La Peste, Albert Camus (Le 4 Stagioni)

"Io ne ho abbastanza della gente che muore per un'idea, non credo nell'eroismo, so che è fin troppo facile e ho scoperto che uccide. A me interessa che gli uomini vivano e muoiano per ciò che amano." La Peste, Camus
Albert Camus

«(…) Tutti dicono: “È la peste, abbiamo avuto la peste.” Poco ci manca che vogliono una medaglia. Ma cosa vuol dire la peste? È la vita, punto e basta.»

Il bello di avere un blog mio è poterci scriverci recensioni e analisi sui libri dal mio punto di vista strettamente personale e strampalato, senza che nessun capo redattore mi blocchi. Quello che a me, anche se soltanto a me, la lettura del romanzo mi ha dato, comunicato, fatto apprendere.
Leggere saggi, è come ascoltare lezioni e prendere appunti, cioè si legge sottolineando le frasi chiave (a linea retta, ad ondine, a zig zag a seconda dell’importanza) ci si pensa un po’ e il pensiero finale lo si scrive come nota a margine. E finisce lì.
Invece con certi e sempre più rari romanzi, la lettura è molto più complessa e quindi intrigante. Intanto è in 3D, come le immagini negli stereogrammi che non si vedono subito ma bisogna andarle a cercare cambiando il punto di messa a fuoco, cioè il punto di vista.

Il libro letto è di un autore famos(issim)o, Albert Camus (1913, Algeria – 1969, Francia), Premio Nobel per le sue opere di narrativa e saggistica filosofica nel 1957. È il romanzo “La Peste” (1947 – in lingua originale francese, 1948 prima edizione italiana).

Si trovano buone recensioni per ogni dove e quindi scrivo qui semplicemente quello che è passato per la testa a me.

L’epidemia di peste raccontata nel romanzo è una metafora, un’allucinazione linguistica. Una profonda riflessione sul male che arriva, opprime, fa sentire senza scampo e non dà un senso a quel che capita. L’argomento del libro è la lotta contro il male, ogni tipo di male però è facile pensare che Camus stesse descrivendo un male incontrato di persona anni prima, nella seconda guerra mondiale quando si era introdotto nella Francia occupata partecipando alla resistenza. La peste brune era il soprannome dato al nazismo, sia per il colore delle camicie sia perché era un’ideologia mortifera che si era diffusa al pari di una pandemia.

Il Male non viene mai debellato del tutto ma resta latente in attesa dell’ambiente propizio a una nuova esplosione, può capitare a ciascuno di noi di contagiarsi con pensieri malati e contribuire a diffondere la piaga di un ideologia letale.

Le ultime righe del romanzo sono affidate a Bernard Rieux, medico protagonista della storia ma sono adatte anche come dedica, introduzione e come forte avvertimento per quelli che verranno, affinché stiano all’erta perché basta un momento di debolezza, un attimo di disattenzione, e quando nessuno se l’aspetta la peste infetta.

Rieux decise allora di redigere il resoconto che qui si conclude, per non essere fra coloro che tacciono, per testimoniare a favore degli appestati, per lasciare almeno un ricordo dell’ingiustizia e delle violenze che erano state fatte loro, e per dire semplicemente quel che si impara durante i flagelli, che ci sono negli uomini più cose da ammirare che cose da disprezzare.
Ma sapeva tuttavia che questa non poteva essere la cronaca della vittoria definitiva. Poteva essere soltanto la testimonianza di quel che si era dovuto fare, e che contro il terrore e la sua arma instancabile forse avrebbero ancora dovuto fare, nonostante le lacerazioni personali, tutti gli uomini che, non potendo essere dei santi e rifiutando di accettare i flagelli, si sforzano tuttavia di essere dei medici.
(…) sapeva (… ) 
che il bacillo della peste non muore né scompare mai, che può destare per decenni addormentato nei mobili e nella biancheria, che aspetta pazientemente nelle camere da letto, nelle cantine, nelle valigie, nei fazzoletti e nelle carte, e che forse sarebbe venuto il giorno in cui, per disgrazia e monito agli uomini, la peste avrebbe svegliato i suoi topi e li avrebbe mandati a morire in una città felice.”

La storia è ambientata ad Orano (Algeria) e inizia nella primavera di un indefinito 194*. Rieux, il medico in un giorno di primavera trova un topo morto sulla soglia di casa ma non ha tempo per preoccuparsene, deve accompagnare la morte malata a curarsi fuori città.

Orano (Algeria)

A questo punto si converrà che nulla poteva far prevedere ai nostri concittadini gli incidenti che si produssero nella primavera di quell’anno e che furono, lo capimmo in seguito, come i primi segnali di cui intendiamo fare la cronaca. Tali avvenimenti sembreranno naturalissimi a qualcuno e a qualcun altro, invece, inverosimili”.

L’epidemia fa capolino in primavera e la quarantena termina a febbraio, un ciclo stagionale completo che (secondo me) ha una corrispondenza con la sensibilità degli abitanti di Orano. Le 4 stagioni sono quattro tappe che hanno una corrispondenza al modo con il quale ordinariamente si arriva alla conoscenza delle cose; sono insomma una metafora, ma d’altronde tutto il romanzo lo è.

Il male si presenza a primavera, primus ver, l’inizio, con i topi che muoiono e gli uomini che si ammalano. Lo si percepisce, lo si intravede ma non appare chiaramente e a piena luce così le persone faticano a crederci.

Si entra nell’estate, “il sole si piantò nel cielo”. La città è in quarantena e i primi caldi coincidono con l’aumento vertiginoso delle vittime. Non si intravede più, è lapalissiano e non servono altre spiegazioni: è epidemia.
“… tutti questi cambiamenti erano così straordinari e si erano prodotti con una tale rapidità che non era facile considerarli normali e duraturi. Il risultato era che continuavano tutti a mettere in primo piano i nostri sentimenti personali”.
“…più che vivere galleggiavano, in balia di giorni senza direzione e di ricordi sterili…”
Con l’estate la peste mostra tutta la sua ferocia trasformandosi dalla forma bubbonica alla forma polmonare, più contagiosa e letale.

In autunno c’è l’assimilazione, la completa presa di coscienza di quel male che si è interiorizzato. “Factum infectum fieri nequit”, il fatto non può considerarsi come non avvenuto.
Autunno, auctum è la stagione della maturità è il tempo della maturazione.
C’è chi si rivela peggiore di quel che era prima dell’epidemia e chi migliore. La sensibilità di tutti diventa più acuta e quindi dolorosa; la città in quarantena è prostrata sotto la peste.

“Io ne ho abbastanza della gente che muore per un’idea, non credo nell’eroismo, so che è fin troppo facile e ho scoperto che uccide. A me interessa che gli uomini vivano e muoiano per ciò che amano.”
La Peste, Camus

L’autunno serve ad educare la memoria, affinché non si dimentichi. Si medita, si è coscienti che da un momento all’altro quella peste può prendere chiunque e ogni giorno è il giorno dei morti. Gli abitanti di Orano in quarantena provano la sofferenza profonda di tutti i prigionieri, in un clima di sofferenza indistinta, indecifrabile nel quale sono immersi, ed è apparentemente assurda.
Rieux cerca di combattere il morbo aiutato da Tarrou un giovane ex studente di giurisprudenza che gli confida: “… diciamo che soffrivo già della peste ben prima di conoscere questa città e questa epidemia. Il che significa che sono come tutti gli altri. Sennonché ci sono persone che non lo sanno, o che si trovano bene in questa condizione, e persone che lo sanno e che vorrebbero uscirne. Io ho sempre voluto uscirne.”
Gli uomini si ritrovano ad affrontare la realtà del male; male che si può provocare o subire.

Inverno.
“Il Natale di quell’anno fu più la festa dell’Inferno che quella del Vangelo”
In quella festa che un tempo accomunava tutti, ricchi e poveri, ora c’era spazio solo per rari pranzi solitari e ignobili che pochi privilegiati pagavano a peso d’oro…”
“Le chiese erano piene di lamenti più che di azioni di grazie.”

L’inverno è un insieme di rigore e di introspezione. Tutti i rumori sono attutiti. Il silenzio dell’inverno è un invito a guardarsi dentro; è un educazione all’interiorità. Chi entra nel silenzio si concentra, entra nel centro delle cose, va all’essenziale. Si entra nel cuore delle cose quando se ne riconosce la struttura.
“… che quel mondo senza amore era come un mondo morto e che arriva sempre il momento in cui non se ne può più delle prigioni… e si implora un volto umano”.

E il freddo e la luce invernale puliscono la città.

Per giorni interi il suo immutabile, gelido splendore inondò la nostra città di una luce ininterrotta.”

L’aria gelata si fa pura e la peste comincia a calare, più in fretta di quanto fosse lecito sperare.
Quella malattia sembra andarsene com’era venuta: senza un motivo, una spiegazione.

Si aveva solo l’impressione che la malattia si fosse esaurita da sé o che si ritirasse”.

Plague, 1898, Arnold Böcklin. Tempera on wood

L’introspezione serve per vedere e conoscere la struttura di una cosa per poi considerarla nell’insieme delle relazioni che essa intesse con la totalità delle altre cose. Per capirla e studiarla. “La cosa” è la peste brune, la metafora usata da Camus, un’ideologia del male che infetta la mente dell’uomo, inquina l’umanità propagandosi come un’epidemia.
Chi ama la concentrazione ama il silenzio, e fissa nella memoria le cose da ricordare.
Per Camus il male e l’assurdo che ne scaturisce esistono dalla creazione dell’umanità in una forma o in un’altra, un disagio profondo, un’ingiustizia dolorosa o l’oppressione di una dittatura. Dal male, non possiamo liberarci definitivamente perché è intrinseco alla nostra esistenza, come il bacillo della peste non muore né scompare mai; per questo dobbiamo essere vigilanti per riconoscerlo alle prime avvisaglie e tentare di controllarlo prima che si trasformi in un tremendo flagello.

grazie della lettura Bloody Ivy

¸¸.•*¨*• vi prego, per cortesia: commenti sul romanzo ok, su bene e male metafisici ok ma su partiti e politici NO!!! che, non mi interessano e li evito, per l’appunto, come la peste, grazie.
Le cose da dire su questo romanzo sarebbero molte ma, chissà, magari in futuro.

9 Commenti

  1. Permettimi di farti i complimenti per la recensione, mi ha dato una grande gioia scoprire che questo, che considero fra i più meravigliosi e potenti romanzi di sempre, è ancora in grado di ammaliare ed affascinare. L’ho letto all’età di vent’anni vivendolo in ogni singola parola, centellinandolo ogni sera perché non volevo che finisse, assimilandolo fino a ritrovarmici dentro. E soprattutto correndo in libreria perché all’epoca la Bompiani presentò il cofanetto con i diari di Camus, e volevo leggere i suoi appunti durante la lavorazione del romanzo. Che sono belli quasi quanto il romanzo ^_^
    “La peste” lo considero ancora fra i tre romanzi migliori che io abbia mai letto, quindi sentirlo recensire con così tanta passione non può che farmi piacere 😉

    • è scritto in modo semplice, con frasi brevi (almeno… letto in italiano) ma quel che vuol trasmettere non è né semplice né sbrigativo da assimilare. Va meditato.
      grazie del commento a te e grazie a Camus per i lavori che ci ha lasciato.

        • le 4 stagioni non mi sono capitate in testa a caso, sono la sequenza di ogni apprendimento: percezione, estasi, assimilazione e introspezione. E Camus che ha scritto saggi di filosofia non poteva non saperlo.
          Sì, quel che scrive ti penetra sotto pelle come un farmaco che poi lentamente e costantemente rilascia i suoi “principi attivi” 🙂

          • in realtà è stato attento in ogni dettaglio. proprio l’altro giorno ho letto una recensione del romanzo da una blogger dottoressa in medicina, perché pur trattandosi di una metafora è stato corretto perfino nel descrivere la malattia quindi… chissà che appunti e riflessioni avrà scritto nei diari che accompagnavano la scrittura del libro!!

    • grazie! mi ha colpito davvero molto il romanzo che dice e racconta sotto mentite spoglie ma le sensazioni che vuol trasmettere sono quelle.
      Era dargli una piccola metafora in cambio di quelle più importanti e profonde che ha usato lui. 🙂

Grazie del commento, torna a trovarmi presto :)

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