Suicidio: il contagio o Effetto Werther

The Death of Chatterton, 1856, by Henry Wallis
Ofelia - John Everett Millais - 1851/52 - particolare
Ofelia – John Everett Millais – 1851/52 – particolare

“Non sono solo io: tutti gli uomini sono delusi nelle loro speranze, ingannati nella loro attesa.”

(Goethe – I dolori del giovane Werther)

soprano Manami Hama Cio-Cio-SanNelle tragedie, nei romanzi, nelle opere liriche, pittoriche, di tutte le epoche, il suicidio soprattutto quello femminile è sempre stato molto frequente, se non quasi onnipresente. Sicuramente al centro di alcuni dei maggiori capolavori della letteratura mondiale, dall’Antigone di Sofocle (442 a.C. – La tragedia appartiene al ciclo di drammi tebani ispirati alla drammatica sorte di Edipo, re di Tebe, e dei suoi discendenti. E’ la storia di Antigone che decide di dare sepoltura al cadavere del fratello, contro la volontà del nuovo re di Tebe, Creonte. Scoperta, viene condannata dal re a vivere imprigionata in una grotta. In seguito Creonte decide di liberarla, ma nel frattempo Antigone  si è impiccata. Questo porta al suicidio il figlio di Creonte, promesso sposo di Antigone, e poi della moglie di Creonte, Euridice, lasciando Creonte solo a maledire la propria stoltezza), ad Anna Karenina (nel romanzo Lev Tolstoj, la protagonista, dibattuta fra la passione per l’amante e le rigide regole sociali dell’epoca, decide di suicidarsi), a Madame Butterfly (opera di Giacomo Puccini. La storia racconta di un ufficiale della marina degli Stati Uniti che, sbarcato a Nagasaki sposa Cio-Cio-San che in giapponese significa Madama Farfalla. Dopo un mese di matrimonio la ripudia e ritorna negli Stati Uniti. Cio Cio San resta abbandonata e in attesa di un bambino ma, convinta del ritorno dell’amato lo aspetta fiduciosa,  come canta nel celeberrimo pezzo “Un bel dì, vedremo – levarsi un fil di fumo sull’estremo confin del mare. E poi la nave appare. Poi la nave bianca. Entra nel porto, romba il suo saluto. Vedi? È venuto!“. L’ufficiale infatti ritorna dopo 3 anni ma accompagnato da una nuova moglie sposata regolarmente negli Stati Uniti. Saputo del bambino vuole prenderselo e portarlo con sé in patria. Butterfly comprende e dopo aver abbracciato il figlio fa karakiri secondo l’usanza giapponese) e poi Madame Bovary (è il primo romanzo di Gustave Flaubert, 1857, racconta di Emma Bovary, moglie di un ufficiale sanitario che vive adultera per sfuggire dalla vita di provincia. Spende anche esorbitanti somme di denaro e quando i suoi amanti le rifiutano il denaro per pagare i debiti, Emma ingoia l’arsenico e muore. Faubert si ispirò a vicende realmente accadute di una donna di provincia, del cui suicidio si parlò in un giornale locale nel 1851), Hedda Glaber di Ibsen (dramma teatrale del 1890. Hedda ha sposato un uomo per mere ragioni economiche. Quando il rivale di suo marito dichiara di aver scritto la sua opera migliore grazie alla quale porterà via il posto di professore all’università destinato al marito, Hedda si ingelosisce. Una sera questo rivale ubriaco smarrisce il manoscritto che avrebbe dovuto condurlo al successo e lo confessa ad Hedda, che sapeva di come lo avesse trovato il marito ma non glielo rivela e, anzi, lo incita ad uccidersi fornendogli la pistola. Viene così trovato morto in un bordello, ma la sua morte è incidentale e non per suicidio. Il giudice Brack però è a conoscenza che Hedda ha dato la pistola per suicidarsi e minaccia di divulgare questa notizia se lei non accetta le sue avance. Hedda, disperata, sceglie di suicidarsi), La signorina Julie (tragedia in atto unico, 1888, del drammaturgo svedese August Strindberg.  Fine Ottocento, in una cittadine svedese, Julie, figlia di un conte, passa la sera di San Giovanni alla festa della servitù e seduce il giovane cameriere Jean, il quale si dichiara innamorato di lei e le racconta di come a causa della loro eccessiva diversità sociale, egli avesse perfino pensato ad uccidersi. Decidono di scappare ma non riescono nell’intento. Jean si sente colpevole e suggerisce alla ragazza il suicidio porgendole un rasoio affilato che Julie userà.
Strindberg oltre che di letteratura di occupò di scultura, pittura, fotografia, chimica, alchimia, teosofia e fu il destinatario di uno dei biglietti della follia di Friedrich Nietzsche
).

Ad un certo punto, constatando l’aumento di suicidi sulla scia dei successi di determinati romanzi, si cominciò a temere che il suicidio raccontato fosse contagioso.

goetheLa prova definitiva si ebbe con l’ondata di suicidi fra i giovani lettori del ‘I dolori del giovane Werther’, pubblicato nel 1774, di Johann Wolfgang Goethe. Un romanzo in stile epistolare, composto da una serie di lettere che il protagonista invia al suo amico Wilhelm, nel corso di 20 mesi. Werther, un ragazzo ventenne di buona cultura, si reca in campagna in occasione di una festa dove incontra e si innamora di Charlotte, già promessa  sposa ad Albert. Nei giorni successivi la confidenza fra i due aumenta mentre Werthel è sempre più infatuato. Al ritorno di Albert, Werther si rende conto dell’impossibilità di continuare la sua storia d’amore. Ciò getta il giovane nello sconforto, cambia carattere e quando viene a sapere del matrimonio tra Albert e Lotte comincia a meditare il suicidio.
Lotte chiede a Werthel di trasformare il loro rapporto in un sentimento di amore fraterno, ma Werther  non si frena e la bacia, dopodiché lei gli intima di lasciare la casa. Werther, affranto, si fa prestare delle pistole da Albert con la scusa di una battuta di caccia e a mezzanotte si spara alla tempia. Il mattino dopo viene ritrovato in fin di vita e qualche ora dopo muore. Verrà sepolto in mezzo a grandi tigli come lui stesso aveva chiesto nella sua lettera d’addio.

“Un vicino vide il lampo e sentì il colpo; ma poiché dopo tutto rimase tranquillo, non ci pensò più.”

(Goethe – I dolori del giovane Werther)

dieleidendesjungenwertherIl romanzo riscuote un successo strepitoso, è in perfetta linea con i temi del Romanticismo, soprattutto quello tedesco: lo struggimento per un amore impraticabile, la passione opposta alla ragione, il presupposto felice e sperato che si rivela non compatibile con la dura realtà, la morte come fuga da un mondo ipocrita.
La morte è onnipresente nel romanzo, scelta al posto di sottostare alle regole della società. Le ultime parole di Werther sono per Charlotte, l’amore della sua vita. Muore per amore, sublimando il suo amore. E’ la volontà di ribellarsi ad una società fredda, basata sulle leggi della convenienza a portarlo alla decisione del suicidio. E’ un ribelle innamorato.
Il libro viene letto ed elogiato dalla nuova generazione e Werther diventa l’eroe romantico. Prende piede, addirittura, il lifestyle alla Werther, e gli abiti descritti nel romanzo, marsina azzurra, panciotto e pantaloni gialli  diventano moda. Gli innamorati regalano le silhouette come Werther a Lotte nel libro, e le scene della loro storia d’amore vengono dipinte persino sui servizi di piatti e tazze di porcellana.

“Ce n’è voluto prima che mi decidessi a metter via la mia semplice marsina azzurra che avevo quando feci il primo ballo con Lotte; ma da ultimo era assolutamente impresentabile.
Ma me ne sono fatto fare una proprio come quella, con bavero e risvolti, e anche con un altro panciotto giallo e i relativi pantaloni.” 

(Goethe – I dolori del giovane Werther)

Werther è l’eroe romantico che si spara alla testa perché innamorato di una ragazza che per convenzioni sociali sposerà un altro, e i giovani lo ammirano e, ahimè, lo emulano, tanto che aumentano a dismisura i casi di suicidio fino ad arrivare ad un epidemia, in tutta Europa.
In alcuni paesi si decise di vietarne la circolazione.  La Facoltà teologica dell’Università di Lipsia, nel 1775 annunciò: “Poiché lo scritto del signor Goethe può impressionare i lettori, soprattutto quelli di carattere più labile, in maniera negativa, e svegliare i sensi di determinate donne istigandole alla corruzione, abbiamo deciso di interdirne la distribuzione“.

jacopoortisL’effetto Werther si ripropose anche nel 1802 dopo la pubblicazione in Italia del romanzo, sempre epistolare e dalla trama molto simile a quello goethiano, ‘Le ultime lettere di Jacopo Ortis’,  di Ugo Foscolo. Anche qui l’eroe romantico, non può essere ricambiato dalla sua amata Teresa, che ha baciata innamorandosene perdutamente, poiché è già promessa sposa ad un altro per le solite ragioni economiche. Ortis, deluso sentimentalmente e politicamente, passa il tempo a leggere Plutarco e a scrivere al suo amico. Quando viene a conoscenza che Teresa si è sposata scrive un’ultima lettera a Teresa e una al suo amico e poi, consapevole che non sarà mai più felice e che la sua vita ormai non ha più senso, si uccide piantandosi un pugnale nel cuore. L’amico dopo il suicidio di Jacopo avrebbe consegnato alla stampa le sue lettere, aggiungendone una presentazione e una conclusione.
‘Le ultime lettere di Jacopo Ortis’ viene considerato il primo romanzo epistolare della letteratura italiana.
Il romanzo del Foscolo fece molta presa sui ragazzi italiani che, nel protagonista ci si identificarono, ammirandolo e purtroppo imitandolo anche nel gesto  finale.
Fu la riprova che la storia di un suicidio può rendere il suicidio contagioso, specie se ci si identifica nei sentimenti del suicida.

Oggigiorno, quando le storie non si veicolano solo tramite i libri, l’espressione ‘effetto Werther’ si riferisce al fenomeno per cui la notizia di un suicidio, pubblicata dai mezzi di comunicazione di massa, provoca nella società una catena di altri suicidi. Spesso camuffati, come quando. cominciando a guidare in modo molto imprudente, si attente che capiti l’incidente mortale.

imprenditore-suicidaNotizie che accendono la suggestionabilità e suscitano spirito di imitazione, di una morte intesa come fine di una situazione sofferta, troppo dura da gestirei, siano vere o soltanto da film, hanno un potere, spesso incontrollabile, e sono in grado di incidere anche sulla morale comune, quella delle folle.
Sì, perché attingiamo dalle azioni degli altri di cui veniamo a conoscenza, per decidere quale sia l’atteggiamento giusto che dovremo adottare anche noi quando e se ci si presenteranno situazioni simili e se già vediamo somiglianza alla nostra condizione.
Gli imitatori tendono a prendere come modello una persona simile a loro, così, dopo la notizia di suicidi fra adolescenti sono i suicidi di giovani ad aumentare  e viceversa, quando la notizia riguarda un anziano malato o in uno stato depressivo, gli imitatori sono vittime anziane, lo stesso vale per imprenditori caduti in disgrazie finanziarie.
In molte persone che stanno attraversando percorsi di vita infelici, ci può essere un proposito suicidario latente, anche solo momentaneo e, portarsi ad identificarsi nei protagonisti di atti di suicidio di cui sentono dai media, può convincerle a metterlo in atto.
L’esistenza di fenomeni emulativi di quanto visto nei media dovrebbe condurre ad una riflessione sul mondo e su se stessi che forse non tutti sono più in grado di fare.

Varie e dalle motivazioni ben più facilmente comprensibili però furono le ondate di suicidi che si verificarono in altri anni in Europa.

“Il tipo di pubblicità dato al suicidio può influenzare il tasso dei suicidi.
Studi sulla suggestione indicano che un modello è più facile da essere imitato, se le sue caratteristiche sono simili a quelle di chi imita.”

Pavesi Pretari (Effetto Werther. L’influenza dei mass-media sul suicidio)

qui in pdf il romanzo di Goethe I dolori del giovane Werther in italiano

qui in pdf il romanzo di Ugo Foscolo Le ultime lettere di Jacopo Ortis

 

QUI L’indice degli altri post sul sul suicidio e bibliografia usata

30 Commenti

    • dici che dovrei aggiungerci una dedica con elenco con i nomi di a chi lo consiglio? 🙂 🙂 🙂
      eh… no, non credo proprio che al giorno d’oggi il Foscolo, quello delle poesie con cui ci tartassavano a scuola, coi Sepolcri sul quale vertevano le interrogazioni durante tutto un quadrimestre, con il bacio che jacopo ortis dà a teresa (ecché caspita, era solo un bacio eh! jacopo… svegliati un po’!), abbia qualche effetto sui giovani

  1. articolo davvero interessante e approfondito. Adesso però sto sospettando di tutti gli insegnanti che danno o hanno dato da leggere questi due libri ai loro studenti XD XD

  2. Anche l’evoluzione del suicidio nella percezione collettiva, da peccato grave a opzione accettabile (di cui hai parlato in un post precedente), in certi casi magari “dignitosa” o “nobile”, ha comportato un aumento dei suicidi? Non lo so ma credo di sì, e non mi sembra un effetto positivo.

    • Ecco, non credo nell’evoluzione del suicidio nella percezione collettiva, infatti per citare il tuo esempio peccato/opzione accettabile, prima da parte della chiesa c’era l’opzione accettabile in certi casi e poi solo con agostino l’atto di togliersi la vita è diventato sempre peccato grave. Sì, perché prima non solo era lecito ma persino consigliabile che una donna, piuttosto che lasciarsi stuprare scegliesse la morte. Non era un dogma e quindi Agostino cercò di far cambiare mentalità. La donna non ha colpa e non le viene tolta alcuna dignità, non se ne deve vergognare dello stupro di cui non è colpevole. L’unico sbaglio che potrebbe fare è togliersi la vita, prima per evitare lo stupro, dopo per evitare l’onta e la vergogna. Agostino è riuscito a far cambiare mentalità a chi vedeva come mezze sante quelle che si toglievano la vita in simili casi, perché era un valevole “Opinion Leader”. Quindi io sono dell’idea che più che evoluzione del pensiero, la mentalità cambi grazie agli opinion leader, che di tanto in tanto spuntano e riescono a convincere e far cambiare idea, anzi, mentalità.
      Oggigiorno si parla di morte dignitosa come se la malattia, soprattutto quella terminale,togliesse dignità alla persona e fosse una vergogna a mostrarsi tale. Degli opinion leader hanno portato avanti questa idea e ce ne siamo convinti.
      Io con questi post cerco di analizzare, non di dire cosa va fatto in questa o quella situazione, credo che sia impossibile, ogni persona è un mondo a parte. Inoltre togliendo libertà di scelta ad una persona, allora sì che le si toglie la dignità.
      grazie del commento.:) riassumendo io credo però che più che evoluzione (maturazione) del pensiero le cose cambino per gli opinion leader. Che può essere un bene come un male, dipende da chi riveste quel ruolo.

      • ho riletto il commento appena scritto (sì, non è una buona cosa pubblicare e solo dopo rileggere)… con il concetto degli opinion leader mi sono un po’ troppo ripetuta in effetti 🙂 🙂 🙂

      • Ok, forse evoluzione non è un termine esatto, forse la mentalità avanza davvero “a scatti” (il che implica però un giudizio impietoso sulla capacità di valutazione della “gente”); ma, a prescindere da come siamo arrivati a questo punto, la domanda resta sempre: la mentalità attuale favorisce l’aumento dei suicidi? Se sì, è una cosa buona? La libertà è importante, certo, ma… Ma se vedi una persona che sta per gettarsi da un ponte, cerchi di convincerla a non farlo o la lasci prendere la sua decisione in piena libertà? Dopotutto, anche se fossi a conoscenza dei motivi che la spingono a quel gesto, non potresti decidere meglio di lei se sono validi o meno, la questione è soggettiva… Secondo me non esiste una mentalità “neutra”: insistendo sui concetti di morte “dignitosa” o “nobile” si finisce per essere pro-suicidio, quindi pro-morte. Meglio liberi ma morti? Ogni caso è a sè stante, d’accordo, ma io mi riferisco alla società: è desiderabile una società che incita al suicidio?
        Preciso ancora: per evoluzione non intendo un miglioramento costante, un progresso (avrei fatto meglio a scrivere cambiamento, scusa). In realtà ogni miglioramento (sempre che questo termine sia utilizzabile) è provvisorio, è sempre possibile perderlo: la storia non ha un senso.

        • vabbé cercherò di rispondere a tutto nei post sull’argomento che scriverò nel futuro.
          i temi di bioetica, trattando di etica non sono mai neutri perché devi decidere cosa tu giudichi bene e cosa male.
          La mentalità oggigiorno favorisce il suicidio. Non siamo stati educati a diventare persone forti, capaci di reggere alle sofferenze, alle malattie, ma a credere che la vita valga la pena di essere vissuta solo se e fino a quando sono presenti certe condizioni.
          Bene è ciò che ti fa aumentare in dignità come essere umano, Male è ciò che te la toglie.
          Il problema è che per alcuni la sofferenza corporale, morale o psichica te la tolgono, per altri è lo scappare davanti a queste cose con un gesto estremo che te la toglie.
          Quale visione vincerà? Un nuovo opinion leader può spuntare a sorpresa in ogni momento. Chissà…
          Commento davvero interessante il tuo, cmq

      • La malattia toglie sicuramente dignità alla vita e alla persona quando è accompagnata da una sofferenza in grado di abbrutire. Ma il punto è esattamente questo: la sofferenza. Se si agisse in maniera davvero efficace sul dolore – e nella quasi totalità dei casi questo è possibile – ben pochi, o comunque molto meno, vedrebbero la propria condizione come priva di dignità e sentirebbero la necessità di anticipare la fine. Purtroppo l’idea che “siamo nati per soffrire”, e che la sofferenza nobilita e in ogni caso ci aiuta a riscattare i nostri peccati per cui è meglio non darsi troppo da fare per eliminarla, è dura a morire. D’accordo comunque sulla nefasta influenza di certi personaggi, che se si è ammazzato quello là allora acquisto punti se mi ammazzo anch’io.
        PS: bel post.

        • grazie! ma appunto il discorso non è finito. il tema dell’eubiosia è uno di quelli che mi piacerebbe riuscire a trattare.
          Ti dirò, non sempre è così (la malattia ti toglie dignità), dipende dagli occhi di chi guarda. Ho una figlia che appena è libera corre in ospedale a fare la volontaria (è stata, quando ha iniziato, la più giovane in regione) in dialisi. E’ un reparto particolare, dove li vedi deperire, vecchi e giovani, ma lei quando torna e racconta, lo fa con molta dolcezza, rispetto, come fossero tutti i suoi nonni con la dignità che vedeva nei suoi di nonni. E da come racconta basta che recepiscano questo e, l’amor proprio torna anche a loro.
          Sì anche io credo che ormai il dolore fisico sia superabile con i farmaci. Il dolore insopportabile che si prova secondo me è soprattutto psichico.
          Ma scrivo per tentare di comprendere davanti ad un quadro il più possibile completo, che ancora non ho.
          La sofferenza nella vita c’è, e caspita se c’è… ma non c’è solo quella, la vita è un’insalata russa con tante cose amalgamate assieme e alcune son proprio buone.
          In campo di malattia e suicidio devo ancora schiarirmi le idee su tante di quelle cose. Perché una cosa è rifiutare l’accanimento terapeutico, una cosa chiedere l’eutanasia, una è l’aspirante suicida ma in modo indiretto, come chi arriva all’ospedale con una brutta ferita ma firma per andarsene e non farsi curare anche se è a forte rischio di setticemia. Perché non gli importa molto, se vive, vive e se muore è uguale e allora cerca il rischio. Insomma ci sono tante cose e casi da valutare e prendere il considerazione.
          un bellissimo e profondo commento il tuo, grazie.

          • E’ che me ne sono occupata nella mia tesi di laurea, del suicidio. La tesi era in letteratura tedesca, ma il mio autore si era suicidato, e ho notato interessanti analogie fra le circostanze del suo suicidio e vari suicidi presenti nelle sue opere, e inoltre altri suicidi di scrittori, come lui, ebrei ed esuli durante il nazismo, sicché ho chiesto e ottenuto di ampliare il discorso.

            • uh… che interessante!!!
              sai che leggevo ieri di questa cosa degli ebrei?
              Risulta anche a te dai tuoi studi un aumento esponenziale di suicidi degli ebrei, una vera pandemia, prima delle deportazioni quando preferivano togliersi la vita piuttosto che perdere la dignità per mano dei nazisti e invece di contro, uno stop, quasi all’annullamento una volta arrivati nei lager (come se invece volessero resistere ed uscirne vivi a tutti i costi)?
              è visibile da qualche parte su internet in pdf o altro? la leggerei così volentieri

          • Aumento sensibile di suicidi prima delle deportazioni no, non mi risulta. Tra l’altro – non che sia di per sé vincolante, naturalmente, ma come indicazione penso sia da tenere presente – l’ebraismo considera legittimo il suicidio unicamente nel caso in cui tu sappia con assoluta certezza che verrai comunque uccisa, e il suicidio ti possa evitare sofferenze disumane, o il rischio di parlare sotto tortura. C’è stato per esempio il caso di quel presidente di un consiglio ebraico (credo del ghetto di Varsavia, ma non ne sono sicura) a cui i tedeschi avevano ingiunto di preparare una lista di cinquanta nomi di persone da deportare: lui ha preparato una lista in cui ha scritto 50 volte il proprio nome, e poi si è suicidato. In questo modo ha evitato di rendersi complice della deportazione della sua gente e di subire una morte altrettanto certa e infinitamente più dolorosa, perché avrebbero fatto in modo che servisse da deterrente a chiunque altro avesse provato a “fare il furbo”.
            La mia tesi no, non è pubblica. Quello che avevo notato, comunque, è la costante della ripetizione. Stefan Zweig, profondamente pacifista ed europeista, lascia l’Austria dopo l’annessione tedesca, e si rifugia in Inghilterra. L’Inghilterra entra in guerra e lui scappa in America. L’America entra in guerra (NON c’era guerra in America, ma era il fatto in sé di vivere in un Paese in stato di guerra ad essergli insopportabile), e scappa in Brasile. Il Brasile entra in guerra e lui non ce la fa più, si arrende e si suicida. E così nei suicidi, materiali o simbolici, dei personaggi dei suoi racconti, capaci di resistere alla più spaventosa delle tragedie ma inermi di fronte al suo ripetersi. Una sorta di resa per sfinimento, insomma. E situazioni analoghe ho riscontrato negli altri autori che ho preso in considerazione.

            • è un argomento assolutamente interdisciplinare. Fatti storici, sociologici, filosofici e psicologici (questa cosa delle situazioni che si ripetono e si rivivono credo abbia a che fare con i traumi).
              Allora prima di preparare un post sugli ebrei starò più attenta e farò delle ricerche. In realtà erano proprio suicidi aut aut quelli di cui leggevo. Si faceva la vita di ogni giorno, ma con la fialetta di cianuro in tasca o la lametta da barba infilata nelle scarpe da adoperare non per porre fine ad un pensiero ossessivo ma solo nel caso si fossero trovati nella scelta “mi faccio catturare e deportare (ed umiliare, togliere la dignità, sottomettere) oppure finisco la vita prima di cedere e costretto a fare chissà che cosa?”. Comunque farò attenzione alle fonti prima di preparare un post.
              grazie dei commenti, hai arricchito il post e soprattutto me con la storia di Zweig 🙂

          • Grazie a te per l’ospitalità e per l’interessante discussione. Nel caso ti interessassero, i racconti a cui faccio riferimento pubblicati in italiano sono Sovvertimento dei sensi, La novella degli scacchi, Lettera di una sconosciuta. Mi sa che dev’esserci anche qualcos’altro, ma sono passati quarant’anni…

  3. Un articolo interessante. Direi che si può estendere non solo al suicidio, ma anche all’omicidio. Purtroppo troppe persone tendono a riconoscersi nell’autore di un gesto estremo… ed a imitarlo.
    Sempre per estensione, dovremmo pensare che ognuno di noi da l’esempio in ogni cosa che fa’ e, almeno potenzialmente, influenza il prossimo. Un esempio banale sono i genitori. Dovremmo sempre ricordarcelo.
    http://www.wolfghost.com

    • sono post che faccio per me, cioè per chiarirmi le idee sul suicidio a 360 gradi e solo su quello mi concentro. Analizzare tutto quello che si può prendere in considerazione sul suicidio mi chiarisce le idee.
      Però sì, è vero, il contagio funziona per un sacco di situazioni violente, dal bullismo ai ragazzi mass murder.
      Il buon esempio, invece, funziona per spirito di imitazione, io stessa vorrei diventare più simile a chi ammiro (tutte persone non più viventi cmq perché degli “ancora vivi” non mi fido, possono cambiare da un giorno all’altro 🙂 ) Uno è in grado di chiederselo e di convincersi, ragionandoci su, mentre i contagi da suicidi e violenza ti spingono a lasciarti sopraffare da disperazione, rabbia… e ti offuscano, quelli da buon esempio ti spingono a capire perché sarebbe meglio fare così e chiariscono le cose e i loro nessi.
      Poi è solo il terzo post sull’argomento, vedremo cosa scoprirò più avanti.
      GRAZIE del commento, davvero fa pensare. 🙂

  4. Ciao, a proposito sto leggendo il suicidio di Durkheim, sono al 2%. Se si vuole fare uno studio serio sull’argomento credo si debba partire da qui!

    • vuoi che faccia il prossimo post su di lui? ti potrebbe interessare? in ogni caso prima o poi salterà fuori per forza in questo argomento…

      • in ogni caso, non è certo stato il primo… Seneca, ne ha scritto nelle sue lettere morali a lucillio, kant ne ha scritto nelle riflessioni e lezioni, hume nel saggio “sul suicidio”, insomma davvero molti prima di lui… dukheim lo ha fatto con dati alla mano e quindi più che un discorso filosofico è sociologico… in questi anni mentre succedeva questo nella società ci sono stati tot suicidi, mentre quando le cose cambiavano il tasso di suicidi si è modificato quindi vuol dire che…
        non sto sminuendo durkheim, la sua anomia è davvero intrigante, molto intrigante, ma non è stato il primo a parlarne

      • Ciao, diciamo che la sociologia è una delle materie che posso insegnare, mi interessa in quanto mi piace questa materia. Non ho un interesse specifico per il suicidio, preferisco parlare e scrivere di ciò che mi rende felice.

        • a beh se il tuo campo è la sociologia, il suo saggio è una pietra miliare.
          io sì, ma perché mi dispiace che tante persone scelgano di suicidarsi e se comprendo meglio forse potrò fare qualcosa. Durkheim lo conosco è un classico, ce l’ho in due edizioni perché mi interessava anche la prefezione, diversa nei due libri. Ma se ti vengono in mente altri sociologi consigliami pure, il mio campo non è la sociologia e mi piacerebbe analizzare a tutto tondo. Scusa non avevo capito, pensavo lo stessi leggendo solo perché è un classico di cui non si può fare a meno.

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