La Vida Es Sueño (Cap 10.1 Fantasy Horror)

© Paolo Carbonaio www.carbonaio.it
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Dreams, after all, are insubstantial things, like mist itself. – Stephen King – The Mist

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«Uhmmm… Divine! Adesso ve le faccio assaggiare!»

«Krow kro – krow kro»

Come ogni sera ma sempre più in fretta e con maggior agilità, nonostante la gamba da zombie post paralisi Nor si era arrampicata fino al tetto. Dal suo balcone era un’impresa da principianti, non ci voleva nulla e l’unico pericolo era scivolare e ritrovarsi seduta a gambe all’aria sul balcone. Si era portata nelle maxi tasche della giacca indossata appositamente una birra gelata, l’apri bottiglie e due pacchetti di noccioline, per fare una sorta di picnic notturno con i suoi nuovi amici, i corvi che usavano come base atterraggio e decollo quel tetto.

Era un po’ che il suo ex non si faceva sentire con quei messaggi pseudo educati, ma reali minacce anche se velate e quindi difficili da provare; però poteva semplicemente essere il momento della quiete prima della tempesta, l’occhio del ciclone. Perché quando non si fanno sentire non significa che si siano dimenticati di te. Così preferiva restare allenata e pronta.

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Non era né spaventata né turbata per “quello lì”, forse indignata, al massimo nauseata.
Ogni giorno poteva morire o scoprire di essere malata. Si era azzardata a parlare degli sbalzi temporali pazzeschi nei suoi sogni con uno, non un vero amico, un conoscente da anni e psicoterapeuta da poco, stavano bevendo una cosa al bar e forse stava cominciando a sentirsi “usato a scrocco”.
«Al massimo mi darà della matta» pensava, e invece, notando la paralisi alla gamba e ascoltato il racconto di qualche sogno aveva escluso problemi psichici (e a Nor era scappato un sorrisino da presa in giro) ma cominciato ad ipotizzare altre cause per i suoi disturbi con il senso del tempo onirico e diurno («Ma non capita a tutti che il tempo mentre si fanno cose piacevoli voli via più in fretta e quello dei momenti brutti non passi mai?», «No!»); per lui la causa più probabile poteva essere un glioma, forse un gliobastoma, il peggiore fra i tumori maligni nel cervello, ma quei sintomi potevano essere causati anche da un’importante lesione in un emisfero cerebrale oppure semplicemente c’era una propensione all’aneurisma cerebrale.
Certo senza esami non si poteva esserne sicuri, e anche Nor concordò che non si poteva essere sicuri su niente, nel raccontare i sogni, nell’uscire con qualcuno, di cosa fosse il tempo.

Se il suo ex l’avesse individuata e se fosse riuscito ad entrare nell’appartamento sicuramente non le avrebbe sparato, era un tipo che voleva schiacciare ma uscirne vincitore a tutti i costi quindi probabilmente l’avrebbe spinta giù dal balcone dopo averla fatta bere (gli ubriachi possono fare gesti inconsulti) per poi mostrarsi dispiaciuto, in lacrime e immacolato. Era ilribaltatoredella verità. Ma in fondo non facevano quasi tutti così in ogni campo? I complottisti, i produttori di anti teorie su politica, medicina, religione, alimentazione e qualsiasi cosa. La gente era pronta a credere a tutto per non credere a niente, e perché lui così bravo nell’arte di rigirare il prossimo come un calzino, non avrebbe dovuto falsificare le cose e crearsi la sua verità?

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Sorseggio a canna la sua birra e si mangiò anche lei un pugnetto di noccioline; le altre le gettò in mezzo ai corvi che si misero a festeggiare.
«Krow krokrow krow kro».

«Prego!

Anche Stalker 1 se ne stava buono da un po’. Dopo messaggi ad acquazzone da ambo le parti dove Nor cercava di spiegare quanto doloroso fosse per una persona scoprire che il compagno mente e tradisce e in risposta riceveva slogan come «tradire è un fatto naturale e se non lo saprà non soffrirà», «viviamo alla grande ogni giorno della nostra vita», e concludeva con «Va bene, ho capito tutto: non ti piaccio più!» dimostrandole che non aveva capito assolutamente niente. Nei giorni seguenti poi, aveva riempito i profili social con sue immagini in versione sportiva per ricevere valanghe di complimenti dai contatti femminili e comunicarle in questo modo un «Hai visto quante ammiratrici ho? A non volermi ci hai rimesso tu!».
Nor aveva incassato. Le davano di quella dalla mentalità chiusa che non ha capito come funziona il mondo e “se la tira”, dell’eccentrica che vuol fare la diversa ma, forse lo era. O c’erano altre signore sui tetti sottostanti, con tanto di birra gelata e noccioline a parlare con corvi e gabbiani?

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Il suo tetto era territorio dei corvi, su altri c’erano i gabbiani e quelli più protetti e riparati li sceglievano per base i colombi. All’inizio era stata accolta con gracchiate infastidite, soprattutto dal più fracassone, lo spaccone della banda ma era bastato parlargli con tono dolce ed era riuscita ad ammansirlo. Erano tutti in gamba, simpatici, chi più chi meno perché ognuno aveva il proprio caratterino ma soprattutto un senso del rispetto e della gerarchia impressionante.

«Kraa, kraw»

«Già! Stavo pensando la stessa cosa».

Era una notte quasi estiva ma anomala perché faceva freddo, un freddo crudele, dissennato, maligno.

Sorseggiò inquieta la birra osservando dall’alto il panorama. C’era qualcosa di sgradevole, nauseabondo, un alone di smog verde luminescente e denso che abbracciava la città.
Come se dell’assenzio avesse traboccato da una una sorgente di acque corrotte sotterrane e la città in quell’atmosfera malata sembrava un luogo di disperazione. Quella nebbia sgradevole che copriva la linea dell’orizzonte dava l’idea della corruzione mentale di chi la respirava. Da quei fumi carichi di verde cadavere riuscivano però a filtrare le luci della città in una policromia di rosso, arancione e giallo e più in alto cominciava il blu tekhelet del cielo e l’oro delle stelle.

Chiuse gli occhi per un profondo respiro.

«Tanto è lo schifo del mondo che il veleno trasuda da tutto e tutti»

«Kraw kraw. Verisimillius et probabilius» rispose assurdamente il corvo.

«Cra cra» gli fece Nor comprendendo di essersi addormentata e già entrata in un sogno lucido dove i corvi abitualmente discorrono in latino. Provò a lanciare un grido per svegliarsi, e la prima cosa che le venne in mente da urlare fu il nome della sua amica.

«Zdenka!!!!»

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grazie della lettura Bloody Ivy

6 Commenti

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