Michel Foucault – Parresia

michel-foucaultQuesta è la parte finale dell’ultima lezione dell’ultimo corso tenuto da Michel Foucault al Collège de France.
Il titolo del corso è “Il coraggio della verità“, la cattedra “Storia dei sistemi di pensiero“.
Era già malato e morirà pochi mesi dopo il 25 giugno 1984.

dalla Lezione del 28 marzo 1984
Seconda ora

 

(…) Nei testi dello stesso Filone di Alessandria e anche in alcuni testi della versione dei Settanta, troviamo infatti il termine parresia con un significato che è stato modificato in modo abbastanza radicale. La parresia, qui, non designa più semplicemente il coraggio dell’individuo che in qualche modo, solo di fronte agli altri, deve dire loro il vero e ciò che bisogna fare. Quest’altra parresia che vediamo prendere forma si definisce come una sorta di modalità di rapporto con Dio: una modalità piena e positiva. Si tratta di qualcosa come l’apertura del cuore, la trasparenza dell’anima che si offre allo sguardo di Dio. E mentre si produce questa apertura di cuore, questa trasparenza dell’anima sotto lo sguardo di Dio, vi è un movimento in qualche modo ascendente dell’anima pura che la eleva fino all’Onnipotente; la parresia si situa ora sull’asse verticale di un rapporto con Dio in cui, da una parte, l’anima è trasparente e si apre a Dio e, dall’altra, si eleva fino a Lui. E’ in questi termini che troverete, nella versione dei Settanta, la parola parresia, usata per tradurre un testo che per certi versi è molto lontano dal significato del termine. Ecco il testo, così come è stato tradotto in francese, nella versione di Segond, molto semplicemente, Si trova nel libro di Giobbe: “Legati a Dio e sarai premiato, l’Onnipotente sarà il tuo oro, il tuo argento, la tua ricchezza. Allora tu farai dell’Onnipotente le tue delizie, eleverai a Dio il tuo volto, lo pregherai, lui ti esaudirà, tu compirai i tuoi voti, alle tue risoluzioni risponderà il successo, sui tuoi sentieri risplenderà la luce“.
mf4E’ interessante che traducendo parola per parola il testo ebraico – “allora tu farai dell’Onnipotente le tue delizie” – la versione dei Settanta utilizzi il verbo parresiazesthai. E’ come dire che questo rapporto immediato, questo rapporto di contatto, di delizia, di godimento che l’anima può sperimentare quando è in contatto con Dio, questa felicità, questo godimento, questo piacere sono tradotti nella versione dei Settanta con parresiazesthai. La parresia quindi non è più – lo vedete – il dire-il-vero coraggioso e arrischiato di colui che ha questo ardimento nei riguardi di coloro che si ingannano. E’ questo movimento, questa apertura del cuore grazie alla quale il cuore e l’anima si innalzano fino a Dio, possono giungere ad afferrarlo, a trarne in qualche modo profitto e a mettere alla prova il principio della Sua felicità. Come vedete, si passa dalla verità della parresia come non-dissimulazione all’idea di un rapporto in cui l‘anima è elevata fino a Dio – è condotta alla Sua altezza, è messa in contatto con Lui – e in cui può trovare la Sua felicità.
Con un significato simile si può trovare in Filone di Alessandria (De specilibus legibus, 203) un passaggio in cui la parresia appare legata alla preghiera. La parresia nella preghiera  una sorta di qualità o piuttosto una dinamica, un movimento con il quale l’anima dell’individuo si eleva fino a Dio, purché egli abbia una coscienza abbastanza pura. E’ così che scrive Filone: colui che è capace di pregare ek katharou tou syneidotos (a partire dalla purezza della propria coscienza) è capace di parresia. La parresia rimane in un certo senso un dire-il-vero, ma non è più solo un dire: è l’apertura dell’anima che si manifesta nella sua verità a Dio e porta questa verità fino a Lui.
In questi testi giudaico-ellenistici precristiani emerge un terzo significato, che non è più né il senso tradizionale che si trovava in Grecia, né il senso di un movimento dell’anima verso Dio: cioè quell’apertura e quell’aspirazione che porta fino a Dio presente nella versione dei Settanta, della quale chi fornisce alcuni esempi Filone di Alessandria. In una serie di testi, la parresia appare come una proprietà, una qualità, diciamo più esattamente un dono di Dio. E’ Dio stesso che è dotato di parresia. E quando Dio è dotato di parresia, lo è in quanto Egli dice la verità, certo, ma anche perché Egli si manifesta e manifesta il Suo amore, la Sua potenza o eventualmente la Sua collera: è l’essere stesso di Dio nella sua manifestazione che è chiamato parresia.
mf5Ecco due testi con questa accezione del termine. Nei Proverbi (versione dei Settanta) il testo dice: ” La saggezza grida nelle strade. Essa eleva la propria voce nelle piazze. Essa grida all’entrata dei luoghi rumorosi; alle porte, nella città, fa intendere la sua parola“. Il grido della saggezza nelle strade: è questo che viene chiamato parresia. E come vedete, a questo punto la parresia è parresia della saggezza stessa. E’ la parresia di Dio – la presenza debordante di Dio, la Sua presenza in qualche modo pletorica- che viene designata dalla parresia. Questa parresia è proprio l’articolazione verbale della voce della saggezza che la caratterizza.
Ma la parresia può anche essere – almeno così sembra in un altro testo – la presenza di Dio che si nasconde e si trattiene, la presenza o la potenza di Dio alla quale l’uomo fa e deve fare appello quando è in preda alla sventura o quando è sottoposto all’ingiustizia. Mi dispiace, ma non ho segnato il riferimento; non posso dire che ve lo darò la prossima volta, poiché non ci sarà una prossima volta; in un testo si dice: “Dio delle vendette, Eterno! Dio delle vendette, appari! Sollevati, giudice della terra! Rendi ai superbi secondo le loro opere! Fino a quando i malvagi, Eterno, fino a quando i malvagi trionferanno?.” E questo “appari”, questo “mostrati” sono tradotti in greco, nella versione dei Settanta, con parresiazestahi. Qui il termine parresia è dunque impiegato per significare qualcosa che risulta ovviamente molto estraneo al pensiero greco: l’onnipotenza dell’Onnipotente, che si manifesta, che deve manifestarsi nella Sua bontà e nella Sua saggezza, che deve manifestarsi nella Sua collera, anche, contro gli ingiusti, gli arroganti e i superbi. Dal punto di vista generale, vedete come in questa serie di testi il termine parresia tenda sempre più a designare il faccia a faccia dell’Onnipotente e della Sua creatura, la loro dissimmetria ma anche la loro relazione. E’ il movimento con cui l’uomo si avvicina a Dio, ma è anche, inversamente, il movimento con cui Dio manifesta il Suo essere come potenza e saggezza, come forza e verità. E’ all’interno di questo rapporto ontologico di faccia a faccia, di vis-à-vis dell’uomo con Dio che la parresia tende, entro certi limiti, a spostarsi. Non è più il coraggio dell’uomo solitario di fronte agli altri che si ingannano; è la beatitudine, la felicità dell’uomo giunto fino a Dio. E Dio risponde, a questo movimento dell’uomo verso di Lui, con l’espressione, la manifestazione della Sua bontà o della Sua potenza.
In secondo luogo, nella letteratura neotestamentaria il termine parresia interviene un certo numero di volte e con un significato diverso da quello che si è appena colto nella tradizione giudaico-ellenistica, ma anche diverso da quello presente nell’uso greco. Due cambiamenti importanti. Il primo è che ormai, in questa letteratura neotestamentaria, la parresia non appare più come una modalità della manifestazione divina. Dio non è più il parresiasta che era nella versione dei Settanta ed entro certi limiti in Filone di Alessandria. La parresia è semplicemente un modo di essere, una forma di attività tipica dell’uomo. Secondo cambiamento: questa forma di attività implica – fino a un certo pnto, in un certo conteso e in determinate circostanze – la connotazione del coraggio, dell’ardimento nel parlare; è anche però un atteggiamento del cuore, una maniera di essere che non ha bisogno di manifestarsi nel discorso e nella parola.
mf6Qualche esempio. Il termine parresia è impiegato essenzialmente in due contesti, per designare una certa virtù che caratterizza o deve caratterizzare sia gli uomini, o perlomeno i cristiani, sia gli apostoli e coloro che sono incaricati di insegnare la verità agli uomini. Per gli uomini in generale, o perlomeno per i cristiani, la parresia non è affatto un’attività di ordine verbale. E’ la fede in Dio, la certezza che ogni cristiano può e deve riporre nell’amore, nell’affetto di Dio per gli uomini, nel legame che congiunge e collega Dio agli uomini. E’ questa fiducia parresiastica che rende possibile la preghiera ed è attraverso di essa che l’uomo può entrare in rapporto con Dio. Nella Prima Lettera di Giovanni, ad esempi, si dice: “Voi credete nel Figlio di Dio: perciò vi ho scritto queste cose, perché sappiate che avete la vita eterna“. Come vedete, qui è proprio sottolineato che coloro ai quali si rivolge Giovanni credono nel nome del Figlio di Dio. Sono credenti, sono cristiani e in quanto tali sanno fin d’ora di avere la vita eterna. “Noi ci rivolgiamo a Dio con fiducia, perché Egli ci ascolta, se gli chiediamo qualcosa secondo la Sua volontà.” E’ il termine parresia che qui viene tradotto. Noi abbiamo questa certezza (parresia): se domandiamo qualcosa secondo la Sua volontà, Lui ci ascolta. La parresia si colloca quindi nel seguente contesto: da un lato il cristiano, in quanto tale, che crede nel nome del Figlio di Dio sa di avere la vita eterna; dall’altro lato egli rivolge a Dio una domanda; cosa gli domanda? Nient’altro che ciò che Dio vuole. E in questa misura, la preghiera o la volontà dell’uomo non sono altro che il raddoppiamento o la restituzione a Dio della Sua propria volontà. Principio di obbedienza. La parresia si àncora a questa circolarità: della credenza in Dio e della certezza di avere la vita eterna, da un lato, e di una domanda che si rivolge a Dio e che non è altro che la volontà stessa di Dio, dall’altro lato. La parresia è la fiducia nel fatto che Dio ascolterà coloro che sono cristiani e che, in quanto tali, avendo fede in Lui, non Gli domanderanno nulla che non risulti conforme alla Sua volontà. E’ questo atteggiamento parresiastico a rendere possibile la fiducia escatologica nel giorno del Giudizio: quel giorno che possiamo attendere, che dobbiamo attendere con piena sicurezza (meta parresias) grazie all’amore di Dio. E’ questa fiducia escatologica, questa fiducia in ciò che accadrà nel giorno del Giudizio, che viene espressa, sempre nella Prima Lettera di Giovanni: “Dio è amore, e chi vive nell’amore è unito a Dio, e Dio è presente in lui. Così è per Gesù, così è per noi in questo mondo. Se l’amore di Dio è peretto in noi, ci sentiamo sicuri (parresia) per il giorno del Giudizio“. Da parte degli uomini, quindi, da parte dei cristiani, la parresia è questa fiducia nell’amore di Dio: amore che Dio manifesta quando ascolta le preghiere che Gli rivolgiamo; amore che Dio manifesta e manifesterà il giorno del Giudizio.
Ma in questi testi neotestamentari la parresia è anche il contrassegno dell’atteggiamento coraggioso di colui che predica il Vangelo. Nel qual caso, la parresia è la virtù apostolica per eccellenza. E qui si ritrovano un significato e un uso della parola molto simili a quelli che si conoscevano nella concezione greca classica o ellenistica. E’ così negli Atti degli apostoli, a proposito di Paolo, della sua vocazione e della diffidenza che i discepoli e gli apostoli, all’inizio, hanno nutrito per lui. Non lo si considera un discepolo di Cristo. E’ a questo punto che Barnaba racconta come ha visto Paolo a Damasco, come lo ha visto predicare “con coraggio” nel nome di Gesù: a Gerusalemme, allo stesso modo che a Damasco, Paolo ora andrà e verrà tra i discepoli, esprimendosi con tutta sicurezza (meta parresias) nel nome del Signore. Egli disputava così con i greci e “questi tentarono di ucciderlo”. Qui vedete come la predicazione orale, la predicazione verbale, il fatto di prendere la parola, di disputare con i greci – e di farlo al rischio stesso della vita -, sia caratterizzato come vicina a quella che era la virtù greca. Allo stesso modo, nella Lettera di Paolo agli efesini, Paolo chiede agli efesini di pregare per lui affinché – dice – “quando apro la bocca mi sia data una parola franca, per far conoscere il mistero del vangelo, del quale sono ambasciatore in catene, e io possa annunciarlo con franchezza (meta parresias) come è mio dovere”. Ecco, dunque, qualche riferimento per la letteratura neotestamentaria: la parresia come virtù apostolica, con un significato molto vicino a quello attribuitole dai greci; e poi la parresia come forma di fiducia generale dei cristiani nei confronti di Dio.
mf2Consideriamo ora – ed è qui che le cose si fanno senz’altro più complicate, comunque più interessanti – l’ascetica dei primi secoli e anche quella successiva. La parresia comincia allora ad apparire con un valore ambiguo. Entro certi limiti, questa ambiguità valoriale della nozione di parresia riprende e amplifica l’ambiguità che avevamo già osservato nei greci, quando era apparsa sia come il coraggio dell’individuo virtuoso che si rivolge agli altri tentando di riportarli dai loro errori verso la verità, sia come la libertà di parola, il disordine, l’anarchia in base alla quale ciascuno può dire tutto di tutto. Fino a un certo punto questa ambiguità la ritroveremo, ma profondamente spostata.
In primo luogo la parresia appare, nel suo valore positivo come una sorta di virtù cerniera, che caratterizza, al tempo stesso, l’atteggiamento del cristiano e del buon cristiano agli occhi degli uomini e il suo modo di essere agli occhi di Dio. Agli occhi degli uomini, la parresia sarà il coraggio di far valere, a dispetto di tutte le minacce, la verità nota, conosciuta e quella che si vuole testimoniare. E qui siamo vicini a quel valore di parresia comprensivo dei significati che abbiamo incontrato nell’antichità greca. E’ in questi termini, ad esempio, che trovate tale valore in Giovanni Crisostomo, nel suo trattato dedicato alla provvidenza, Sulla provvidenza di Dio: in mezzo alle persecuzioni, le pecore divennero pastori e i soldati capi, grazie alla loro parresia e al loro coraggio (andreia). Qui siamo in un paesaggio molto noto, quello della persecuzione e dei màrtiri. Davanti alle persecuzioni, alcuni individui hanno il coraggio di far valere la verità in cui credono. Questo coraggio lo manifestano. Abbiamo così dei soldati che svolgono il compito dei capi e lo fanno perché sono capaci di assumere un atteggiamento coraggioso e improntato alla parresia.  Allo stesso modo, Giovanni Crisostomo, sempre nel trattato Sulla provvidenza di Dio, dice: pensa a quale profitto gli uomini molto attenti hanno probabilmente tratto da questi esempi, vedendo un’anima invincibile, una saggezza che non si lascia asservire, una lingua piena di audacia coraggiosa. “Audacia coraggiosa” traduce qui il termine parresia. L’idea è la seguente: questa parresia, grazie alla quale certi individui sono stati capaci di opporsi alle persecuzioni e di accettare il martirio, è stata vantaggiosa e utile. “Pensa a quale profitto gli uomini molto attenti hanno probabilmente tratto da questi esempi.” Vi sono uomini pronti a essere persuasi, convinti o in ogni caso richiamati alla verità della lezione evangelica dal coraggio di questi parresiasti, che sono poi i màrtiri. Il martire è il parresiasta per eccellenza. Voi vedete perciò che la parola parresia si riferisce al coraggio che si ha di fronte ai persecutori: al coraggio che si dimostra rispetto a se stessi, ma anche rispetto agli altri e a quelli che si è intenzionati a persuadere, a convincere oppure a rendere più forti nella fede.
Ma la parresia come rapporto con gli uomini è anche una virtù rispetto a Dio. La parresia non è semplicemente il coraggio che si manifesta di fronte alle persecuzioni per convincere gli altri, ma anche un coraggio che coincide con la fiducia che si ripone in Dio, e questa fiducia non può essere dissociata da un atteggiamento coraggioso nei confronti degli uomini. Ciò che fa appunto la differenza – credo sia san Girolamo a dirlo – tra il coraggio per esempio di un Socrate o di un Diogene e quello di un martire è che nel primo caso si tratta del coraggio di un uomo che si rivolge agli altri uomini, mentre nel caso del martire cristiano il coraggio si appoggia all’altro aspetto, all’altra dimensione della stessa parresia: la fiducia in Dio. Fiducia nella salvezza, nella bontà di Dio; fiducia, anche, nel Suo ascolto. E qui tutta una serie di testi fa vedere che il tema della parresia arriva a congiungersi con il tema della fede e della fiducia in Dio.
mf7In un trattato di Gregorio di Nissa (La verginità, capitolo XII) avete ad esempio un passaggio molto interessante sulla parresia, che fino a un certo punto conferma alcuni motivi del cinismo. Di questo si parla nel trattato: attraverso il ripiegamento su se stessi, l’esame di sé e tutto il lavoro con cui si tenta di decifrare la forma originaria dell’anima, mettendo in luce ogni cosa che l’abbia appannata e sporcata, si tratta di ridiventare, di ritornare a ciò che era l’uomo primitivo nella sua prima fase di vita. Gregorio di Nissa, in questo passaggio, domanda: chi era dunque quest’uomo primitivo? “Non aveva vestiti…, poteva guardare con tutta sicurezza (en parresia) il volto di Dio, non giudicava il bello mediante il gusto e la vista, ‘gioiva solo nel Signore’.” Questo passaggio conferma l’idea dei cinici di una vita primitiva che è al tempo stesso una vera vita alla quale bisogna ritornare: una vita di spoliazione e di nudità. Si ritrova l’idea di una parresia intesa come parresia del vis-à-vis, del faccia a faccia con Dio. In questo stato primitivo del rapporto dell’umanità con Dio, gli uomini hanno una totale fiducia. Sono nella parresia con Dio: apertura del cuore, presenza immediata, comunicazione diretta dell’anima e di Dio. Vi sono altri testi come questo, ma forse, alla fin fine, meno significativi. Come vedete, il termine parresia appare con questo valore positivo, relativo al rapporto con gli altri, nella misura in cui si è capaci di manifestare, fino al martirio, il coraggio della verità. Si può avere questo coraggio della verità solo se esso trova il suo radicamento e il suo ancoraggio in una relazione di fiducia in Dio: una relazione che ci avvicini il più possibile a Lui, in una sorta di faccia a faccia che richiama, almeno fino a un certo punto, il faccia a faccia originario dell’uomo con il suo Creatore. Ecco il nucleo positivo del termine parresia.
Tuttavia, via via che nella vita del cristianesimo, nella pratica cristiana e nelle istituzioni cristiane si imporrà il principio di obbedienza, tanto nel rapporto con se stessi quanto nel rapporto con la verità, ecco ciò che accade a questa relazione di fiducia in se stessi (caratteristica della parresia), fondata su una relazione di fiducia in Dio, nella Sua vicinanza, nell’apertura  dell’anima a Dio) si offuscherà, verrà scossa rispetto al suo fondamento e al suo asse primario e subirà, per così dire, un appannamento. Al tema della parresia-fiducia si sostituirà il principio di una trepida obbedienza, nella quale il cristiano dovrà temere Dio, riconoscere la necessità di sottomettersi alla Sua volontà e alla volontà di coloro che Lo rappresentano. Vedremo svilupparsi il tema del sospetto nei confronti di se stessi, così come la regola del silenzio. Per queste ragioni la parresia – apertura del cuore, relazione di fiducia attraverso la quale uomo e Dio sono posti faccia a faccia, maggiormente vicini l’uno all’altro – corre il pericolo di apparire sempre di più come una forma di arroganza o di presunzione.
Tutto questo, certamente, richiederebbe un’elaborazione più ampia; però come vedete – a partire, diciamo, dal IV secolo, ma sempre più nettamente nel V e nel VI secolo -, si sviluppano nel cristianesimo le strutture d’autorità grazie alle quali l’ascetismo individuale si troverà incastonato, per così dire, entro due assetti istituzionali: da un lato quelli del cenobio e del monachesimo collettivo, dall’altro lato della funzione pastorale, attraverso cui la condotta delle anime viene affidata ai pastori, ai preti o ai vescovi. Mentre si sviluppano queste strutture, il tema di un rapporto con Dio che può essere mediato solo dall’obbedienza trascinerà con sé, come condizione e conseguenza, l’idea che l’individuo non è capace di salvarsi da solo, di ritrovare da sé quel vis-à-vis con Dio, quel faccia a faccia con Dio che poteva caratterizzare la sua esistenza primitiva. Se non è capace di avere questo rapporto con Dio in maniera autonoma, con il movimento della propria anima e con l’apertura del proprio cuore – se può averlo solo attraverso la mediazione di queste strutture d’autorità -, è allora il segno che deve sospettare di se stesso. Non deve credere, non deve immaginare, non deve avere l’arroganza di ritenersi capace, con le sue solo forze, di salvarsi e di trovare la via che lo apra a Dio. Egli deve essere, per se stesso, un oggetto di diffidenza. Deve essere l’oggetto di una vigilanza attenta, scrupolosa, sospettosa, Dentro di sé e con le sue sole forze non può trovare altro che il male e potrà rendere possibile la sua salvezza solo con la rinuncia a se stesso e con la messa in pratica di questo principio generale dell’obbedienza.
La parresia, diventata questa sorta di rapporto di fiducia, di apertura del cuore che poteva legare l’uomo a Dio, sparirà come tale o piuttosto riapparirà sotto nuova luce: come un difetto, come un pericolo, come un vizio. La parresia come fiducia è estranea al principio del timore di Dio. Si contrappone al sentimento necessario di un allontanamento dal mondo e dalle cose del mondo. La parresia appare come incompatibile con lo sguardo severo che bisogna ora rivolgere a se stessi. Colui che può rendere possibile la sua salvezza – vale a dire colui che teme Dio, che si sente straniero nel mondo, che sorveglia e che deve sorvegliare senza sosta se stesso – non può possedere questa parresia, questa fiducia esultante con cui era legato a Dio e veniva portato a Lui fino ad afferrarlo in un faccia a faccia diretto. La parresia, ora, appare dunque come un comportamento biasimevole, di presunzione, di familiarità e di fiducia arrogante in se stessi.
mf8Trovate così un certo numero di testi, in particolare nella letteratura ascetica e negli Apoftegmi dei Padri del deserto. Avete per esempio questo apoftegma: non essere l’intimo dell’egumeno (il superiore della comunità), non frequentarlo troppo, perché ne ricaverai della parresia e, alla fine, desidererai essere superiore a tua volta. Il testo più celebre e fondamentale in questa nuova critica della parrsia è l’apoftegma di Agatone (il primo in ordine alfabetico). Un giovane monaco si reca in visita ad Agatone e gli dice: “Voglio abitare insieme ad altri fratelli. Dimmi in che modo devo vivere con loro“. Ecco la risposta di Agatone: “In tutti i giorni della tua vita considerati straniero come il primo giorno in cui ti sei unito a loro, per non avere mai con essi troppa libertà“. E continua: Cosa c’è di peggio della parresia? Niente, dice. “Essa rassomiglia a un gran ciclone ardente: quando arriva, tutti fuggono davanti a esso e distrugge tutti i frutti degli alberi“. Il contesto di questo apoftegma è interessante e lo si può ricostruire molto schematicamente nel modo seguente: si tratta, lo vedete, della questione della vita comunitaria. Si tratta di un giovane monaco che viene a praticare l’ascetismo, ma viene a praticarlo con i fratelli. Ora, esiste un pericolo in questa nuova vita, trascorsa quindi con i fratelli, sotto l’autorità di un egumeno e con una regola comune. Il pericolo è che il monaco, legato in questo modo agli altri, gestisca la sua esistenza nel mondo in totale fiducia, senza sospettare né di sé né degli altri, e pratichi la parresia – una parresia che ci appare come fiducia in sé, fiducia negli altri, fiducia in ciò che è possibile fare insieme -, dimenticando così che in una vera vita ascetica si deve sempre portare avanti un’elaborazione e una decifrazione di sé: il che implica diffidenza nei confronti si se stessi, timori nei confronti della salvezza e tremore di fronte alla volontà di Dio.
Questo testo tratto dagli Apoftegmi di Agatone verrà ripreso un po’ più tardi da Doroteo di Gaza nel libro IV dei suoi Insegnamenti. Egli lo riprende per commentarlo e lo fa con le seguenti parole, in cui si trovano, credo, gli elementi di questa anti-parresia che si sta sviluppando: “Scacciamo invece da noi stessi il timor di Dio (…) quando non abbiamo il ricordo della morte né delle punizioni, quando non badiamo a noi stessi, quando non facciamo l’esame di come abbiamo passato il tempo, ma viviamo nell’indifferenza e frequentiamo gente indifferente, quando siamo sfrontati: questo è peggio di tutto, è la rovina completa“. Questa parresia, volendone riprendere i differenti elementi, consiste nel cacciare lontano da sé il timore di Dio, senza pensare né alla morte né al castigo. In questa fiducia che si pretende di avere in Dio, si ritorna di fatto a Dio e ci si allontana dal timore di Dio: timore di ciò che accade al momento della morte, dimore del Giudizio e timore dei castighi conseguenti al Giudizio. Seconda caratteristica di questa parresia, ora divenuta una mancanza e un vizio: non soltanto non si teme Dio, ma non si vigila su se stessi. “Scacciamo invece da noi stessi il timor di Dio… quando non abbiamo il ricordo della morte né delle punizioni, quando non badiamo a noi stessi, quando non facciamo l’esame di come abbiamo passato il tempo“. Vedete che la parresia è ora negligenza verso se stessi, mentre prima era cura di sé. Non ci si cura di sé, non si ha nei propri riguardi la diffidenza necessaria. Terza caratteristica: “Viviamo nell’indifferenza e frequentiamo gente indifferente“. Questa volta è in questione la fiducia nel mondo. Familiarità con il mondo, abitudine a vivere in mezzo agli altri, ad accettare ciò che fanno e ciò che dicono: a essere minacciosi sono tutti questi legami, che si contrappongono alla necessaria estraneità che dobbiamo avere nei confronti del mondo.
Non-timore di Dio, non-diffidenza verso se stessi, non-sospetto nei confronti del mondo: ecco ciò che caratterizza la parresia. Essa è fiducia arrogante. Doroteo di Gaza continua con un’affermazione altrettanto interessante: “La parresia, poi è multiforme. Si è sfrontati con la parola, col tatto, con lo sguardo. Per parresia si arriva ai discorsi oziosi, alle conversazioni mondane”. In questa vita comunitaria, cenobitica, la parresia spinge a tenere vani discorsi e a parlare di cose mondane. “E’ parresia toccare qualcuno senza necessità, mettere le mani addosso a qualcuno per ridere”. Da tutta questa familiarità fisica, corporea, che si può avere nella vita comunitaria, ci si deve quindi distaccare, nella misura in cui si diffida di sé e degli altri e si teme Dio.
La parresia consiste infine nel guardare senza pudore (anaidos) un fratello. “Senza rispetto non si onora nemmeno Dio stesso né si bada a qualsiasi comandamento.” Vedete che la parresia appare ora, in maniera assai curiosa, come un’assenza di rispetto. Non è impossibile che vi sia qui un riferimento esplicito a tutto ciò che, nella concezione greca, collegava il problema della parresia a quello, stoico e cinico, dell’aidos o dell’anaideia (pudore e impudicizia). Ma anche senza questo riferimento esplicito ritroviamo tuttavia il problema della parresia come fiducia in se stessi che misconosce il necessario rispetto dovuto agli altri. Con queste conseguenze: l’eliminazione della parresia come arroganza e fiducia in sé; la necessità di un rispetto che deve avere la sua forma originaria e la sua manifestazione essenziale nell’obbedienza. Laddove c’è obbedienza, non può esservi parresia. Ritroviamo quello che vi dicevo poco fa, vale a dire: il problema dell’obbedienza è al cuore di questa inversione dei valori della parresia.
mf9Mi sembra – e qui mi fermerò – che attraverso questa scissione nella nozione di parresia si veda imprimersi nel cristianesimo l’opposizione tra due grandi matrici, tra due grandi nuclei dell’esperienza cristiana. Come dicevo, la nozione di parresia, in questi testi patristici, non è universalmente, uniformemente, continuamente negativa. Abbiamo una concezione positiva e una negativa della parresia. La concezione positiva è quella che fa della parresia una fiducia in Dio: una fiducia come elemento attraverso il quale l’uomo può dire la verità di cui è portatori in quanto apostolo o martire. La parresia è inoltre la fiducia che si ha nell’amore di Dio e nel modo in cui Dio accoglierà l’uomo quando verrà il giorno del Giudizio. Intorno a questa concezione della parresia si è venuto a cristallizzare quello che si potrebbe definire il polo parresiastico del cristianesimo, dove il rapporto con la verità si stabilisce nella forma di un faccia a faccia con Dio e nella forma di una fiducia umana che corrisponde all’effusione dell’amore divino. Questo parresiastico mi sembra sia stato all’origine di quella che si potrebbe chiamare la grande tradizione mistica del cristianesimo. A chi ha sufficiente fiducia in Dio, a Dio risponderà con un movimento che gli garantirà la salvezza, permettendogli di avere accesso a un eterno faccia a faccia con Lui. E’ questa la funzione positiva della parresia.
C’è poi un altro polo, nel cristianesimo:un polo antiparresiastico che fonda non già la tradizione mistica ma la tradizione ascetica. E’ il polo secondo il quale il rapporto con la verità non si può stabilire che nell’obbedienza timorosa e rispettosa nei riguardi di Dio e sotto la forma di una decifrazione sospettosa di se stessi, attraverso le tentazioni e le prove. Questo polo antiparresiastico, ascetico, estraneo alla fiducia – questo polo della diffidenza nei riguardi di se stessi e del timore nei riguardi di Dio -, non è meno importante del polo parresiastico. Direi persino che non è stato storicamente e istituzionalmente molto più rilevante, poiché è attorno a esso, alla fin fine, che si sono sviluppate tutte le istituzioni pastorali del cristianesimo. La lunga e difficile persistenza della mistica – dell’esperienza mistica – nel cristianesimo non è nient’altro che la sopravvivenza, mi pare, del polo parresiastico della fiducia in Dio, che è rimasto, non senza sofferenza, in una posizione marginale, contro la grande impresa del sospetto parresiastico che l’uomo è chiamato a manifestare e a praticare nei confronti di se stesso e degli altri, attraverso l’obbedienza a Dio, nel timore e nel tremore per questo stesso Dio.
Ormai, con lo sviluppo del polo antiparresiastico, ascetico, la verità di sé, o addirittura il problema dei rapporti tra conoscenza della verità e verità di sé, non potrà più assumere la forma in qualche modo piena e intera di un’esistenza altra che sarebbe contemporaneamente esistenza di verità ed esistenza capace di conoscere la verità su di sé. Ormai la conoscenza di sé (conoscenza a proposito di se stessi, conoscenza su se stessi) sarà una delle condizioni fondamentali – e persino la condizione preliminare – della purificazione dell’anima, valida perciò per il momento in cui si potrà finalmente raggiungere il rapporto di fiducia con Dio. Non si raggiungerò la vera vita che alla condizione preliminare di aver praticato su di sé  questa decifrazione della verità.
mf3Decifrare la verità di se in questo mondo, decifrare se stessi nell’ambito della diffidenza verso di sé e verso il mondo, nel timore e nel tremore nei confronti di Dio: è questo e solamente questo che potrà darci l’accesso alla vera vita. Verità della vita prima della vera vita: è in questo capovolgimento che l’ascetismo cristiano ha modificato fondamentalmente un ascetismo antico, che aspirava sempre a gestire al tempo stesso la vera vita e la vita di verità, e che, almeno nel cinismo, affermava la possibilità di gestire questa vera vita di verità.
Ecco, ascoltate, avevo delle cose da dirvi sul quadro generale di queste analisti. Ma insomma, è troppo tardi. Allora, grazie.

da Michel Foucault – Il coraggio della verità, Il governo di sé e degli altri II –
Corso al Collège de France (1984)

 

qui il lungo elenco di tutti i testi Michel Foucault

grazie della lettura Bloody Ivy

 

10 Commenti

  1. Argomentone…. Ne so poco del nostro, mi ero interessato solo ai suoi studi sulla detenzione per fini miei personali (no, non sto per creare un carcere!) Ritornerò con più calma su questa pagina, ma intanto il mi piace te lo dovevo dare!

    • si è occupato di follia, prigioni, sessualità… un sacco di argomenti interessantissimi. Uhm poi aggiungo un link di rimando a tutti i suoi libri.
      Questa è la seconda metà dell’ultima lezione in assoluto, era già malato di Aids e lo sapeva, 🙁
      Lo adoro 🙂

    • è anche perché, sebbene dei suoi corsi ne abbiano fatto dei libri, in genere rivedeva lui stesso le lezioni e le sistemava meglio… dal discorso parlato a quello scritto, cosa che faceva in genere a giugno, con queste ultime non ci è riuscito, è morto prima. Così sono riportate proprio le sue parole dette a lezione agli studenti e, a volte si ripetono o sembrano troppo un discorso parlato (cioè quel che era)

  2. sorry, ho dovuto cambiare l’url. Il fatto che sono troppo distratta, nel titolo e, se non modifico wordpress mi imposta come url quello di default ho scritto Michel alla tedesca Michael… ho cambiato sia titolo che url ma potrebbe dare qualche problema adesso…

  3. Non immaginavo che Michel Foucault si fosse occupato anche di parresia
    La conoscevo come altro e non ho grande fiducia delle traduzioni che han prodotto per tutti i testi sacri.
    Una cultura così diversa non si può semplificare come han fatto.
    Non parlo ,poi, dei preti che fan dire a Cristo quello che a loro fa comodo..
    Ma è un discorso lungo..
    E’ un post lungo, il tuo, e devo sbocconcellarlo per assaporarne il senso completo.
    Intanto ti son debitrice…

    • aggiungo ora il link con tutti i testi di Michel F spero facciano gola a più di qualcuno perché anche se già si conoscono gli argomenti da lui trattati si può star certi che ai punti di vista che di volta in volta propone non si aveva mai pensato.
      Di parresia se ne è occupato per due anni conseguitivi, nei corsi 1982/1983 e 1984. Sono racchiusi in due testi e, la frase occhiello del primo corso è “A partire dal momento in cui non c’è parresia, allora tutti sono in preda alla follia del padrone” e quella del 1984 “In quale forma il soggetto che dice la verità si manifesta?”.
      Con i testi sacri e non ma pietre miliari, ognuno ha la sua esegesi preferita e la sua scuola di pensiero, c’è chi ritiene che vadano purificati da contaminazioni (antropologiche, filosofiche, storiche, interpretazioni varie) e chi pensa che senza nessun riferimento a queste discipline extra non saranno mai interpretati adeguatamente.
      Ma quello che tu hai letto è il “the end”, la conclusione di un filosofare durato due anni e il suo addio da filosofo.
      Lo dico per tutti. Non l’ho postato come un post sulla parresia spiegata dall’inizio alla fine, ma come (e qui mi commuovo) il saluto finale che ci ha lasciato Michel Foucault.
      “i preti fan dire a Cristo quello che loro fa comodo”… diciamo che l’85 % dell’umanità ci racconta la verità che fa più comodo a loro, l’85% dei politici, medici, insegnanti, forze dell’ordine, fidanzati, avvocati, fruttivendoli… Anzi, il mondo peggiora ogni giorno quindi saremo ormai all’87%.

2 Trackbacks / Pingbacks

  1. Da Libro a Film - Rispondo ad un Tag ⋆ niente panico
  2. Michel Foucault – Parresia | l'eta' della innocenza

I commenti sono bloccati.