I Nomi dei Personaggi nei Racconti e nei Romanzi

© Tom Stewart/CORBIS

Mentre si sta leggendo una storia, un racconto, un romanzo,  si mormorano tante volte i nomi dei personaggi principali, e non importa se la lettura è solo mentale, ugualmente il loro nome arriva dentro la testa del lettore. Così i nomi dei personaggi sono le sostanze primarie a cui viene associato tutto il resto, tutta la storia, come i granelli di sabbia per le perle, nelle ostriche.

★★★★★★★★

Vorrei avere più concentrazione, calma e tempo.
Vorrei non tediare i lettori incredibili (per seguirmi bisogna esserlo) del blog postando sempre soltanto puntate della storia che sto scrivendo (e che avrei già terminato se solo riuscissi ad occuparmene per più di un post alla settimana).
Poi capita a fagiuolo (notare l’eleganza della pronuncia con la U) la settimana Bleah! .
Le giornate Bleah! prosciugano il tempo trasformandoti nel Bianco Coniglio trafelato e sempre in ritardo di Alice. Non hai nemmeno il tempo per pensare al plot della storia ma, “i bleah! che non ti ammazzano ti fortificano” (pseudo Nietzsche) e come muse i bleah! ti suggeriscono nuovi post.

Allora con questo post divago dalla storia ma con un argomento non così peregrino e che potrebbe interessare ai tanti blogger che come me giocano ad inventare e scrivere storie, e magari nei commenti ci rimedio qualche consiglio utile o un punto di vista inedito che farebbe comodo anche a me.

La domanda provocatoria é: “Che cos’è un nome? Ciò che noi chiamiamo con il nome di rosa, anche se lo chiamassimo con un altro nome, serberebbe pur sempre lo stesso dolce profumo?” (pseudo Shakespeare).
Naturalmente sì nella realtà, ma nelle storie, racconti o romanzi che siano? Dipende.

Per me i nomi dei personaggi sono molto importanti. Un po’ come nella cultura degli Indiani dove il nome veniva scelto in base allo spirito e poteva cambiare più di una volta nel corso della vita. Spesso il primo nome si basava sugli eventi legati alla nascita. Per esempio SANUYE (Miwok) cioè “nuvola rossa al tramonto” poteva essere ricondotto alla particolare nuvola rossa durante il tramonto presente alla nascita della bambina.

Se durante la vita avveniva un evento importante, una situazione particolare il capo tribù e a volte lo sciamano potevano far cambiare il nome all’indiano dandogli un significato più appropriato.

Così in una storia inventata e ambientata fra gli Indiani…

con i personaggi maschili chiamati ABOOKSIGUN (algonchina) “gatto pazzo”, AMITOLA (Sioux) “arcobaleno”, CHEVEYO (Hopi) “spirito guerriero”, ENAPAY (Sioux) “senza paura”, GOYATHLAY (Apache) “colui che sbadiglia”, KISECAWCHUCK (Cree) “stella del mattino”, LIWANU (Miwok) “ringhio d’orso”, OCUMWHOWURST (Cheyenne) “lupo giallo”, TEETONKA (Sioux) “parla troppo”, TOCHO (Hopi) “leone di montagna”, WAMBLI-WASTE (Dakota) “aquila buona” – e i personaggi femminili chiamati ADSILA (Cherokee) “fiore”, CHEPI (algonchini) “fata”, CHUMANI (Sioux) “goccia di rugiada”, HONOVI (Hopi) “cervo forte”, KALISKA (Miwok) “coyote che insegue cervi”, NADIE (algonchini) “saggia”, NAMID (Cheyenne) “stella che balla”, SHESHEBENS (Cheyenne) “piccola papera”, SITALA (Miwok) “di buona memoria”, TAIGI (Omaha) “ritorno di luna”, WAKANDA (Sioux) “in possesso di poteri magici”, WINONA (Dakota) “primogenita”.

per renderla davvero verosimile, quel nome andrebbe motivato.

Anche io, nel mio piccolo mondo, ho aggiunto alle mie gatte Primula e Margherita due nomi indiani: “coda che frulla” (quando è felice) e “grandi orecchie” (per l’udito sopraffino).

Tornando alle vostre storie, come scegliete i nomi dei personaggi? Nomi che vi piacciono particolarmente? Che ritenete appropriati? Che rappresentino personalità e il destino dei personaggi? Cercate di far buon uso dei nomi scelti?

Heȟáka Sápa (Lakota) “cervo nero”
(tradotto malamente in “alce nero”)

I miei personaggi si chiamano Celestina, Nor, Zdenka, Jole, e poi c’è Socio Blu e vari stalker senza nome, dove basta il titolo e un numero, per non creare troppa confusione.
Per ora non penso di cambiarli ma… non prevedo il futuro.

Sono nomi non troppo banali, per non far sorgere il sospetto che siano stati scelti a caso e quindi anche l’identità dei personaggi lo sia. I nomi evidenziano i soggetti dell’azione e sono un punto di riferimento per il lettore all’interno della narrazione.

Da un nome scaturiscono diverse associazioni. Per esempio, Zdenka si usa sia in Slovenia che in Croazia. Quindi la scelta di un personaggio dal nome Zdenka per una storia ambientata a Trieste è un modo per arricchirla del bagaglio culturale di “città di confine” con varie etnie da sempre integrate (volevo chiamarla come la mia maestra delle elementari, Nevenka, ancora molto attiva su FB ma, vista la morte per attacco cardiaco nella storia, mi pareva indelicato). La stessa cosa vale per Jole, Iolanda, un nome comune da queste parti e che brilla di triestinità.
Nor è il soprannome scelto dallo stesso personaggio, può essere abbreviazione di Nora, Eleonora, Leonora, Lenora, Norina ma questo non è importante. Nor lo è, un nome che entra a far parte della struttura stessa del racconto per il suo significato. Nor, la traduzione di “né”, “nemmeno”, “neppure”, indica la difficoltà di etichettare il personaggio.

Il nome Celestina l’ho voluto per il colore, nella storia il blu (tekhelet) ha un connotato particolare, e il personaggio se non blu almeno celeste in qualche modo lo rispecchia. Così per Socio blu.

Ogni nome non è un semplice flatus vocis, un modo di dire senza alcuna conseguenza; non è un’energia qualsiasi (sonora o solo mentale, dipende dal tipo di lettura), ma è una realtà simbolica che porta in se stessa, la presenza di quel personaggio e tuttavia non lo esaurisce.

E se nome e natura del personaggio sono intrecciati, potrebbe cambiare il nome modificandosi (evolvendosi) la psiche del personaggio? Come per gli indiani… Beh io scrivo per divertirmi a sperimentare e in questi giorni appunto ci stavo pensando.

Si può giocare con i personaggi come fa Paul Auster nelle sue storie dove persone del mondo reale con i veri nomi entrano ed escono di scena dal romanzo. In Città di vetro l’autore del libro è anche un personaggio della storia, anche se non il narratore onnisciente.

© Erin McGuire

Non è una autobiografia e, anche se piena di riferimenti a se stesso, è un romanzo che inizia come una detective story e prosegue con digressioni filosofiche e letterarie per rivelarsi un inquietante gioco di scatole cinesi fra due mondi, quello reale e quello del romanzo.

L’idea non è sicuramente nuova, basti pensare al Sommo Poeta e i personaggi della sua Divina Commedia, ma resta un espediente narrativo valido.

Un crossover fra due universi paralleli (un po’ come Morgan che da The Walking Dead è passato a Fear the Walking Dead restando lo stesso personaggio… E sì, io guardo quelle robacce con gli zombi).

Scegliere i nomi dei personaggi di una storia, almeno per me, non è mai una questione secondaria e anzi, in alcuni casi la scelta può avere addirittura un’importanza strutturale.

Fissata con i nomi dei personaggi? Può darsi, in fondo anche io mi sono scelta il nome da blogger, un nome che è un programma di vita, Bloody Ivy. 🙂

grazie della lettura Bloody Ivy