KOINE’ il dialetto degli ateniesi

koinè

KOINE’ come andò che il dialetto degli ateniesi diventò la lingua franca di greci, fenici, egiziani, macedoni, siriani…

Ai tempi di Socrate e Platone il greco, come lingua, era un qualcosa d’astratto, poiché sebbene esistesse un’area grecofana, nel concreto si parlavano una miriade di dialetti, uno per città e quindi uno per stato, dato che città e stato nella mente e nell’idioma dei Greci significavano la stessa cosa. I Greci si sentivano tali in quanto si sapevano non barbari. L’amor patrio si provava solo verso la propria città. C’era in loro un’incapacità consustanziale di pensarsi qualcosa di più che cittadini e il senso civico per la propria polis era la vera virtù come l’agnosticismo politico era considerato un’immoralità. Erano orgogliosi, insomma, di potersi impicciare degli affari politici della propria polis. La polis ideale –scriveva Aristotele– è quella dove tutti si conoscono, almeno di vista. Per questo motivo, con l’aumentare della popolazione non s’ingrandiva la città ma si offriva un buon pretesto a figli illegittimi, nobili poveracci, artigiani arricchiti e ad altri che non godevano dei pieni diritti di cittadinanza di far fagotto e imbarcarsi, volenti o nolenti, per andare a fondare una nuova colonia. L’idea del greco, come lingua, quindi esisteva soltanto per contrapporla in blocco al resto delle altre lingue, quelle dei barbari.

In tale clima fazioso, nella Grecia classica, nessuno pensò mai di costruire strade che collegassero una polis all’altra. Perché un Ateniese visiterebbe uno Spartano o viceversa? Gli Spartani erano sì greci, ma di ceppo dorico e quindi a detta degli Ateniesi di razza ionica, dei beceri conservatori, con una retrograda politica oligarchica, una costituzione scopiazzata da quella di Creta, una cucina disgustosa (il famoso brodetto nero a base di sangue di porco e aceto che, per gli Spartani poco interessati ai tintillamenti del palato, corroborava) e, soprattutto, dalle guerre messeniche in poi, preparati dallo Stato alla guerra con la mentalità dei martiri kamikaze.
Platone diceva che Sparta non era una città bensì un enorme accampamento militare al centro del Peloponneso. Di contro gli Ateniesi passavano per borghesi infrolliti, corrotti dalle comodità della democrazia e dai cavilli burocratici, tutti filosofia, teatro, arte, saponi e manicaretti culinari. Dei Tebani poi, un po’ tutti in Attica, dicevano che erano dei “gran beoti” e non ci sarebbe stato niente di male visto che Tebe era la città più importante della Beozia, ma pronunciavano “beota” sottintendendo “grullo!”. Questa mentalità razzistica fu il concime per la fioritura di tutti i numerosi dialetti, sotto-dialetti e dialettini locali. Quattro però erano quelli che facevano da base a tutti i sottogruppi: ionico-attico, eolico, greco occidentale, arcado-cipriota.

Nike di SamotraciaNaturalmente, non esistendo una lingua parlata comune, non ve n’era neanche una letteraria. A volte c’era l’impiego di una specifica varietà dialettale per un determinato genere. La lirica corale era a base dorica mentre la prosa filosofica e storica era per la maggior parte a base ionica. Innumerevoli però erano le particolarità. Il tebano Pindaroper le sue odi preferiva il dorico al beota; Esiodo, nato anche lui in Beozia, adoperava per i suoi poemi il dialetto ionico. In ionico scrisse anche il “padre della storia” (cioè colui che per primo la mise per iscritto), Erodoto, seppur nativo della dorica Alicarnasso; AlceoSaffo, poeti lirici, cioè scrittori di canzoni a solo per la lira, componevano nel loro dialetto locale, il lesbico. Ippocrate, colui che staccò la medicina dalla religione (prima ci si curava a suon d’esorcismi, riti strani e portando preziosi ex voto al tempio di Asclepio, dio della medicina) per congiungerla con la filosofia (dalla padella alla brace), seppur nativo della dorica Coo, rinomato centro termale, scrisse il suo Corpus Hippocraticum, cioè i suoi studi d’anatomia, fisiologia ecc., nel dialetto ionico. C’era in realtà un qualcosa in grado di mettere d’accordo tutti i Greci e cioè i poemi di Omero: l’Iliade e l’Odissea. Quando, fra la metà dell’VIII secolo e la metà del VII, si diffuse la scrittura alfabetica in Grecia, i poemi omerici furono la prima cosa che si pensò di scrivere per salvarli dall’arbitrio degli aedi ai quali piaceva “ricamarci” sopra.


La lingua dell’epica omerica era a base ionico-attica ma interpolata alternativamente da diversi dialetti, dall’eolico ad altri dialetti greci orientali. Quest’esperanto greco fu un efficace strumento di comunicazione transdialettale. Non a caso l’oracolo più interpellato del mondo greco, quello di Apollo in Delfi, dava i suoi responsi in esametri, nella lingua dell’epica omerica invece che nel dialetto locale. E il dialetto ateniese cominciò ad affermarsi sugli altri. I motivi sono individuabili. Innanzi tutto l’apogeo culturale di Atene, ma ancor più il dilagare di una passione che prenderà piede anche fra i Greci d’oltre mare: il teatro. Quello di Atene, dedicato a Dionisio, era di pietra e se ne stava arroccato sull’Acropoli in modo che dalle gradinate si avesse una spettacolare vista mare. Invidiato, tutte le città, anche quelle della Magna Grecia, prima fra tutte Siracusa, ne vollero uno così. La patria delle tragedie, delle commedie, delle satire politiche, restava in ogni caso Atene e questi generi teatrali continuarono a comportare l’uso del dialetto attico ateniese. Così la parlata delle parodie mordaci di Aristofane, delle trame aggrovigliate di Euripide (che per portare sbrogliare le sue intricatissime storie faceva arrivare in scena il deus ex machina, cioè un dio che con i suoi divin poteri rimetteva tutto a posto), delle tragedie di Sofocle, diEschilo, di Frinico(pesantemente multato per aver commosso troppo il pubblico con il suo “Il sacco di Mileto”) ecc. diventò familiare alle orecchie dei Greci. Potenza del teatro!

Plutarco racconta che quando i Siracusani catturarono la spedizione ateniese capitanata da Nicea, arrivata in Sicilia per contrastare il potere di Siracusa e proteggere il mercato del grano prodotto nell’isola ed indispensabile ad Atene, si salvarono solo quei soldati capaci di recitare a memoria qualche brano del tanto ammirato Euripide. A collaborare alla diffusione dell’ateniese ci fu anche l’egemonia politica di Atene all’interno della Lega di Delo. La lega era formata da città ioniche in funzione anti persiana e la lingua usata da tutti gli alleati fu quella della città egemone, Atene appunto. La vittoria degli Ateniesi di Milziade contro Dario a Maratona (490 a.C.), l’eroico tributo di sangue spartano alle Termopili che permise agli abitanti dell’Attica di riparare al sicuro, e alla flotta ateniese di Temistocle di prepararsi allo scontro contro Serse a Salamina (480 a.C) e infine nella primavera seguente la decisiva vittoria di Platea, segnano l’affermarsi di un’ideologia dell’identità nazionale greca contro il nemico comune, il Persiano. Fu amor patrio transeunte! Il sentimento misantropico di ogni polis verso l’altro, che continuava a bollire in pentola, dal 431 al 404 a.C. si sfogò in episodi di vera e propria pulizia etnica nella guerra civile dei Greci, la guerra del Peloponneso.
La meglio la ebbe Sparta che inflisse ad Atene la decisiva secca batosta nella battaglia navale di Egospotami (405 a.C.) ma tradendo e cioè alleandosi con il Barbaro, Ciro di Persia. Filippo di Macedonia, che da giovane restò a Tebe due anni come ostaggio (legandosela al dito visto che poi ci ritornerà per imprigionare tutti i Tebani e venderli come schiavi), apprese dai greci tattiche militari e cultura che poi vorrà adottare nel suo Regno. Qui abbiamo la prima uscita del dialetto ateniese fuori dal mondo greco. Senza dubbio si può dire che con Filippo la Macedonia si ellenizza e l’attico diventa lingua di corte e della burocrazia. Filippo si proclama campione dell’oracolo di Delfi e lascia trasparire tutta la sua ammirazione (e qualche senso di inferiorità) verso la cultura greca. Inoltre, per sovrintendere all’educazione del suo rampollo, chiamerà un filosofo greco, Aristotele, nato a Stagira ma che aveva frequentato ad Atene la scuola di Platone e che quindi filosofeggiava in attico.
donne-e-dee-fra-mito-e-leggende-antica-grecia-L-zB0HW8Il “maestro di color che sanno” insegnerà ad Alessandro finché questi non diventerà re. Di una cosa Aristotele non riuscì a convincere il suo alunno, e proprio della –a suo dire- più lapalissiana delle evidenze: la superiorità dei Greci sui Barbari. D’altronde per i Greci i Macedoni erano makedònes, buzzurri montanari e Alessandro s’impegnò a dimostrare al suo maestro di cosa un re di un popolo di pastori pecorai potesse essere capace. Conquistò il conquistabile e per lui fu una passeggiata. L’avanzata di Alessandro si compì in tre sole grandi vittorie: la battaglia di Granico (334 a.C.), la battaglia di Isso (333 a.C.) e quella di Arbela (331 a.C.). Con esse assoggettò la Persia, la Siria, la Fenicia, l’Egitto. Poi anche ciò che è l’odierno Afghanistan e l’India (non seppe neanche lui “quanta”, però arrivò alla foce del fiume Indio). Se già Filippo aveva cominciato a realizzare il suo disegno macedone sulla Grecia, fu Alessandro che volle l’unificazione dei Greci e di tutti gli altri suoi domini. Sentì così la necessità di una lingua a carattere sopranazionale che non poteva essere quella dei conquistatori macedoni, scelse quindi quella già parlata a corte e nella quale era stato educato: il dialetto ateniese.

L’ateniese venne così denominato dai suoi utenti “koiné ellenica” o dialetto comune. La koiné si diffuse velocemente fra i Persiani perché, come capitale del suo immenso regno Alessandro Magno scelse Babilonia. Subito, per un fenomeno ben noto agli studiosi del linguaggio, la koiné si sdoppiò in due qualità. La forma più alta, quella direttamente derivata dal dialetto ateniese standard, segno di prestigio culturale che rimaneva invariata fra gli “alti papaveri” delle corti d’Egitto, della Siria e di tutta l’Asia Minore, nonostante l’ampiezza della diffusione geografica. E poi la varietà popolare, la lingua del commercio, della navigazione, dell’esercito, su cui la pressione conservatrice della corte e della burocrazia non riuscì a farsi sentire, che si arricchì di coloriture ed influenze nuove e dinamiche. Alessandro Magno cercò una sincera fratellanza ecumenica fra vincitori e vinti. Fece istruire con la cultura greca migliaia di giovani barbari, ordinò che soldati ed ufficiali macedoni si accasassero con donne persiane, riuscì a togliere il cipiglio razzistico dei Greci nei confronti degli altri popoli e persino a far cadere il presupposto della distinzione dei sessi, riconoscendo alla donna diritti che prima le venivano negati. Ma il caso ci mise lo zampino e nel 323 a.C., poco più che trentenne, improvvisamente Alessandro morì. Il suo regno se lo spartirono i diadochi. E’ vero che i nuovi grandi monarcati (di Siria, Egitto, Macedonia e Pergamo) furono raramente in pace fra loro, ma ciononostante al loro interno la koiné e tutta la cultura ellenistica continuarono a circolare. Koiné ellenica, cultura e filosofia ellenistica sono tre fili di canapa della stessa gomena e dove si diffuse uno ci furono anche gli altri. Non fu solo una lingua franca o una cultura o un’idea filosofica a diffondersi ma un globale ideale di grecità senza più i pregiudizi di superiorità etnica e quindi pronto alla fusione di altre esperienze civilizzatrici. Fu poi la grecità ad inglobare le altre culture e non viceversa. Il perché andrebbe studiato in maniera approfondita. Per un modesto confronto con gli altri popoli prendo ad esempio Babilonesi, Ebrei ed Egiziani. I Babilonesi erano, come diremmo oggi, superstiziosissimi. I loro sapienti, i magi, studiavano principalmente l’astronomia, ma l’uso era improntato per lo più ad interpretare il futuro. Le energie mentali degli Ebrei, invece, erano tese alla massima adesione al loro testo sacro, scostarsi da esso era anatema. Gli Egiziani eccellevano in calcoli matematici ma per scopi essenzialmente pratici (misurare piramidi e le terre bagnate dalle piene del Nilo). Ai Greci, invece, i numeri piacevano come costruzione razionale, per arrivare al vero. I loro dei non avevano dettato testi sacri; l’unica frase che valeva per tutti era quella scritta sull’architrave del tempio delfico: “Conosci te stesso!”. E il loro modo di interpretare la realtà quindi si è sempre basato su un’indagine introspettiva attraverso le categorie logiche del retto pensiero. Questa loro forma mentis li rendeva più predisposti di altri popoli ad elaborare le nuove idee ed esperienze con l’incontro di più civiltà. Dopo Alessandro, i fieri cittadini delle polis falcidiati in sudditi senza diritto di rendersi politicamente utili dovettero inventare virtù etiche che non coincidessero più con quelle civiche. Per Aristotele e Platone sarebbe stata impensabile un’etica non finalizzata alla buona politica; ora, la curiosità della filosofia si espande negli studi morali. E’ il tempo di Epicuro, che nel suo Giardino accoglierà le prime donne ad insegnare filosofia. E’ il momento degli stoici che proclamano l’ignoranza come l’unica schiavitù e che avranno fra le loro file due importanti filosofi come lo schiavo Epitteto e l’imperatore Marco Aurelio.

Tolti i pregiudizi razzistici lo straniero interessa e i Greci copiosamente iniziano ad emigrare verso l’Oriente. Mercenari a frotte, filosofi a schiere, mercanti a branchi, ma anche avventurieri, attori, artisti e scienziati si trasferiscono,tutti fiduciosi in un futuro migliore nel nuovo mondo. I nuovi colonizzatori costituiscono città dove le leve del potere sono subito prese dai Greci, ma assieme a loro vengono ad acquartierarsi una moltitudine variopinta di individui confluiti da una molteplicità di patrie. Le città diventano multietniche. La moneta di Alessandro fa da valuta internazionale e la koiné greca da lingua franca. Lingua e moneta comuni invogliano i viaggi e dischiudono nuovi orizzonti di lavoro. Le corti dei nuovi sovrani attirano artisti, letterati, filosofi. I pellegrini non procedono più come forestieri per contrade ignote e pericolose e si arricchiscono, tornando dalle sedi oracolari e riferendo i responsi previo pagamento. Viaggiano architetti, ingegneri e medici. Ovunque si vada si parla la stessa lingua, si hanno le medesime norme di diritto, si paga con la stessa moneta, e templi e ginnasi sono sempre simili fra loro. La koinè diffusa per ogni dove contribuisce a tenere amalgamata in un’unicità culturale – l’ellenismo-, tutta l’area delle conquiste di Alessandro. La koinè è così la grande lingua franca non solo della politica e della classe dirigente che nel suo seno annovera Greci o persone profondamente ellenizzate, ma anche quella degli emmigranti Greci e Macedoni che si spostano in Oriente in cerca di fortuna. Lingua, tecnica, arte e tutte le costumanze dei Greci sono assunte come modello in tutte le regioni orientali, dall’Egitto all’India. Alessandria d’Egitto diviene il principale centro di assimilazione e di irradiazione della nuova cultura. Nella sua biblioteca che racchiude il sapere libresco universale operano le menti più fini del tempo attendendo allo studio antico dei testi letterari del passato e in particolare all’edizione dei poemi omerici. Nel 146 a.C. la Grecia unita alla Macedonia diventa provincia romana, eccetto Atene e Sparta alle quali fu permesso di continuare a governarsi con le loro leggi; ma anche in questo caso la Graecia capta influenzerà i costumi del fiero vincitore.

Bloody Ivy

questo mio articolo era apparso su una specie di forum, sito di storia antica, che ormai non esiste neanche più

8 Commenti

      • Beh, mi interessa tutto ciò che è lingua o linguaggio, ciò che attiene alle koine’ poi è doppiamente interessante nella sua complessità. Poi è chiaro che leggo volentieri ciò che è scritto in modo non accademico . Ciao

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