Camus e i vari Punti di Vista ne ‘La Peste’

Albert Camus

Che tipo di narratore usate per le storie che state scrivendo? E, soprattutto, di un tipo solo?

Post breve perché la settimana è stata lunga e pesante: troppe festività, e io un buon carattere in grado di reggere alla confusione delle feste… (a Natale e Capodanno mi renderò misteriosamente irreperibile; lo so, è da maleducati ma è inutile spiegarsi alle persone non ti ascoltano).

Leggo per imparare, e per tutte le idee, “e se anche io provassi a fare così?”, che potrebbero balenarmi in testa leggendo. È da un po’ che penso se e come cambiare il narratore della storia in fieri che nei momenti liberi provo a scrivere, esattamente da quando quest’estate ho letto e recensito La Peste di Albert Camus.

Albert Camus nel suo romanzo usa più narratori e li cambia in modo disinvolto, così si può leggere la storia dal punto di vista del narratore onnisciente, da quello del dottor Bernard Rieux che, come si legge verso la fine del romanzo, si dichiara autore della cronaca dei giorni dell’epidemia, da quello dei singoli personaggi principali e per mostrare e illustrare quello che accade nell’ambiente circostante usa stratagemmi perfettamente riusciti come articoli di giornali, dialoghi fra altri personaggi, discorsi sentiti alla radio.

Le cinque sezioni in cui è articolato il romanzo iniziano tutte con una visione d’insieme della città e dell’epidemia, narratore onnisciente, per poi diventare il punto di vista della voce narrante principale (Rieux).

Il dottor Rieux, in quanto medico, è il più adatto a descrivere la diffusione della peste e le condizioni dei malati ma non può essere presente a tutti gli episodi che Camus vuole raccontare.
Camus vuole dei personaggi a tutto tondo, altri narratori, nei quali ci si possa immedesimare e così partecipare alla disperazione della città chiusa in quarantena.

Sir Alfred Joseph Hitchcock

Camus inizia i capitoli con il narratore onnisciente e in qualche caso entra lui stesso in scena, intervenendo in prima persona, per spiegare meglio e guidare il lettore. A me, ma è un’idea del tutto personale, ha ricordato un po’ Hitchcok quando appare con un “good evening, ladies and gentlemen!” e con qualche frase introduce la nuova puntata e poi chiude il telefilm con “good night!”.

Questo ad esempio, è il brano all’inizio del sesto capitolo, Camus stesso diventa narratore scrivendo “sia consentito al narratore di giustificare”. A me è piaciuto molto e quindi ne suggerisco la lettura.

«La parola “peste” era stata pronunciata per la prima volta. Giunti a questo punto del racconto, lasciamo Bernard Rieux davanti alla finestra e sia consentito al narratore di giustificare l’incertezza e la sorpresa del dottore giacché la sua reazione fu, con qualche lieve differenza, quella della stragrande maggioranza dei nostri concittadini. Benché un flagello sia infatti un accadimento frequente, tutti stentiamo a credere ai flagelli quando ci piombano addosso. Nel mondo ci sono state tante epidemie di peste quante guerre. Eppure la peste e la guerra colgono sempre tutti alla sprovvista. Era stato colto alla sprovvista il dottor Rieux, come lo erano stati i nostri concittadini, e questo spiega le sue titubanze. E spiega anche perché fosse combattuto tra la preoccupazione e la fiducia. Quando scoppia una guerra tutti dicono: “È una follia, non durerà.” E forse una guerra è davvero una follia, ma ciò non le impedisce di durare. La follia è ostinata, chiunque se ne accorgerebbe se non fossimo sempre presi da noi stessi. A questo riguardo, i nostri concittadini erano come tutti gli altri, erano presi da se stessi, in altre parole erano umanisti: non credevano ai flagelli. Dal momento che il flagello non è a misura dell’uomo, pensiamo che sia irreale, soltanto un brutto sogno che passerà. Invece non sempre il flagello passa e, di brutto sogno in brutto sogno, sono gli uomini a passare, e in primo luogo gli umanisti che non hanno preso alcuna precauzione. I nostri concittadini non erano più colpevoli di altri, dimenticavano soltanto di essere umili e pensavano che tutto per loro fosse ancora possibile, il che presumeva che i flagelli fossero impossibili. Come avrebbero potuto pensare alla peste che sopprime il futuro, gli spostamenti e le discussioni? Si credevano liberi e nessuno sarà mai libero finché ci saranno dei flagelli.
Anche dopo che il dottor Rieux ebbe ammesso davanti all’amico che alcuni pazienti erano inaspettatamente morti di peste, per lui il pericolo rimaneva irreale…..»

Camus si presenta apertamente al lettore, entra nella storia come narratore perché il suo protagonista, il dottor Rieux non ha ancora compreso del tutto la situazione.
Offre una specie di riepilogo e chiave di interpretazione di quanto sta accadendo nella storia.
Insomma, nel romanzo non ha deciso per un solo punto di vista; vuole che il lettore riesca a calarsi nella vicenda umana, immergersi nelle varie tragedie individuali dei protagonisti che compongono le tessere del mosaico di una catastrofe collettiva; così usa sdoppiamenti di prospettiva e diversi narratori.

Il flagello della peste, subdola e fatale è una metafora, di un’ideologia altrettanto mortifera (“La Peste” è del 1947). Solo guardando il romanzo come metafora (beh, ogni cosa nel mondo andrebbe guardata come se fosse una metafora di qualcos’altro per non restare insensibili buzzurri) diventa evidente ed esplicito il sommerso e acquista un nome (nazismo) e in ultima analisi, un senso.
Ma senza allungare ulteriormente questo post, perché ormai sto vaneggiando dal sonno.
Ridomando: quando scrivete, che tipo di narratore preferite usare?

grazie della lettura, Bloody Ivy

14 Commenti

  1. Buongiorno!
    La peste di Camus è una tentazione forte, per me. Un libro che ho regalato a molti. Ho anche scritto di Grand, sul mio blog, perché Grand é l’unico uomo che resiste al flagello, che non si fa ossessionare dal flagello, perché ha cose più importanti a cui pensare. E cosa c’è di più importante di un flagello durante un flagello? Niente, direbbero tanti, praticamente tutti. Ma non Grand che, per questo motivo, riesce anche a essere utile agli altri.
    Ma torniamo alla tua domanda. Io penso che ci sono storie corali, che si impongono da sé perché ruotano attorno a un argomento forte (nel caso di Camus, la peste) e storie leggere, che in sé non hanno forza (tipo le storie di Salinger, Holden per esempio). In questo secondo tipo di storie la sincerità e la capacità dello scrittore di scavare dentro di sé è il cuore di tutto. Perché, se è sincero fino in fondo, finisce per parlare di tutti parlando in fondo di sé. Come se racchiudesse l’universo in sé, come se fosse una monade di Leibniz. Tu lo leggi e capisci te stesso, perché ti vedi nelle cose che racconta, e capisci anche gli altri. È un modo doloroso e faticoso di scrivere, quello di Salinger, che infatti a un certo punto non pubblicò più nulla perché non voleva più essere letto. Però rimase uno scrittore.
    È inutile dire che io sono più uno scrittore del secondo tipo, che però ama Camus, Dickens (più corale di lui non ce n’è) & c. Li ama perché loro sono se stessi raccontando quelle storie. E magari anch’io un giorno avrò voglia di raccontare una storia corale. Le storie corali che comprendono le storie singole e insignificanti dei vari Holden e Grand di questo mondo sarebbero il massimo, per me.

    • trovato Grand
      mi permetto di inserirlo qui perché potrebbe interessare a molti.
      Grazie del commento. Perdona la risposta in due righe, ma il tempo…. Sì, Grand in particolare non è solo un personaggio a tutto tondo ma dà l’idea di una monade. Di ogni personaggio se ne potrebbe fare uno spinn off che vive di vita propria (di cinema ne capisco poco, si capisce?).
      Adoro lo stile di Dickens 😉

  2. Bello! Camus ha sempre presente “l’altro”- ideologicamente e metaforicamente…lui stesso è “straniero” –
    È lui il coro dei suoi romanzi e dà voce ai personaggi come una sorta di prisma poliedrico…
    Troviamo il razzismo il nazismo l’emigrazione.
    Quanto mai attuale fa parte dei.libri che tutti dovrebbero leggere per ricordarsi da dove proveniamo.

    • sì, anche questo è vero, per metafora parla degli emigranti ma all’incontrario, cioè di quelli separati dalla quarantena dentro la città ma che provano la lontananza e il distacco dalla patria rimasta fuori. Un nobel per la letteratura più che meritato!
      grazie

  3. Narratore esterno nascosto, che si limita a raccontare i fatti, questa è la mia modalità, perché per me è più facile. poi condisco il tutto con molto discorso diretto.

    • Terza persona immersa? Ottimo per calarsi nella storia.
      Quello che dici con il narratore in prima persona capita anche a me e per questo cerco di evitarlo. Sarei io il personaggio. 🙂
      grazie del commento

  4. a prescindere da Camus (appena letto lo straniero: folgorato) e da Hitchcock, dal tema specifico, insomma, mi sono goduto questa tua chiacchierata dotta ma non saccente, piacevole nel tuo entrare e uscire dal generale al personale. Come in un consesso di amici stare ad ascoltare qualcuno che sa parlare con competenza e padronanza, senza alcuna supponenza.
    quanto a me, uso alternativamente il narratore onnisciente esterno o la voce diretta del protagonista.
    certo dopo averti letto mi intriga molto il “narratore multiplo”
    ml

    • beh, grazie.
      Non sto facendo lezione, sto con amici blogger che amano passare il tempo a scrivere e leggere quanto me (sennò si appoggerebbero su un canale di foto o di video per comunicare). Narratore onnisciente per spiegazioni e protagonista. grazie!

  5. Io mi diverto molto ad usare in narratore interno sfruttando il protagonista che sta raccontando la sua stessa storia. Lo trovo divertente perché posso usare facilmente molti espedienti, posso usare i suoi pensieri per farlo ragionare o per fare battute ironiche tra sé e sé, posso usare il discorso diretto o far descrivere i personaggi che incontra e ogni altra cosa a lui…un Po in prima persona ma al passato e vi assicuro che si può plasmare il racconto veramente in un milione di modi diversi!

Grazie del commento, torna a trovarmi presto :)

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