In the Cold November Rain

Per piovere, piove proprio bene, a dirotto e a sentire le previsioni del tempo sarà un novembre annacquato. Non so ancora se solo da pioggia o anche da ulteriori impegni (che potrebbero iniziarmi a giorni e davvero non cosa sperare) o guai (vorrei una vita senza imprevisti ma solo con belle sorprese e invece, cavoli, ogni giorno c’è un problema nuovo di zecca, uffa!).

Con questo post allungo la storia “PROCUSTE” e termino il primo capitolo, diciamo così, “in prima stesura”. Il tempo che riesco a dedicare al blog è poco (e in settimana saprò se i momenti liberi mi daranno più respiro o si restringeranno) anche se mi piace davvero tanto scrivere sul blog e passare a leggere quel che combinano gli altri blogger, italiani e stranieri che seguo.
E… niente… accontentiamoci del tempo che c’è.
Buona settimana ✿ ❀ ✿
Bloody Ivy

Io invece continuo a pensare e valutare il come e il perché si voglia ingannare e si possa detestare tanto qualcuno da arrivare a compiere certe azioni. Mi calo nella parte malvagia di quella persona, cercando di ragionare allo stesso modo, lottando con le sue passioni, fino ad assumere le sue motivazioni. È l’empatia, un meccanismo emozionale che ci fa capire gli altri come se fossimo noi stessi e poi si va avanti per intuizioni, cioè idee campate per aria che danno molto fastidio agli avvocati. Perché per la ricerca della verità, quella di serie A, vanno analizzati i più piccoli dettagli, per fare in modo che le tracce colleghino il fatto a chi l’ha commesso ed è uno spreco di forze e tempo, una cosa poco pratica da fare che, come ho già detto, non interessa più.

Però, attivare in questo modo i miei neuroni a specchio è anche un modo per comprendere gli altri (senza star a socializzare con finti sorrisi che sembrano smorfie congelate e frasi fatte come nei cartigli dei cioccolatini) perché nessuno è buono finché non sa quanto possa essere cattivo avendone la possibilità e l’occasione anche se solo virtuale. Così, quando le mie intuizioni sono più forti e chiare e ciò mi capita nella zona di mezzo, al risveglio, con lo stato fluttuante della coscienza ancora agganciata a quanto incontrato nei sogni, indago, entrando nella mente manipolatrice del predatore per verificare la correttezza delle ipotesi scritte nei fascicoli che mi hanno dato da leggere per avere un’opinione in più anche se anomala come può essere la mia.
Per me le coincidenze non esistono e nulla capita in quel determinato tempo e in quello spazio per caso, figuriamoci sulla scena del crimine. Lo diceva anche un filosofo; in realtà spiegava che Dio è il primo motore immobile, l’atto puro che tutto muove pur non essendo mosso ma, praticamente intendeva la stessa cosa seppure usando altre parole.

Nella zona di confine, come nei sogni, quelli lucidi, che poi sono gli unici che riesco a ricordare, non si comunica a voce ma è come captare frequenze, onde di pensieri, stati d’animo, intenzioni… e quindi, in questa situazione ondivaga è molto più semplice immedesimarsi con gli attori dei crimini. Difficile da spiegare il motivo, a maggior ragione perché non l’ho capito nemmeno io. Inutile provare a farlo, perché di questi tempi, per abitudine, tutti mentono a tutti e il loro alibi collettivo è « Fanno tutti così » quindi, nessuno mi prenderebbe sul serio.

Una volta del tutto sveglia mi alzai. Solita routine mattutina e caffeinata, lavata, pettinata, truccata, per non perdere altro tempo infilai il braccio fra le ante dell’armadio che come il braccio meccanico della macchinetta dei pupazzi agguantò il primo pezzo di stoffa che riuscì a recuperare. Un abitino giallo catarifrangente; non un acquisto mio, quel giallo “luce di faro” sarebbe stato esagerato anche per me. Però ce lo avevo nell’armadio e del resto chi se ne importava.

Accettavo tutto quello che mi passavano le amiche, ciclicamente in preda ad attacchi di shopping ossessivo compulsivo. Riuscivano a comperarsi di tutto e poi, finita la crisi e riacquistato il lume della ragione, se ne vergognavano e lo regalavano a me.
Così, grazie alla loro sindrome da acquisti risparmiavo in vestiti che, erano davvero l’ultimo dei miei interessi.

Salutai le gatte socchiudendo dolcemente gli occhi e loro ricambiarono allo stesso modo.
Uscii per farmi inghiottire dalla città.

Mi incamminai verso il solito bar, da Zdenka, cercando di mantenere un’espressione innocente e serena, quella che assumevo in pubblico nei momenti in cui mi serviva la più alta concentrazione e sforzo mentale ma non lo volevo dare a vedere.

Passo dopo passo, cercavo con la mia volontà, di comandare alla gamba di muoversi e mi dovevo concentrare come se la muovessi con la telecinesi ma ci stavo riuscendo e il passo sembrava persino elegante da tanto l’andatura era lenta.

Dopo dei mesi assurdi trascorsi con un invalidante herpes zoster che se ne andava e poi tornava come gli piaceva, senza motivo né spiegazione, e che mi aveva immobilizzato la gamba destra e sdoppiato la vista, ero convalescente e fiduciosa perché la cosa più importante è rifiutarsi di essere una vittima e reagire.

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grazie della lettura, di Procuste
Bloody Ivy