Oliver Sacks e l’Arte del Kintsugi

Da giovane, ero diviso fra due interessi e ambizioni contrastanti e appassionanti: seguire la scienza e seguire l’arte. Non trovai composizione al conflitto finché non divenni medico. Penso che tutti i medici siano singolarmente fortunati, perché possono dare piena espressione a entrambi i lati della nostra natura, senza dover mai reprimerne uno a favore dell’altro.
Oliver Sacks – Risvegli

La frase che metto spesso all’inizio dei miei post è per dare il LA al mio discorso con una firma di un certo spessore.
Queste parole sono state scritte in “Risvegli”, storia dei sopravvissuti alla grande epidemia di encefalite letarigica e le loro reazioni provocate da un farmaco: imperdibile libro.
Lo stesso concetto, cioè che le storie personali e le vite dei pazienti sono più importanti della loro malattia e un medico dovrebbe ricordarselo, è scritto e riscritto anche in altri suoi libri.

Oliver Sacks working at his desk

Ok, lo ammetto, Oliver Sacks mi piace, perché i suoi saggi di medicina, neurologia e altro, si leggono come romanzi (di Risvegli ne hanno fatto pure il film), e i romanzi viceversa, paiono saggi, mai superficiali.
Sacks è riuscito a conciliare le sue nature, quella di scienziato e accademico (che segue canoni e criteri scientifici) e quella di artista e creativo impavidamente Outsider, riuscendoci perfettamente diventando medico.
Ha tolto la neurologia, la chimica e altre materie scientifiche da contesti puramente medici e accademici rendendole disponibili a tutti, fino a farle diventare libri Best Seller.
Lo dico tranquillamente avendo già ammesso che “sono di parte” nei suoi confronti.
Era convinto che nessuno è la sua malattia incurabile, i suoi disagi fisici, neurologici, psichici perché trattare le persone come se fossero le malattie capitategli, non si fa altro che sbrigativamente condannarle ad essere ciò che non sono.
Chiedeva al paziente di mantenere uno stato di distacco. Lo stato di colui che può vedere le proprie distinzioni fra ciò che accidentalmente ha e ciò che veramente è. Non siamo nati per essere ciò che ci capita.

Cioè: tu hai quella malattia (fosse anche incurabile) ma non sei la malattia; tu ti senti quella patologia ma non sei quella patologia e, in qualsiasi condizione ti ha messo la vita, tu sei IN quella condizione ma non sei quella condizione (si può dire anche per tu hai quella colpa ma non sei quella colpa, tu hai quel dolore ma non sei quel dolore… eccetera, eccetera).
Ha continuato a scrivere anche da irrimediabilmente malato. Copio e incollo frasi prese da un suo articolo trovato sul NYT (non traduco per non inquinare):

I am terminally ill, at the age of 82
A few weeks ago, in the country, far from the lights of the city, I saw the entire sky “powdered with stars” (in Milton’s words); such a sky, I imagined, could be seen only on high, dry plateaus like that of Atacama in Chile (where some of the world’s most powerful telescopes are). It was this celestial splendor that suddenly made me realize how little time, how little life, I had left. My sense of the heavens’ beauty, of eternity, was inseparably mixed for me with a sense of transience — and death.

Per alleggerire questo post potrei raccontare che un mio sogno, di quelli a cui si pensa mentre si sta soffiando per spegnere le candeline della torta di compleanno, sarebbe riuscire a creare un romanzone horror, dove i mostri e demoni sono vere ed importanti metafore.

Ogni volta inizio a scriverlo però, ecco che arriva l’intoppo. Stavolta poi me lo sono addirittura andare a cercare io e va bene così. Poi, fra qualche mese (pandemie virali, attacchi nucleari, eventi atmosferici catastrofici e altri guai apocalittici permettendo, naturalmente) lo riprenderò e rileggendolo vorrò rimetterlo a nuovo, modificarlo in modo che mi rispecchi di più e completarlo.

Farò su un po’ di kintsugi sul testo (recentemente ho guardato un bel video a riguardo e solo per questo motivo ricordo il nome giapponese).
Il kintsugi è l’arte di riprendere cose vecchie, rovinate, o persino rotte e rimetterle a nuovo con paste d’oro e d’argento fino a farle diventare molto più preziose di quanto lo fossero prima.

Ogni oggetto che ha subito il kintsugi è unico, perché la riparazione, la guarigione è diversa e irripetibile per ognuno di loro.
L’idea è che dall’imperfezione, da ferite, infermità, cadute, malattie possa nascere una forma ancora maggiore di perfezione estetica ed interiore.
Il Kintsugi suggerisce che la rottura (la malattia, fisica od interiore che sia) non rappresenti la fine dell’oggetto ma che siano le sue cicatrici a renderlo più nobile e prezioso.
L’arte giapponese del Kintsugi ci dà la possibilità di riflettere su come consideriamo le ferite che ci portiamo dentro, su come guadagnare da un’esperienza negativa; è resilienza ossia capacità di affrontare e superare un evento traumatico.

Proprio il lavoro che Oliver Sacks, medico e artista cercava di fare sulle persone, dicendo che la storia individuale e l’intera vita del malato non devono mai passare in second’ordine alla malattia.

E io ho scritto più di quanto immaginassi per dare un consiglio di lettura.
😉
Grazie di essere passati qui. Buona settimana.
Bloody Ivy