Menti Obnubilate (Cap 6.1 Storia Horror)

 

© Lili Saatchi
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Mettersi dalla parte del carnefice rappresenta una grande tentazione. Tutto quello che il carnefice chiede è che il testimone non faccia niente. Fa così appello al desiderio universale di non vedere il male, di non sentirne parlare, di non parlarne. La vittima (invece) chiede al testimone di condividere il peso della sua sofferenza; domanda azione, impegno, ricordo. Per sfuggire alla responsabilità dei suoi delitti, il carnefice fa qualsiasi cosa sia in suo potere per promuovere l’oblio.
Il segreto e il silenzio rappresentano la sua prima linea di difesa. Se questa fallisce, il carnefice attacca la credibilità della vittima. Se non può farla tacere del tutto, cercherà di fare in modo che nessuno ascolti. A questo scopo, mette in campo una schiera impressionante di argomenti, dalla negazione più spudorata alla più sofisticata ed elegante razionalizzazione.
Dopo ogni atrocità, possiamo aspettarci di udire le stesse scuse prevedibili: non è mai successo; la vittima mente; la vittima esagera; è colpa della vittima.
Se il testimone è isolato, gli argomenti del carnefice sono irresistibili; senza un contesto sociale che sostenga le vittime, il testimone finisce per soccombere alla tentazione di guardare da un’altra parte.
(Patrizia Romito – Un Silenzio Assordante)

breve riassunto e indice altri capitoli    (ps:  è una puntata di un racconto fantasy, anzi horror; le forze dell’ordine hanno tutto il mio rispetto e ammirazione ma nella storia, mi serviva dipingerle così)

Al cimitero, nel giorno del funerale di Zdenka, quando si era sentita chiamare e non sommessamente bensì con un « Nnoorr » potente come un tuono basso e prolungato (ed era anche un vero tuono, nel mezzo dell’acquazzone), si era voltata, solo per curiosità, senza volerci dare tanta importanza.
Era abituata a vedere cose incredibili, le capitava nei sogni lucidi ma ora i confini fra sogno e reale diventavano confusi per tutti e, era pronta a trovarsi davanti qualsiasi cosa e commentarla con un indifferente « vabbè… ».

Invece la meraviglia prevalse. Non era un fantasma, non era un’anima di un trapassato, non era un demone, e nemmeno somigliava ad una creatura angelica. Era una luminosa fiamma blu, blu metano o almeno questa è la tonalità che venne in mente a lei; e solo dopo quando gli occhi le si abituarono a quella luce blu, cominciò a distinguere la figura che conteneva.
Lo sapeva che le persone di quel tipo sono in grado di apparire (nella mente prima che agli occhi) con qualsiasi forma se lo desiderano, perché così fanno nei sogni lucidi, ma le sfuggì un « vabbè » dal significato di un « Ma siamo seri? ».
Perché sopra la testa della statua di un angelo da cimitero stava in equilibrio, una sorta di guerriero blu, con lo sguardo acceso e tre quarti del viso nascosto dalla tagelmust dei tuareg, che lo riparava dalla bora, dalla pioggia e da ogni eventuale riconoscimento. Le stava puntando contro, come fosse la prolunga di un dito che indica, una argentea takouba a doppio taglio, e sembrava una fantasmagorica lode al combattimento. Quel gesto stava per un
« Sì, chiamavo te! ».

Era lei a vederlo, forse perché era un’antenna che captava da oltre il mondo materiale o era stata solo la sua immaginazione? Non lo poteva sapere con certezza e quindi non volle darci peso, perché trattare come reale una banale allucinazione da stress o un micro-sonno di quelli in cui si sprofonda improvvisamente senza accorgersene, può essere pericoloso.

I giorni seguenti trascorsero più o meno normalmente, le notti erano piene di sogni lucidi con esperienze singolari ma quelli le capitavano da tutta la vita e quindi niente di diverso dalla solita routine.

Una sera le arrivò un messaggio minaccioso dal suo ex, “stalker 4” per il suo cellulare, un demone ma di quelli comuni, di razza umana, di quelli che si incontrano quasi ogni giorno nella vita reale, di quelli che come super poteri hanno l’intelligenza subdola e manipolatrice e la malvagità di tipo sadico che riversano sugli altri, usati come pungiball anti stress per dimenticarsi dell’orrore che hanno dentro.

Gliene mandava ancora, di tanto in tanto, probabilmente quando aveva i suoi scoppi d’ira e non trovava nessuno nei paraggi con cui sfogarsi e litigare. D’altronde glielo aveva promesso « Ti farò soffrire come mai nessuno ha sofferto prima » anche se, preferiva immaginarla sconvolta ed impaurita per le denunce strategicamente inventate a tavolino che regolarmente cercava di farle piovere addosso, e siccome era il tipo falso e codardo del “lancio il sasso e nascondo la mano”, le faceva assieme alla nuova preda che aveva manipolato reso succube, convinta dalle sue menzogne tanto che per dimostrargli il suo amore si sarebbe buttata nel fuoco, figuriamoci mentire. Poi, lui, e solo lui, per evitare di farsi scoprire come artefice di una calunnia, la denuncia la ritirava così ne usciva pulito.

Come tutti i manipolatori perversi, voleva provare l’ebrezza del sentirsi forte tanto da suscitare timore e tremore, cosa che con Nor non gli era riuscita e lo considerava un affronto, una sfida. Come osava a non aver paura di lui?

Nell’ultimo messaggio scriveva « Sto arrivando a Trieste e sono armato ». Niente di nuovo, era sempre armato e sennò come avrebbe spaventato il prossimo? Metronotte, ma anche in borghese restava sempre con almeno una delle sue numerose pistole, la portava sotto il giubbino in modo che la fondina fuoriuscisse da sotto, così le persone attorno, notandola, lo avrebbero rispettato. Un malato? Sì, ma anche un grande mistificatore, un abile affabulatore e non se ne accorgeva nessuno; principalmente pericoloso come una mina vagante.

Trieste
da www.elledecor.it

Erano i giorni della regata triestina per eccellenza, la Barcolana, e così le rive, e il centro città venivano inondati da una fiumana di persone. Stavolta Nor non poteva fare finta di niente, soprassedere come al solito; e se fosse arrivato a Trieste armato, rabbioso per l’impossibilità di scoprire dove abitava (non era facile e lo faceva apposta), in mezzo a tanta gente e pure armato? Doveva avvertire la polizia!

Chiamò, e dopo neanche 30 secondi di spiegazione, il tempo per capire che si trattava di una donna che voleva denunciare il suo ex, le fu pregato, se proprio insisteva a farlo e solo perché non glielo si poteva impedire, di presentarsi di persona il giorno dopo e negli orari previsti.
Quella sera svuotò un mobile libreria, lo trascinò davanti alla porta dell’appartamento e lo riempi di nuovo con i libri, in modo da avere una barriera e la mattina dopo, si recò in questura.

La fecero aspettare per delle ore, come per darle modo di cambiare idea e di andarsene. Alla fine trovò qualcuno a cui raccontare l’accaduto. Non vollero neanche vedere il messaggio perché a loro dire non era una minaccia ma un simpatico saluto. Soprattutto non vollero accettare la denuncia che non stava né in cielo né in terra.
« Questioni di questo tipo vanno risolte con il suo avvocato, signora » e in aggiunta « se lo provoca così, se vuole metterlo nei guai, poi qualche violenza se la deve aspettare! »

Nor stava in silenzio, con un’espressione da poker face e intanto pensava, “Quel pazzo potrebbe sparare alla prima persona che mi assomiglia anche se solo di schiena e stanno dando preventivamente la colpa a me?”

Non ascoltavano. « Mi dispiace ma è così e io le ho già spiegato ».
« E se arriva, mi trova e mi spara? ».
« In quel caso ci chiami e arriveremo in due minuti. » Glielo disse il poliziotto più grasso e quest’ultima risposta con tono sicuro e professionale superò di gran lunga la sua capacità di comprensione perché se lo immaginò con addosso la tutina rossa ed aderente di Flash, per niente adatta al suo fisico, mentre correva più veloce del proiettile pur di salvarle la vita.

Non capivano o più probabilmente si fingevano ottusi e sembravano provare più simpatia e senso di protezione per lui che per lei, una delle solite ex ostili ed egoiste.
Con molta disinvoltura mettevano in atto la forma di violenza più subdola, quella  di chi non vuol vedere.
« E adesso ho capito perché in poche denunciano le violenze » disse per terminare la commedia ed andarsene, e aggiunse ma solo mentalmente « perché le menti obnubilate di misogini come voi non glielo lasciano fare » perché erano comunque pubblici ufficiali.

Uscita da lì si mise a camminare per schiarirsi le idee, cappuccio calato sul volto per rendersi irriconoscibile dall’ex che le avrebbe volentieri sparato e molte perplessità su quanto appena successo.
L’assenzio della stella colpiva le menti così?

(to be continued 😉 )
breve riassunto e indice altri capitoli 

grazie della lettura Bloody Ivy

 

 

 

3 Commenti

  1. Interessante, con un po’ di virgole sparse da rivedere ma interessante. Mi chiedo se non sia troppo ostentato il menefreghismo dei pubblici ufficiali, al punto da risultare perfino un po’ artefatto. Succede, eh, per carità, che vi siano atteggiamenti del genere; ma uno che vuole uscirne “pulito” cerca di essere ancora più subdolo, senza rendere la cosa così evidente. Forse potresti rendere più chiaro che le parole dei poliziotti sono filtrate dalla soggettiva di Nor, che esplica quel che pensano e non dicono; ma sono impressioni mie, magari non sono stato attento.

    • eh! sempre queste virgole che vivono di vita propria 🙁
      non so… io pensavo a poliziotti normali, come si dice… “di strada”, non a poliziotti graduati e quindi con cultura e preparazione più raffinata. Ma valuterò la cosa 😉 Nel 2018 ho intenzione di velocizzare la storia con più post e iniziare la seconda stesura. Magari studiandomi prima bene le regole della punteggiatura, va’!

Grazie del commento, torna a trovarmi presto :)