ragno grosso come un San Bernardo che penzolava sopra di lei immobilizzata nel letto. Si sbloccò dalla paralisi ipnagogica in tempo per scansarsi e non vederselo atterrare addosso; merito degli esercizi fisici e di concentrazione che insisteva a fare nella vita reale per riprendersi il controllo  della gamba dopo la misteriosa paraplegia avuta.
Comprese di essere entrata in un altro sogno e fu così per ripetute volte, in un susseguirsi di sogni lucidi, mondi possibili, altre dimensioni. 

Aveva la sensazione di essere lì da anni, ma era perfettamente consapevole che nella realtà, al risveglio avrebbe constatato di aver dormito solo per una manciata di ore; le accadeva così quasi ogni notte, da sempre.

Durante quel tempo percepito come lungo, ne approfittò per diventare più abile e sicura nel volo, perché nei sogni lucidi riusciva a volare, non sbattendo le braccia come fossero ali, ma controllando il pensiero e lo stato d’animo. Lì era più semplice perché le energie volitive erano più forti.

Finché in un sogno, ad un certo punto diventò improvvisamente notte, sentì gelo attorno a sé e avvertì l’arrivo, sebbene sempre silenzioso e impercettibile in modo da passare inosservato, dell’essere mostruoso pieno di dolorosa rabbia, che ormai non le sembrava neanche eccezionalmente orrendo tanto era abituata ad incontrarlo nei sogni fin da bambina, ma stavolta la situazione era anomala, perché si sentiva certa e sicura, come solo nei sogni lucidi si può esserlo, che da quell’incontro avrebbe capito di più  su quanto stava succedendo a tanti nella vita reale.

continua… (qui indice puntate precedenti)

Grazie della lettura Bloody Ivy

 

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