Modi di Dire (Triestini) Alternativi al Banale “Sei un Rompi …..!”

Questo post tento di farlo breve (il difficile sta nel far ordine in un piccolo spazio, sapendo cosa tenere e cosa eliminare, e non in una stanza grande; e visto la lunghezza dei miei post, per me è un impresa particolarmente ardua), a dirla tutta, faccio breve anche la settimana, insomma, in questi giorni di ponte mi riposo. No, non vado da nessuna parte (d’altronde Trieste è una bellissima città da visitare e anche se è la propria città, non ci si stanca mai), ma qualche giorno senza orologi e cellulari me lo prendo. Ah… e neanche leggerò i messaggi e le notifiche, tanto per avvisare.
Però mi scappa fuori dalle dita una considerazione su quanto letto questa settimana sul web, e non posso non scriverla perché le mani già mi friggono impazienti sulla tastiera.
Il famoso “dire pane al pane e vino al vino” cioè dire apertamente come stanno le cose senza giri di parole è sempre apprezzato. Compresa qualche parolaccia che, se è per rafforzare il concetto, per segnalare che si è passato ogni limite, ci sta. Deve suscitare stupore, colpire, far commentare mentalmente “Accidenti! se dice così è proprio arrabbiato!“.
Questi sono stati giorni dove i vaccini (giustamente) hanno preso il sopravvento su ogni giornale (d’altronde non fa notizia Jong-un che, al solito, minaccia guerra e distruzione totale).
Per non rafforzare la mia misantropia e visione pessimista, avrei dovuto attenermi agli articoli ma, gli occhi mi son caduti sui commenti e, Oh my gosh!
Erano solo insulti, dei più banali, vicendevoli e scurrili, a valangate.
Per esempio, numerosissimi i commenti “mi sono rotto i cXXXXX con questi articoli”, e ugualmente frequenti i “con questi articoli mi son rotto i cXXXXX” (non diamo per scontata, a questi commentatori, la conoscenza della proprietà commutativa dove cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia), molti “che rottura di cXXXXX!” e alcuni rari come mosche bianche che al posto del solito termine parlavano di palle o di scatole, sempre in rottura.
Insomma, è questa la De vulgari eloquentia dei giorni nostri, e la apprendiamo a casa, con gli amici, colleghi, anche dai superiori.
E non si scandalizza più nessuno anzi, è difficile farci caso perché ormai è questo il rumore bianco di sottofondo sotto ad ogni articolo. Soprattutto nelle pagine dei quotidiani nazionali su fb dove si commenta con accanto il proprio nome, foto e in modalità pubblica.
Come presentarsi al mondo con una frase… de gustibus.

Comunque (e meno male che volevo essere breve), era per dire che questi commenti alla fin fine restano solo monologhi a due o più persone (perché collezionano code di risposte con lo stesso stile e linguaggio), ma sempre solo soliloqui senza scambio di idee, di ragionamenti (veri ragionamenti, dove si motiva la propria conclusione facendola derivare dalle premesse; come si faceva una volta, prima dei social). Ormai si fa sapere all’altro quanto si è rotto i cXXXXX e stop.

E poi, che mancanza di fantasia!
Una volta, ormai si può dire tanto tempo fa, i grandi insegnavano ai bambini come esprimersi senza dire parolacce e persino quando parlavano fra di loro o litigavano non se le dicevano. Le parolacce erano cose da dirsi a scuola, fra compagni, una sorta di slang scolastico come nelle gang e le maestre e bidelli ma anche tutti gli adulti dovevano restarne fuori.
 A Trieste, si usavano (e spero che oltre a me anche qualcun altro le usi ancora), al posto del banale “mi stai rompendo i cXXXXX”,  frasi vivaci, colorate, con analogie, metafore, per rendere la parlata più liquida, cioè meno fissa e prevedibile, e anche più leggera e adatta a scambi comunicativi fra le persone che vogliono dire pane al pane e vino al vino ma… senza accoltellarsi. C’era un che di creativo in questi modi di dire, che rendeva il linguaggio delle persone meno noioso e banale.
Parole diverse esprimono ricchezza di significati, possono dire ma anche implicare, sottintendere e mostrare, far “vedere la scena” della metafora con l’immaginazione e molto di più.
Inoltre le nostre parole, il nostro lessico, ci caratterizza, ci fa distinguere uno dall’altro. Se si usa lo stesso termine con lo stesso stile (e per di più in frasi scurrili) per tutto e con tutti, e gli altri fanno lo stesso con noi, ok magari sarà una dimostrazione di coerenza, di adeguamento al gruppo, ma che carattere specifico della persona si vuole dimostrare?

 Alcune alternative a “non rompermi i cXXXXX” più gettonate da queste parti sono:

1) No tazarme l’anima“, e “Te son un taza anime“.
Dove tazar sta per tritare, tagliuzzare con la lama mezzaluna, quella che prima del robot da cucina, si usava per l’aglio, il prezzemolo, la cipolla messi sulla tazadora, il tagliere di legno sul quale taz taz taz si riducevano a pezzettini.
Al figurato, tazar l’anima significa tormentare, rompere le scatole, assillare.
2) Ciò, te son proprio un seca bisi
Dove secar, seccare, al figurato significa importunare, disturbare, seccare (“non mi seccare!“), fare il guastafeste
e bisi sta per piselli (e quindi è perfettamente simmetrico al “rompi cXXXXX”) 🙂 🙂 🙂
In realtà biso, pisello, “era detto dagli irredenti il sottufficiale raffermato nella marina e nell’esercito austriaco, il quale nell’esercito nazionale è detto ‘caffettiere’. Tale nomignolo derisivo pare originariamente dai molti piselli secchi che i militari austriaci erano costretti a mangiare. Gli austriacanti schernivano il tricolore dicendo ‘Risi, bisi e fragole, fa poche cagole’ ” (Gianni Pinguentini, Nuovo dizionario del dialetto triestino).
Insomma c’è a storia della nostra terra in questo modo di dire.
Ma anche in questo
3) “no sta far la pitima” “che pitima, ara”
Pittima era una sorta di ufficiale giudiziario, un lavoro commissionato e pagato dallo stato. La pittima, specialmente nelle repubbliche marinare di Venezia e Genova, aveva il compito di vestirsi di rosso per risultare più visibile e farsi riconoscere da chiunque e seguire insistentemente, gridandogli pure alle spalle per la strada, chi aveva un debito moroso. Grazie alla pressione nonché alla pubblica umiliazione il debitore, pur di togliersi di mezzo la pittima si vedeva costretto a saldare i suoi conti.
Pitima (senza la doppia t in triestino) sta per persona davvero insistente e pedante, un impiastro, un rompi palle, seca bisi e taza anime.
Insomma, quello che volevo dire (la mia intenzione era di riuscirci  in poche righe e invece…) è che, se siete un pochino misantropi (della serie, io continuo per i fatti miei e me ne infischio di quel che mi dice la gente perché ho ben altro di cui occuparmi) e un attimino vivaci ed eccentrici stile Jocker, potete divertirvi ad introdurre nel linguaggio piatto, banale, qualunquista, scurrile e dozzinale che tutti usano per tutto, una serie di espressioni colorate, divertenti, scanzonate, vintage e che nessuno si aspetterebbe di sentirsele dire.
Buon ponte del 25 a chi lo fa 🙂
 grazie per la lettura Bloody Ivy