Nives (cap 13.6 storia horror)

Aggiungo questo video, perché mi piace e mi pareva un ottimo sottofondo da usare leggendo il post 13.6.
Post breve perché il tempo libero mi si dissolve improvvisamente da un momento all’altro e non so come fare!?!!
Oggi a Trieste c’è stata la Half Marathon, quella corsa che ha suscitato gran scalpore perché qualcuno voleva vietarla ai corridori africani.
Grazie al Cielo non è stato così ed è arrivato primo un ruandese, nonostante il freddo e soffiasse un po’ di bora (lo dico perché magari non era abituato a questi climi come invece, la prima arrivata, bielorussa, probabilmente lo era).
E visto che mi sento particolarmente elettrizzata oggi (è la bora, ha un effetto taumaturgico ma solo sui triestini), ricordo che sto scribacchiando abbozzi di una storia che mi piacerebbe diventasse horror e se in questo post c’è anche un prete alle prese con un esorcismo è per lo stesso motivo per il quale ci metto portali temporali e altro. Insomma, non è mia intenzione suggerire interpretazioni eretiche di questa o quella religione e nemmeno mancare di rispetto; magari mi piacerebbe spaventare un pochino, questo sì, sennò scriverei puntando verso altri generi. Ma è il mio blog, ci scrivo per rilassarmi una volta alla settimana. Lasciatemi giocare!

NIVES Cap 13.6 (Storia Horror)

(…) e non veniva da un altro mondo bensì proprio da questo, di cui egli abitava ora l’altra faccia: non si trattava di un Aldilà, perché nella vita c’è un solo e unico mondo, il quale tuttavia presenta numerosi – anzi innumerevoli – aspetti e fenditure, e certo, ora, il suo era un po’ diverso dal mio.
Gustav Meyrink, L’angelo della finestra d’Occidente

Era un vecchio prete e anche se le energie non gli mancavano riusciva a vivere come se stesse per morire da un momento all’altro, e ciò gli dava l’opportunità di capire cosa significasse vivere per davvero, senza paura.

L’aspettava fuori dal portone, tremava come un eroinomane.
«Pensavo si fosse scordato di me» Glielo sibilò con una voce tanto dolce quanto falsa e uno sguardo che sembrava un abisso di malvagità.
«Iniziamo subito, Nives. Entra.».
Entrò passandogli accanto per andarsi ad accomodare sulla vecchia sedia vicino al tavolo-scrivania. Poco dopo, il mondo invisibile, quello normalmente inaccessibile ai sensi se non con l’intelletto diede prova di essere lì tramite l’odorato, perché fu come essere vicini ad una solfatara. L’alitus diaboli, puzza di uova marce, urina di gatto e carne in putrefazione, l’odore nauseabondo che spesso i posseduti si portano addosso, le due gocce di profumo dell’ospite che ci tiene a marcare il territorio e far accorgere della sua presenza.

Iniziò subito con il segno della croce, prima su se stesso e poi su Nives e il gesto sembrava bruciarle come se l’avesse aspersa con l’acqua santa; poi proseguì con le preghiere in latino, le litanie ai Santi anche quelle della Chiesa Ortodossa e preghiere copte, aggiungendo strane invocazioni e comandi secchi rivolti a demoni e dybbuk, «In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti» e che avrebbero costretto il vescovo a fermarlo se le avesse ascoltate e per questo quando si incontravano gli diceva solamente «Fai pure, continua padre Ivan, ma il come non è necessario farmelo sapere perché so di potermi fidare di te».

Serio perché consapevole delle sue azioni ma con la tranquillità e la sicurezza dell’esperto, continuava nell’esorcismo, mentre a Nives stava per capitare quello che succede ad un vulcano quando erutta. Tremava, sudava, arrossiva, si gonfiava e dagli sguardi che gli lanciava, dentro quel corpo stava ribollendo e risalendo una tremenda rabbia pronta ad esplodere.
Era seduta sulla sedia, non era legata perché padre Ivan era consapevole della forza con la quale aveva a che fare e che nessuna corda o catena avrebbe fatto la differenza così la stava manteneva seduta ferma e terrorizzata mostrandole un crocifisso ortodosso a tre barre traversali dove sulla prima era impresso il titulus crucis, il tetragramma biblico.

«Quod tibi nomen est?»
Dalla bocca di Nives uscì un grido furente che sembrava arrivare da un profondo pozzo tanto rimbombava la eco.
Padre Ivan nonostante ciò era rimasto tranquillo e umile; abituato da una vita a scacciare demoni dai corpi posseduti e avendo combattuto ben altre battaglie, sapeva che non c’era niente di pericoloso per quelle anime, solo tanto fumo e poco arrosto, perché questo era la possessione.
Continuò con altre preghiere silenziose, dette quasi solo con il labiale.
«Quale è il tuo nome? Smetti di maltrattare questa persona e vattene!»
«Ma tu credi che qualche cosa accada nel mondo senza il Suo permesso?»

“Suo” fu detto sibilando e quella era una domanda trabocchetto, da perfetto manipolatore stile Genesi “Ma è vero che Dio vi ha detto…?”, e l’ignorò.

«Quod tibi nomen est?» mentre mentalmente chiedeva a Dio la grazia di guarire Nives.
«Procuste. E siamo sette».

puntate precedenti

★★★ grazie della pazienza ★★★ Buon Calendimaggio ★★★
Bloody Ivy