Sfida Accettata (Contro il Cancro)

Lo sappiamo tutti ormai. La catena sfida accettata che ha fatto postare sui social una propria foto dei bei tempi andati era nata non per ricordare quanto belli si era anni fa e ricevere complimenti caritatevoli della serie “ma sei sempre uguale” e “sei più intrigante grigio e quasi senza capelli” ma per portare un messaggio di solidarietà a chi sta affrontando il cancro.
Moltissimi non avevano neanche idea di cosa fosse, lo credevano un giochino un po’ narcisistico ma senza secondi fini ma sui social la prudenza è una virtù sconosciuta e senza approfondire hanno aderito, travisando il vero significato della campagna.
La challenge sfidava a pensare come la scoperta di un tumore possa trasformare il proprio mondo da colori a in bianco e nero.
A chi cliccava un mi piace sotto l’immagine dell’amico arrivava subito dopo (più certo e veloce della telefonata in The Ring) un messaggio:
Poiché hai messo like alla mia foto, ora dovrai postarne una tu in bianco e nero e scrivere “Sfida accettata”. Riempiano Facebook con immagini in bianco e nero per dimostrare il nostro sostegno alla battaglia contro il cancro. Questa è la sfida. Agli  amici a cui piacerà il tuo post, invia questo messaggio.
Prendo lo spunto da questa catena, accettandola ma a modo mio e senza foto (sul serio, ricevere complimenti, ai tempi delle foto passate ai filtri, dove non è possibile non risultare perlomeno carine, lo trovo inutile).
Sfida accettata:
Pochi giorni fa ero all’ospedale e mi sono ritrovata a scambiare due parole con una O.S.S. del piano dove si eseguono le mammografie e le ecografie. Non la conosco e lei non conosce me, ma le nostre figlie sono amiche e compagne di studi, così qualche frase è d’uopo scambiarsela. Persona davvero simpatica e in gamba, fra l’altro.
Mi raccontava, indicandomi la fila di sedie occupate da donne di ogni età, di come queste attendessero, alcune da ore, per fare la eco.
Funziona così, dopo la mammo si pazienta per una ventina di minuti, il tempo che il medico studi le lastre, e poi ti riferiscono se puoi tornartene a casa perché sei a posto o se la radiografia al seno ha dato esiti incerti, dubbi che necessitano chiarimenti approfonditi,  in tal caso non devi fare altro che sederti di nuovo finché non arriverà il tuo turno per l’ecografia mammaria.
Le cause potranno essere molteplici ma il pensiero fisso, inquietante, è uno solo: tumore.
Erano in tante sedute ad aspettare con quello stato d’animo.
Ogni persona è circondata dal suo campo magnetico; il cervello produce costantemente elettricità e a seconda delle emozioni che viviamo, in questo caso con la paura di una diagnosi infausta, si attiva una combinazione di segnali elettrici e trasmettitori chimici. Nuovi ormoni (gli ormoni emergenza) e sostanze rilasciate nel corpo e nel cervello che comunicano una sorta di “qualcosa di sconosciuto ed inatteso, probabilmente pericoloso si sta avvicinando“.
In queste thrilling situations l’ippocampo e l’amigdala vengono sollecitati a conservare più facilmente i ricordi e l’equilibrio chimico è anomalo, sballato, precario.
Platone diceva che la memoria è la vera fonte della conoscenza perché in essa è conservato ciò che è eterno e che può riemergere quando vogliamo; non sapeva che la nostra natura ci ha già biologicamente predisposti a ricordare certe situazioni, per apprendere meglio.
Comunque, era per dire che la paura è in grado di cambiare l’atmosfera attorno alle persone. Con una sola forse non si percepisce ma se sono tante le donne, tutte in stressante attesa, con nel cervello una delle più antiche e potenti emozioni umane, la paura dell’ignoto, allora l’aria elettrica è perfino respirabile. Come non sentirsi solidale con loro?
Mentre la O.S.S. parlava delle nostre figlie io seguivo poco il filo del discorso, rispondevo a caso con paroline universalmente adattabili (“ma guarda…”, “certo”, “capisco”, “caspita“…), perché l’attenzione era per queste donne che stavano sudando freddo. Chiacchierargli vicino sarebbe stato irrispettoso.
Questo non è un post dove do suggerimenti, mica sono medico e comunque la prevenzione che potrebbe aiutarci, la conosciamo tutte  (mammografia appena si sente un nodulo e da una certa età regolarmente, niente fumo, esercizio fisico, frutta & verdura).
L’intento di questo post è riportare la “sfida accettata” alle origini, la catena serve a ricordare che siamo tutti vulnerabili, a malattie fisiche e psichiche, incidenti, inganni, tradimenti, corruzioni e come se non bastasse anche ai tumori, sempre in agguato.
Perché nella vita c’è la felicità (bella, riposante e piena), la sofferenza e servono tutte e due; sì anche il soffrire. Lo diceva già Eschilo nell’Agamennone “Zeus ha fissato una valida legge: conoscenza attraverso il dolore“.
Posso non essere malata o non avere un tumore io personalmente (e non per merito mio ma soltanto perché la provvidenza ha pensato ad altri problemi per me) e sentirmi solidale con gli altri malati sofferenti. Per questo era stata creata la sfida anche se ad un certo momento qualche “delicatino” ha voluto tagliare il fine per la quale era stata pensata. Poi, gli altri, stavolta del tutto ignari hanno continuato.
Non credo comunque che si sia indignato nessuno; se sei passato attraverso certe esperienze tutto il resto è… acqua fresca.
Il punto è che forse aveva ragione Alessandro Fersen, pseudonimo di Aleksander Fajrajzen: 
L’umanità è divisa in due categorie: i sani e gli ammalati. Un tacito abisso li divide: i primi non capiscono i secondi e non lo sanno. Non sentono accanto a loro un’altra umanità, con la loro ottusa sensibilità di contenti. Sui secondi pesa tutta la differenza: essi vedono sopra di sé il mondo dei sani, non sanno informarli della differenza, perché preferiscono nasconderla o perché è impossibile. Il sano non comprende il malato: prende le sue esigenze per capricci, quando le conosce. Non ha mai provato il pungiglione del male: per questo è senza pietà. E’ brutale, egoista.
 grazie della lettura Bloody Ivy