Il Lampione dello Scrittore (Paradosso del Lampione)

Un ubriaco sta cercando ansiosamente qualcosa sotto un lampione mentre un poliziotto si avvicina e gli chiede cosa ha perso. L’uomo risponde: – Le mie chiavi.
Ora sono in due a cercare. Dopo un po’ il poliziotto chiede all’uomo se è sicuro di aver perso le chiavi proprio lì. Questo gli risponde: – No, non qui, ma là dietro, ma c’è troppo buio da quelle parti.
(Paul Watzlawick – Istruzioni per rendersi infelici)

Quando ho iniziato a scrivere la storia horror (o quel che è, perché non lo so bene neanche io cosa sta crescendo, come la delicata e strana piantina de “La piccola bottega degli orrori”) a capitoli sul blog, senza aver modo di preparare la scaletta con i capitoli e gli argomenti, senza individuare bene il climax, il ruolo e la psicologia dei personaggi, e neanche la trama, insomma tutte quelle cose sensate che ti insegnano a fare, mi sono sentita svantaggiata.
D’altronde, la mia mamma leggermente sadica diceva sempre “O COSI‘ o POMI’!”; un modo per dirmi “o fai come dico io o non riuscirai a farlo” e invece “pomì” offre un sacco di possibilità che, magari saranno più lunghe, faticose, incomprensibili ai fondamentalisti del “così” ma… avventurose e quindi ribelli.
E poi non avrei il tempo per fare altrimenti. O meglio… non so come caspita fa ad accelerare il tempo quando lo uso per dedicarlo al blog.

Ho delle teorie matte al riguardo. Una per esempio sta nel fatto che sto all’ultimo piano e quindi… giro più veloce con la Terra nel moto di rotazione dei signori al primo piano. Il tempo in un piano alto scorre più veloce che in quello al pianterreno. Era spiegato in un episodio del Doctor Who che di tempo se ne intende, ma in effetti non credo che sia il vero motivo di queste mie disfunzioni temporali.

Probabilmente sono stanca, le preoccupazioni mi rendono meno serena e quindi mi ritrovo con pensieri pesanti in testa, molto pesanti. Tanto pesanti da avermi causato un buco nero nella mente che mi inghiotte il tempo, specialmente il tempo spensierato per il blog (perché più leggero). Fantascienza ovviamente, ma di questi tempi va specificato.
Per scrivere sul blog a me non va bene un tempo qualunque, mi serve un tempo rilassato dove, con il corpo fisico sono seduta scomoda davanti al computer ma con quello psichico mi sto dondolando su un’amaca, al fresco, con un long drink dissetante a portata dei… pensieri creativi. E quindi più di una volta alla settimana non ci riesco; poi mi serve un altro giorno per rieleggere il post, non importa che ci metta 5 min a farlo, l’importante è che siano trascorse parecchie ore e che io abbia nel frattempo pensato a tutt’altro. Avrei anche qui delle teorie al riguardo ma magari le dico un’altra volta 😉  

Va bene così, ci metto più tempo a finire ma è come se il viaggio creativo (la vacanza mentale) durasse di più. E’ una seccatura ma anche un’opportunità, un’occasione perfetta per mettermi a cercare, anche nei posti bui lontani dalla luce del lampione di Paul Watzlawick, pensieri e idee che nella fretta probabilmente mi passerebbero per la mente quasi inosservati.

A scrivere storie COSI‘ come vanno scritte (ordinate, pianificate e chiare, sotto la luce del lampione) , c’è il vantaggio di non cadere nella voragine dell’ignoto (e non è poco) ma chi non può permettersi il lusso del tempo (troppe cose da fare o un buco nero alle spalle che glielo assorbe) può scrivere POMI‘, cioè come non andrebbe fatto, lontano dalla luce del lampione, nell’oscurità. Certo, è più pericoloso ma scrivendo su un blog il rischio più grosso è fare una figuraccia e… chi se ne frega!? who cares!? nāna mālama!? (who cares in hawaiano); e c’è anche più mistero perché a scrivere senza scaletta i segreti della storia appaiono nella testa dell’autore man mano che li scrive. È un po’ come andare per sentieri inesplorati con google maps che dice “hic sunt leones“. È un tentativo per chi scrive di afferrare un’idea del mondo diversa.

Ho preparato questo post dopo essermi accorta che parecchi blogger fanno come me, cioè scrivono di volta in volta una piccola puntata della storia (c’è anche chi mi copia gli argomenti di brutto ma vabbé… io ispiro?!?!). Sono molto convinti all’inizio e poi sempre meno nel prosieguo. Beh, secondo me invece si può fare! Io non lo so se riuscirò a finire la mia storia, la vita nasconde imprevisti dietro ad ogni angolo e fa piovere meteoriti e brioches (Buondì Motta) dal Cielo ma, nāna mālama!? Scrivere storie è un gioco e allora perché non giocare?
Eh sì, l’ho vista la saga SAW ma qui intendevo in un altro senso.

Certo, una volta terminata la storia così abborracciata la seconda stesura richiederà un lavoraccio, perché se non si riordina prima di cominciare e la storia non è già definita va comunque fatto dopo, ma è un lavoraccio che piace a chi per hobby scrive (e gli piacciono le sfide). Insomma, c’è un universo che sta all’ombra del lampione di Watzlawick, cioè la nostra mente non ancora programmata da alcuna scaletta da seguire per default; mente che ha idee, pensieri e spunti che le svolazzano intorno come lucciole e punticini di luce confusi e misteriosi.

La luce del lampione che abbiamo nella mente sono i contatti sinaptici che abbiamo già acceso, le soluzioni pratiche e/o mentali già trovate nel passato e che sono state utili e quindi continuiamo ad applicarle con gli stessi soddisfacenti risultati. La luce del lampione è la nostra zona di comfort, senza ansia e tutta bella ed ordinata, nessuna NJRE (Not Just Right Experience, sono le sensazioni spiacevoli per qualcosa, ma non sappiamo bene cosa, che non è come dovrebbe essere), è il “non lasciare la vecchia strada (che sai ti porta a destinazione) per quella nuova (che… boh?)!” e il “o COSI‘ o POMI‘” (“l’unico modo per farlo è quello che ti dico io”).
E sì, funziona più velocemente e senza dosi di ansia che accompagnano l’incertezza del futuro.

Ma se non si ha la possibilità di fare per bene e ordinatamente le cose perché il raro tempo libero arriva senza preavviso e sul più bello si stoppa con un bat segnale (una notifica dove richiedono il tuo lavoro o la tua presenza) e devi lasciare tutto senza sapere quando lo continuerai. Se si fa una vita faticosa o – come direbbe Zygmunt Bauman – liquida?
Tanto vale rendere liquide anche le storie che si stanno scrivendo!

Inutile lasciarsi condizionare o peggio paralizzare dal “si scrive COSI‘” perché non tutti possono e poi, la società liquida è semplicemente perfetta per le storie scritte POMI‘! Cioè quando capita, esplorando al buio, lontano dal solito lampione e scrivendo in modo più libero, disordinato (ma il disordine è una grande occasione per risistemare con un ordine nuovo).

Ecco, spero di non essere stata disgustosamente ovvia… volevo incoraggiare i blogger che dopo un po’ mollano le loro storie a puntate perché si credono poco seguiti, poco apprezzati o peggio, criticati. Da chi? Da questo schifo di mondo?! Ma nāna mālama! E The Show Must Go On!

grazie per la lettura Bloody Ivy

 

  

 

 

 

 

9 Commenti

  1. Son d’accordo con te, sono anche io per la fluidità. TI racconto la mia esperienza. Io scrivo moltissime poesie, (forse si è notato). Mi nascono dentro, come una voce della mente, all’inizio è uno spunto, una frase che si accorda anche musicalmente col mi stato d’animo e con la realtà che mi circonda. Poi il filo si dipana, non so spiegare come, con una ricerca delle parole e del loro suono nel verso, per descrivere quello che sento. Se non posso scrivere, cerco di ripetermi la poesia in silenzio, più e più volte, per non perderla (specialmente di notte). Quando ho tempo, la riguardo, correggo qualcosa., ma cerco di non alterarne mai il senso. Se la pubblico, dedico ancora svariate ore alla creazione dell’immagine che la illustrerà e, mentre mi sento in colpa per il tempo che “perdo”, in questo’ ultima fase mi diverto pazzamente.
    Per i libri, all’inizio, ho un’idea generale, molto poco definita e aperta a più possibilità.Quando incomincio, lavoro di lena, per ore e ore di seguito, registrando la storia che mi si dipana davanti, come in un film. Solo così i personaggi vivono la loro realtà, giorno per giorno. Non mi piace incasellarli in uno schema rigido. So come ci si dovrebbe comportare, relativamente alla stesura di un piano dell’opera, al tempo della storia, e tante altre belle cose, ma non ce la faccio proprio. Va da sé che questo comportamento richiede una rilettura molto attenta. A cose fatte, il senso di colpa artistica mi obbliga a scrivere un canovaccio, l’elenco dei personaggi, i riferimenti temporali. E tutto va a posto (o quasi…)

    • i tuoi commenti sono sempre perle preziose 😉
      te lo dico in due righe, forse andrebbe spiegato meglio ma, sono davvero cotta stasera. Io ho notato che la mia vita sembra disordinata, tanti guai, problemi, anche lacrime, lamentele… e poi INVECE, riguardando indietro negli anni colgo l’immagine completa del disegno di un caleidoscopio che cambiava a seconda di cosa sceglievo o di come si comportavano gli altri attorno a me… in maniera perfetta per me. Lo credevo un brutto disordine perché non sapevo (e non ero in grado di farlo) guardare il disegno del caleidoscopio completo che cambiava e si formava ma sempre armonico. una sinfonia che al momento non si afferra. Quando scrivo i post, sono tutti sentiti, ma disordinati, incasinati e assolutamente non vedo ancora il disegno completo ma… poi mi dico che è solo una storia e basterà nella seconda stesura prendere i pezzettini del disegno e costruirci un mandala.
      La seconda stesura è come quando inventi una ricetta (prima stesura). Poi l’assaggi! Magari è buona ma subito pensi “ho capito, qui va rosolata di più, qui starebbe meglio togliere questa spezia e aggiungerci quest’altra e questo ingrediente non lo mettiamo assieme agli altri ma l’aggiungiamo dopo…”.
      Insomma, vuoi provare a rifarla per perfezionarla. Non si è capito un granché vero? beh buonanotte

Grazie del commento, torna a trovarmi presto :)

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