Guareschi – Diario Clandestino 1943-1945

guareschi

da Giovanni Guareschi
Diario clandestino (1943 – 1945)
Editore BUR

(…) Accadde dunque che io, come milioni e milioni di altre persone, mi trovai invischiato nell’ultimo grosso pasticcio che ha rattristato il nostro disgraziatissimo mondo.
Adesso io non ricordo bene come siano andate le cose: chi partecipa a una guerra di solito ha un sacco di cose da fare nel piccolissimo settore a lui affidato, e non ha quindi possibilità di tenersi aggiornato sull’andamento generale della faccenda. Perciò non sa se sta vincendo o se sta perdendo e, alla fine, se ha vinto o se ha perso la guerra.

Inoltre il pasticcio risultò così grosso e così complicato che oggi, a quasi cinque anni di distanza dalla fine, la gente sta ancora litigando per mettersi d’accordo su chi ha vinto e su chi ha perso, su chi aveva torto e su chi aveva ragione. Su chi erano gli alleati e su chi erano invece i nemici. Ci furono dei nemici, infatti, che si trovarono improvvisamente alleati, degli alleati che si trovarono nemici. E, alla parte esterna, si aggiunse la parte politica interna e l’annessa guerra civile che fecero schierare i padri contro i figli, le mogli contro i mariti, il nord contro il sud, l’est contro l’ovest, tanto che lo storico obiettivo che voglia effettivamente fare della storia onesta dovrebbe limitarsi a scrivere: «In un mondo di pazzi, i più pazzi furono vinti dai più pazzi». Appunto perché gli uni erano più pazzi degli altri e gli altri erano più pazzi degli uni.

Io, insomma, come milioni e milioni di persone come me, migliori di me e peggiori di me, mi trovai invischiato in questa guerra in qualità di italiano alleato dei tedeschi, all’inizio, e in qualità di italiano prigioniero dei tedeschi alla fine. Gli anglo-americani nel 1943 mi bombardarono la casa, e nel 1945 mi vennero a liberare dalla prigionia e mi regalarono del latte condensato e della minestra in scatola. Per quello che mi riguarda, la storia è tutta qui.
Una banalissima storia nella quale io ho avuto il peso di un guscio di nocciola nell’oceano in tempesta, e dalla quale io esco senza nastrini e senza medaglie ma vittorioso perché, nonostante tutto e tutti, io sono riuscito a passare attraverso questo cataclisma senza odiare nessuno. Anzi, sono riuscito a ritrovare un prezioso amico: me stesso.
Dopo di che uno capisce come io, scritto il diario, dovessi bruciarlo: nomi, fatti, responsabilità, considerazioni di carattere storico e politico, tutto è stato bruciato e doveva bruciare assieme alle cartelle del diario. Per venire alla mia storia, dirò che io assieme a un sacco d’altri ufficiali come me, mi ritrovai un giorno del settembre 1943 in un campo di concentramento in Polonia, poi cambiai altri campi, ma dappertutto la faccenda era la stessa dei campi di prigionìa, ed è inutile insistervi perché chi non è stato in prigionìa in questa guerra, ci è stato nell’altra o ci andrà nella prossima. E se non ci è stato o non ci andrà lui, ci saran stati suo figlio, o ci andranno suo figlio, o suo padre, o suo fratello, o qualche suo amico.

L’unica cosa interessante, ai fini della nostra storia, è che io, anche in prigionìa, conservai la mia testardaggine di emiliano della Bassa: e così strinsi i denti e dissi. «Non muoio neanche se mi ammazzano!». E non morii. Probabilmente non morii perché non mi ammazzarono: il fatto è che non morii. Rimasi vivo anche nella parte interna e continuai a lavorare. E, oltre agli appunti del diario da sviluppare poi a casa, scrissi un sacco di roba per l’uso immediato. E così trascorsi buona parte del mio tempo passando da baracca a baracca dove leggevo la roba appunto di cui questo libriccino vi dà un campionario. La roba che, nelle mie intenzioni d’allora, doveva essere scritta e servire esclusivamente per il Lager e che io non avrei mai dovuto pubblicare fuori del Lager. E invece, trascorsi alcuni anni, fu proprio questa l’unica roba che mi è parsa ancora valida. E, disperse al vento le ceneri del Gran Diario, ho scelto nel pacchetto di cartaccia unta e bisunta qualche foglietto, ed ecco il “Diario clandestino”.

Il quale diario, come dicevamo, è tanto clandestino che non è neppure un diario, ma secondo me potrà servire, sotto certi aspetti, più di un diario vero e proprio a dare un’idea di quei giorni, di quei pensieri e di quelle sofferenze. Perché è l’unica roba valida, sicuramente valida che possa oggi essere pubblicata. E l’unico materiale autorizzato, in quanto io non solo l’ho pensato e l’ho scritto dentro il Lager, ma l’ho pure letto dentro il Lager. L’ho letto pubblicamente una, due, venti volte, e tutti lo hanno approvato. (…)

giovguareschi

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Postero mio diletto, (…) I colonnelli sognano?

Sì: i colonnelli sognano come i comuni mortali di complemento. E sognano tutto quanto può sognare un comune mortale di complemento.

Non esiste nel regolamento restrizione alcuna al riguardo dei sogni, e non è raro perciò il caso di colonnelli in Servizio Permanente Effettivo i quali sognano addirittura angeli. Angeli dai capelli d’oro e dalle ali azzurre, angeli che scendono dal cielo planando dolcemente come gli angeli sognati dai poeti e dai fanciulli, ma che, atterrando davanti ai colonnelli, si mettono sull’attenti con uno schiocco di tacchi secco e preciso. Takk!

Se esistono, nel nostro o nell’altro mondo, creature mortali o immortali che (per ragioni tecniche e artistiche) debbono camminare scalze, queste sono proprio gli angeli. Ma è tale e tanto, nei colonnelli, l’amore per lo schiocco, che gli angeli stessi (quando intervengono nei sogni di qualche colonnello) non trascurano mai d’infilarsi un buon paio di stivali corredati – nel caso specifico di angeli di cavalleria e d’artiglieria – di robusti e tintinnanti speroni. E si presentano sempre così, con un formidabile schiocco di tacchi.

Orbene, postero mio diletto, sapendo quale importanza i colonnelli annettano allo schiocco, tuo padre, anima gentile, trovandosi in quotidiano contatto con un vecchio colonnello, poteva trascurare il particolare dello schiocco?E lo schiocco fu appunto la mia maggiore preoccupazione d’allora, tanto più in quanto ben sapevo che, solamente con una adeguata serie di buoni schiocchi, avrei potuto sfatare la leggenda della mia “scarsa attitudine militare”. Ma il destino mi fu sempre avverso.

Cambiai tre paia di stivaloni e sei paia di speroni: feci blindare i tacchi, richiesi il parere autorevole d’un pedicure e di un maniscalco, presi ripetizioni private da un ex maresciallo di cavalleria, studiai lungamente davanti allo specchio, feci un calco in gesso dei miei piedi per meglio comprenderne l’impostazione, mi allenai, studiai con amore, ma all’applicazione pratica, era come se i miei tacchi fossero di gelatina di pollo e i miei speroni di burro: Ploff….

E ogni ploff accendeva nel nobile viso del signor colonnello una smorfia di dolore.

La prova più tremenda – e si ripeteva due volte ogni giorno – era quella della mensa. Allora non soltanto il signor colonnello era spettatore della mia miseria, ma un intero consesso di brillanti ufficiali.
Entravo nella sala e, appena mi avvistavano, si faceva silenzio di tomba e gli occhi erano tutti sopra di me, e le orecchie erano tutte tese. Salutavo col braccino graziosamente levato, come era prescritto allora, e battevo i tacchi con disperata forza.

Come se un pezzo di burro cadesse in un mucchio di farina: Ploff…

Il signor colonnello scuoteva il capo sospirando e tutti riprendevano a mangiare mentre io vedevo accendersi sopra la testa d’ognuno dei presenti una di quelle nuvolette famose dei giornali per bambini e, dentro ogni nuvoletta, era scritto a caratteri fiammeggianti: “Scarsa attitudine militare”.

Mi misi d’accordo con un sottotenente effettivo abilissimo negli schiocchi, il quale sedeva al posto più vicino alla porta.
Io sarei entrato e, mentre salutavo, lui avrebbe schioccati di tacchi di sotto il tavolo. Ricorsi cioè al doppiaggio, ma, dopo due sole prove, abbandonai l’impresa: la prima volta lo schiocco avvenne un buon minuto dopo del mio scatto; la seconda lo schiocco avvenne mentre io stavo ancora camminando.
E così continuai i miei ploff, e il signor colonnello ne soffriva come se, ogni volta, gli conficcassi uno spillone nel cuore.

Ploff! Ploff! Quante volte udii il dannato, vergognoso ploff?

Ma una mattina d’autunno, mentre io ero “nei ranghi” in mezzo al cortile d’una caserma, squillò l’attenti e – come dicevo al principio della mia storia – accadde qualcosa di meraviglioso.
I miei tacchi cozzarono e si udì uno schiocco formidabile: Takk!
“Finalmente!”, esclamai trionfante.
Poi guardai i mei piedi e tutto fu chiaro, e io mi sentii meno trionfante: non calzavo più i soliti stivali, ma due zoccoli con suole di legno alte sei centimetri.

Ero prigioniero.

Fu così, postero mio, proprio così. E la prossima volta ti racconterò come ci arrivai, nel cortile di quella grande caserma polacca.

Nel frattempo saluta la mamma, la nonna e la Carlottina, e fa il bravo a scuola, e impara a contare fino al numero 6865. Che poi sono io,

tuo padre.
Lager XB – Sandbostel – 1944

guareschilager

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Signora Germania, tu mi hai messo fra i reticolati, e fai la guardia perché io non esca.
E’ inutile, signora Germania: io non esco, ma entra chi vuole. Entrano i miei affetti, entrano i miei ricordi.
E questo è niente ancora, signora Germania: perché entra anche il buon Dio e mi insegna tutte le cose proibite dai tuoi regolamenti.
S
ignora Germania, tu frughi nel mio sacco e rovisti fra i trucioli del mio pagliericcio. E’ inutile, signora Germania: tu non puoi trovare niente, e invece sono lì nascosti documenti d’importanza essenziale. La pianta della mia casa, mille immagini del mio passato, il progetto del mio avvenire.

E questo è ancora niente, signora Germania. Perché c’è anche una grande carta topografica al 25.000 nel quale è segnato, con estrema precisione, il punto in cui potrò ritrovare la fede nella giustizia divina.
Signora Germania, tu ti inquieti con me, ma è inutile. Perché il giorno in cui, presa dall’ira, farai baccano con qualcuna delle tue mille macchine e mi distenderai sulla terra, vedrai che dal mio corpo immobile si alzerà un altro me stesso, più bello del primo. E non potrai mettergli un piastrino al collo perché volerà via, oltre il reticolato, e chi s’è visto s’è visto.
L’uomo è fatto così, signora Germania: di fuori è una faccenda molto facile da comandare, ma dentro ce n’è un altro e lo comanda soltanto il Padre Eterno.
E questa è la fregatura per te, signora Germania.

Baracca 18 – Lager di Beniaminowo – 1944