Pensare Stanca (Pseudo Pavese)

abraham lincolnPensare Stanca“, come il titolo di una famosa poesia dello Pseudo Pavese, o detta altrimenti “Perché dovrei prendermi la briga di pensare chiedendomi se la notizia che sto condividendo su Facebook è una bufala?”. 
Pensare Stanca ovviamente è sardonico, la vera poesia, di Pavese quello originale, è Lavorare Stanca; ma rendeva così bene l’idea…

Una pandemia di bufale imperversa da anni, nei media, nei social, nel mondo e su Facebook dove ha attecchito particolarmente bene, trovando un ottimo terreno di coltura.
McLuhan diceva che il modo migliore per capire una cultura è quello di prestare attenzione agli strumenti di conversazione di cui si serve.
E’ morto senza sospettare di come avrebbero conversato le persone su Facebook, buon per lui, per lo meno è morto in pace.

Su Facebook si condividono, per mostrarle agli “amici” e farli commentare, notizie che più false di così non si può. A volte  sotto forma di eclatanti articoli ma senza uno straccio di filo logico (se ne accorgono in pochi, perché… pensare stanca), trovate su siti/blog fake che stra-mentono ma scrivendolo in chiare lettere nel disclamer (che nessuno va a leggere). Vorrei ricordare che il disclamer è la clausula di esclusione di responsabilità, una liberatoria di quanto si scrive. Se non si è testate giornalistiche registrate in Tribunale nulla vieta di inventarsi un amico extraterrestre e raccontare le sue avventure nel blog; se poi lo si scrive nel disclamerquesto sito non è una testata giornalistica e ciò che è scritto potrebbe non corrispondere a fatti reali“, di chi è la colpa di tutte queste condivisioni di notizie inventate? Solo di chi le scrive o anche di chi le condivide senza pensare perché, ci mancherebbe… pensare stanca eh!?!?

pensare stancaMolto spesso si condividono pseudo-notizie formate da un’immagine in genere un personaggio famoso, con la sua felice“citazione. Una citazione risulta “felice” quando, senza prove di veridicità (davvero ha detto quella frase? Quando? In quale contesto? E se l’ha scritta da qualche parte, perché non mi dici dove?) rispecchia i luoghi comuni e si modella perfettamente alla propria Weltanschauung (n.d.a. non è una parolaccia), al giudizio che ci si è fatti sul mondo.
Lo ricordo così, tanto per aggiungere due righe al post, e punzecchiare qualcuno: 
è alle persone poco intelligenti che gli si fa il disegnino, gli si mostra una figura per metterli in condizione di capire, una frase almeno, poiché invece, l’intelligenza normale implica l’essere in grado di potersi orientare anche senza illustrazioni in un mondo di concetti e generalizzazioni.

Non si disdegna di condividere ciò che conviene anche se probabilmente è falso (lo è, ma se volontariamente non si legge il disclamer del sito, in fondo non se ne ha la certezza), vero o falso è irrilevante, l’importante è che altri ci credano. Perché se ci credono in tanti (cioè condividono a loro volta e senza faticare a verificare sulla loro bacheca), diventa vero anche se non lo è. I luoghi comuni diventano tanto più efficaci ed omologanti quanto meno li si sottopone ad esame critico. Da far tremare le vene e i polsi!

Pensa, prima di condividere pensa!” (Pseudo Fabrizio Moro)

Facebook è un’arena pubblica, dove ci si sfida con idee politiche (tutti così esperti su Brexit da entrare in animate discussioni), mediche (“Solo perché sei medico, docente di virologia e microbiologia, specialista in immunologia clinica, vuoi saperne più di me che sui vaccini mi sono informato? E comunque la mia opinione vale quanto la tua!“), salutistiche, storiche, religiose ecc.
Di conseguenza i contenuti hanno perso le caratteristiche enunciative ed argomentative, le sfumature concettuali, gli acuti distinguo, le ironie, la consecutio logica di causa ed effetto (in fondo dai, anche “Spaco bottilia amazo familia” ha una sfumatura concettuale) e naturalmente i confronti ragionati.
scie-chimiche_bufaleGiacché, come ha scritto Pseudo Pavese, pensare stanca, si usa la brevità, l’elementarità del linguaggio, le prime tre persone del verbo avere, presente indicativo, rigorosamente senza l’H iniziale, proposizioni disposte a casaccio a mo’ di slogan pubblicitari scollegati fra loro, la violenza verbale agli avversari dove vince chi trova la coloritura più scurrile; sì, e anche chi cerca di avvertire della bufala viene assalito con gli insulti e poi bannato. Vincere a parolacce per restare fissati nei preconcetti!

Tornando a McLuhan (il modo migliore per capire una cultura è quello di prestare attenzione agli strumenti di conversazione di cui si serve), la cultura di Facebook è una cultura cafonesca, ricca di sensazioni, lunghi e acerrimi dibattiti su notizie false che si credono vere, dialoghi da Babbani e non nel senso potteriano di Muggles ma di quello toscano di gonzi. La cultura su Facebook è per lo più una farsa.

Non che siano tutti ma proprio tutti così creduloni, sostanzialmente, a grandi linee, ci vedo tre atteggiamenti.
Il primo, pecca per difetto, difetto di senso critico, e sono la grande maggioranza di cui mi lamento in questo post, è quello della credulità ad oltranza; soggetti esposti al bombardamento di bufale trovate condivise nella home di Facebook che penetrano senza filtro nei loro cervelli purché abbiano le caratteristiche giuste (un rassicurante luogo comune a cui aggrapparsi) per perforare la già labile barriera critica mentale (detta così sembra la trama di un film horror 😉 )  Si prendono per buone semplicemente le informazioni che piacciono di più, ed ecco la costante presenza di bufale, leggende metropolitane, dicerie, pettegolezzi e di un po’ tutte le mode.

Le conseguenze negative di questa esagerata credulità sono uguali a quelle derivate dall’atteggiamento contrario, lo scetticismo talebano: mancanza di obiettività.

L’atteggiamento da talebano scettico è di chi non accetta di prendere in considerazione nulla che venga a condizionare le immancabili lacune del suo pensiero e rifiuta sdegnosamente quello che fugge alla sua esperienza diretta, che poi è il poco che vede e tocca con mano, negando a priori di pensare su ciò che non si sa spiegare; pensare stanca, e può essere pericoloso (“meglio non pensarci su!“). Il campo delle loro conoscenze rimane forzatamente limitato ed incompleto, e la negazione sistematica non merita il nome di ragionevolezza né di obiettività. Negare vuol dire precludersi la via per arrivare alla spiegazione, poter risalire alla causa.

scettico e creduloneSe il primo atteggiamento pecca per difetto di senso critico, il secondo atteggiamento lo fa per eccesso, dal dogma alla schepsi, solo il terzo offre una garanzia di serietà e di ragionevolezza. Questi, che non saprei come chiamare se non perle rare, si affidano alla ragione per arrivare alla verità, la ragione guidata dall’analisi dei fatti.
Tutti vogliono essere considerati intelligenti (tanto che ad “imbecilleee!!!” reagiscono immancabilmente, anche se meritato 🙂 ); ma l’intelligenza è la capacità di afferrare la verità delle cose e il sapere è conoscere questa verità.
La verità è intransigente, è un lavoro che si fa rifiutando o accettando ma solo quello che si presenta provato da fonti degne e sicure e in pieno accordo con la ragione. Uno studio serio fa arrivare ad una verità concreta.

Perché con i luoghi comuni dei creduloni ad oltranza e con i preconcetti degli scettici talebani, non va avanti il mondo.

ps: questo scritto, dall’argomento strano, è il seguito del mio ultimo post su Facebook, un amaro sfoto che copio e incollo nei commenti, per dare il quadro completo di cosa e a chi mi sto riferendo. 

 

Grazie per la lettura Bloody Ivy