Feuilletton e Tartine

Questo post è una risposta a Gianni con un grazie per aver segnalato ai suoi lettori il mio blog.

GIANNI chiede: “Uh, giusto, come ti anticipai (o almeno credo di averlo fatto) ho citato il tuo racconto on line, presto – tempo permettendo – ne farò uno speciale sui racconti (on line). Da quel che ho capito dal tuo modo di scrivere hai in testa un’intero pentolone di idee, che viene fuori dall’aver letto mille libri (e giustamente direi) e questo pentolone, che ribolle, ha bisogno di essere impiattato.
Comunque la domanda te la faccio: perché si scrive on line?

Però forse non ho capito bene quel che intendeva con la sua domanda, sarà il caldo, la stanchezza e le giornate comunque sempre troppo incasinate.

Perché si scrive on line?” è una domanda un po’ troppo vaga in un epoca dove on line si scrive praticamente ogni cosa, lista ingredienti delle ricette compresa, perché così gli amici possono suggerire e i quaderni sono oggetti ormai old style, quasi vintage.
Penso intendesse chiedere il perché si scrive on line qualcosa ancora in fieri.
Io lo faccio per un tenue bisogno di feedback [mi basta un like o un “bello” o un “ma che è ‘sta roba?” tanto per capire come è meglio continuare] e per una spiccata voglia di tradizionalismo perché anche nei tempi andati si pubblicava ancora in fieri, magari non on line ma sui quotidiani. Lo scopo era simile, stesso fine: poter far leggere il proprio lavoro non ancora terminato e quindi non ufficialmente pubblicato da nessun editore, contemporaneamente a molti lettori. E questo si faceva anche molto prima di Internet.
Sto parlando dei feuilletons.

E… Perché non pubblico sul formidabile Wattpad, il posto dove si è letti e commentati da altri scrittori provenienti da tutto il mondo, il luogo dove di regola è più facile farsi notare da editori, intendo quelli veri, seri ed importanti? Anche su Wattpad si può pubblicare il proprio romanzo in una volta sola oppure mentre è ancora in fase di realizzazione, a puntate [a tartine, come le chiamo io per usare un termine non tecnico ma decisamente alla Bloody Ivy].
Perché non nei gruppi sui social composti da scrittori-lettori nei quali sono stata invitata e ringrazio davvero lusingata ma dove per ora non partecipo, non interagisco [e mi sa che prima o poi mi sbatteranno fuori]?
Per ora no. Per serietà! Magari un giorno.

Perché non ho materiale già pronto “da servire” se non post con pezzi di capitoli [praticamente tartine] e mi secca tremendamente far perdere del tempo a persone che si mettono a leggere, ad analizzare il testo e poi a consigliarmi quasi come un editor. Con il tempo non si scherza, né con il proprio né con quello degli altri. Su certe piattaforme si richiede attenzione e ci si aspetta commenti accurati, professionali e costruttivi. Ancora non me li merito.
Il mio blog NIENTE PANICO invece, è un ritrovo “alla buona”, come fra amici in birreria. Non faccio marketing, al limite consiglio qualche libro ma solo perché ne sono convinta e in tasca non me ne viene niente, neanche campioncini omaggio. Spero soltanto di riuscire ad offrire bei post, tartine anche se ancora hanno bisogno di una controllata, potatura e ricucitura l’un all’altro.

Non posso chiedere di più per ora, non per la storia horror che sto inventando e scrivendo così, come tante tartine.

Certo, ho in mente una linea strategica in funzione della quale procedere, ma per il momento, a chi passa a leggermi i post sto servendo soltanto “tartine”, spero buone, belle, saporite, simpatiche e creative ma tartine, cioè piccoli post.
Cerco di scrivere horror, perché è l’ambiente nel quale mi trovo più a mio agio [Così è (se vi pare)].
Inoltre, una storia piena di eventi soprannaturali, demoni, mostri, lupi, naiadi, amadriadi, folletti irlandesi o dei nordici, non è necessariamente una infinita menzogna ma anzi può rivelarsi un mezzo che ti dà nuovi modi di raccontare idee e concetti altrimenti troppo astratti.

Scrivere e pubblicare on line così, tartina dopo tartina [ok, mi sta venendo una fame dell’altro mondo!!!], non è necessariamente una cosa che non va fatta e soprattutto non è cosa nuova. Prima dei blog e di internet queste storie si chiamavano feuilleton, “fogliettini” perché non erano più lunghi di una pagina di un libro e uscivano a episodi su quotidiani o riviste, in genere la domenica.

Old vintage typewriter, close-up.

Diventeranno i romanzi d’appendice e qualcuno come James Joyce chiamava la sua storia Work in progress perché era in fondo una prima stesura abborracciata e subito pubblicata puntata dopo puntata. Poi venivano riviste, risistemate e trasformate in libri, alcuni diventati famosi [Le avventure di Pinocchio, I tre moschettieri, I misteri di Parigi, Sandokan, Madame Bovary, I fratelli Karamazov, Delitto e Castigo, Il signore di Stechlin, Il Circolo Pickwick… e spero sia inutile fare i nomi degli autori].
Perché pubblicavano in questo modo? Perché era una moda anzi, un genere letterario anche se indubbiamente pensato per un pubblico di massa e comunque i giornali pagavano i loro scrittori da feuilleton e quindi era un modo per guadagnarsi da vivere. Perché potevano tastare i lettori delle loro storie in fieri e assecondare i loro gusti.
Certo, a pubblicare a puntate sul giornale che cercava così di vincolare i lettori bisognava stare attenti e accontentare i lettori.
Misery, “Misery non deve morire” di Stephen King insegna.

E sicuro scrivere on line? Beh, le cose stanno migliorando.
Le ultime leggi sul trattamento dati personali e privacy [General Data Protection Regulation ormai famoso come GDPR] tutelano anche se ai più sembra non interessare visto che si dà il consenso a far conoscere e poi usare i dati a cani e porci [che brutta espressione però!] con app, e giochini vari.
Le leggi sul copyright poi, assicurano vincita e risarcimento e basta una querela per farsi pagare [niente male!] i danni. La data certa che si ha pubblicato per primi è l’elemento chiave del diritto d’autore, la smoking gun, la prova inconfutabile che vince su tutto.

Di questi tempi si fa sempre più attenzione a questo tipo di comportamenti, compresi i commenti che vengono lasciano sui siti e profili social e ci sono persone che non aspettano altro di trovarsi offese e derubate di discorsi, articoli e quant’altro perché, dicono, è un modo giusto e legale per togliere questo malcostume nonché “arrotondare” lo stipendio, praticamente uno stile di vita.
In realtà, “in medio stat virtus” traducibile in questo contesto con “il troppo stroppia” ma equilibrio e buon senso non appartengono alla storia naturale nostra specie umana, temo.

Quindi, ripeto, io scrivo on line per sperimentare, per conoscere i followers [grazie!] e giocare, con molto rispetto si intente perché sono i miei miti, a fare come i grandi scrittori che pubblicavano a tartine [feuilleton] da Collodi a Dostoevskij a Dickens… Fantastici, inimitabili, supersonici!

E, buona settimana di vacanza
Bloody Ivy