Suicidio: il contagio o Effetto Werther

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41 Risposte

  1. 17lastella ha detto:

    aggiungi in fondo i due pdf nella speranza che qualcuno si suicidi?
    😛

    • bloodyivy ha detto:

      dici che dovrei aggiungerci una dedica con elenco con i nomi di a chi lo consiglio? 🙂 🙂 🙂
      eh… no, non credo proprio che al giorno d’oggi il Foscolo, quello delle poesie con cui ci tartassavano a scuola, coi Sepolcri sul quale vertevano le interrogazioni durante tutto un quadrimestre, con il bacio che jacopo ortis dà a teresa (ecché caspita, era solo un bacio eh! jacopo… svegliati un po’!), abbia qualche effetto sui giovani

  2. Angela F. Siracusa ha detto:

    articolo davvero interessante e approfondito. Adesso però sto sospettando di tutti gli insegnanti che danno o hanno dato da leggere questi due libri ai loro studenti XD XD

  3. newwhitebear ha detto:

    Il suicidio è contaggioso. Nella letteratura va alla grande per risolvere situazioni intricate.
    Complimenti per il post.

  4. ivano f ha detto:

    Anche l’evoluzione del suicidio nella percezione collettiva, da peccato grave a opzione accettabile (di cui hai parlato in un post precedente), in certi casi magari “dignitosa” o “nobile”, ha comportato un aumento dei suicidi? Non lo so ma credo di sì, e non mi sembra un effetto positivo.

    • bloodyivy ha detto:

      Ecco, non credo nell’evoluzione del suicidio nella percezione collettiva, infatti per citare il tuo esempio peccato/opzione accettabile, prima da parte della chiesa c’era l’opzione accettabile in certi casi e poi solo con agostino l’atto di togliersi la vita è diventato sempre peccato grave. Sì, perché prima non solo era lecito ma persino consigliabile che una donna, piuttosto che lasciarsi stuprare scegliesse la morte. Non era un dogma e quindi Agostino cercò di far cambiare mentalità. La donna non ha colpa e non le viene tolta alcuna dignità, non se ne deve vergognare dello stupro di cui non è colpevole. L’unico sbaglio che potrebbe fare è togliersi la vita, prima per evitare lo stupro, dopo per evitare l’onta e la vergogna. Agostino è riuscito a far cambiare mentalità a chi vedeva come mezze sante quelle che si toglievano la vita in simili casi, perché era un valevole “Opinion Leader”. Quindi io sono dell’idea che più che evoluzione del pensiero, la mentalità cambi grazie agli opinion leader, che di tanto in tanto spuntano e riescono a convincere e far cambiare idea, anzi, mentalità.
      Oggigiorno si parla di morte dignitosa come se la malattia, soprattutto quella terminale,togliesse dignità alla persona e fosse una vergogna a mostrarsi tale. Degli opinion leader hanno portato avanti questa idea e ce ne siamo convinti.
      Io con questi post cerco di analizzare, non di dire cosa va fatto in questa o quella situazione, credo che sia impossibile, ogni persona è un mondo a parte. Inoltre togliendo libertà di scelta ad una persona, allora sì che le si toglie la dignità.
      grazie del commento.:) riassumendo io credo però che più che evoluzione (maturazione) del pensiero le cose cambino per gli opinion leader. Che può essere un bene come un male, dipende da chi riveste quel ruolo.

      • bloodyivy ha detto:

        ho riletto il commento appena scritto (sì, non è una buona cosa pubblicare e solo dopo rileggere)… con il concetto degli opinion leader mi sono un po’ troppo ripetuta in effetti 🙂 🙂 🙂

      • ivano f ha detto:

        Ok, forse evoluzione non è un termine esatto, forse la mentalità avanza davvero “a scatti” (il che implica però un giudizio impietoso sulla capacità di valutazione della “gente”); ma, a prescindere da come siamo arrivati a questo punto, la domanda resta sempre: la mentalità attuale favorisce l’aumento dei suicidi? Se sì, è una cosa buona? La libertà è importante, certo, ma… Ma se vedi una persona che sta per gettarsi da un ponte, cerchi di convincerla a non farlo o la lasci prendere la sua decisione in piena libertà? Dopotutto, anche se fossi a conoscenza dei motivi che la spingono a quel gesto, non potresti decidere meglio di lei se sono validi o meno, la questione è soggettiva… Secondo me non esiste una mentalità “neutra”: insistendo sui concetti di morte “dignitosa” o “nobile” si finisce per essere pro-suicidio, quindi pro-morte. Meglio liberi ma morti? Ogni caso è a sè stante, d’accordo, ma io mi riferisco alla società: è desiderabile una società che incita al suicidio?
        Preciso ancora: per evoluzione non intendo un miglioramento costante, un progresso (avrei fatto meglio a scrivere cambiamento, scusa). In realtà ogni miglioramento (sempre che questo termine sia utilizzabile) è provvisorio, è sempre possibile perderlo: la storia non ha un senso.

        • bloodyivy ha detto:

          vabbé cercherò di rispondere a tutto nei post sull’argomento che scriverò nel futuro.
          i temi di bioetica, trattando di etica non sono mai neutri perché devi decidere cosa tu giudichi bene e cosa male.
          La mentalità oggigiorno favorisce il suicidio. Non siamo stati educati a diventare persone forti, capaci di reggere alle sofferenze, alle malattie, ma a credere che la vita valga la pena di essere vissuta solo se e fino a quando sono presenti certe condizioni.
          Bene è ciò che ti fa aumentare in dignità come essere umano, Male è ciò che te la toglie.
          Il problema è che per alcuni la sofferenza corporale, morale o psichica te la tolgono, per altri è lo scappare davanti a queste cose con un gesto estremo che te la toglie.
          Quale visione vincerà? Un nuovo opinion leader può spuntare a sorpresa in ogni momento. Chissà…
          Commento davvero interessante il tuo, cmq

      • blogdibarbara ha detto:

        La malattia toglie sicuramente dignità alla vita e alla persona quando è accompagnata da una sofferenza in grado di abbrutire. Ma il punto è esattamente questo: la sofferenza. Se si agisse in maniera davvero efficace sul dolore – e nella quasi totalità dei casi questo è possibile – ben pochi, o comunque molto meno, vedrebbero la propria condizione come priva di dignità e sentirebbero la necessità di anticipare la fine. Purtroppo l’idea che “siamo nati per soffrire”, e che la sofferenza nobilita e in ogni caso ci aiuta a riscattare i nostri peccati per cui è meglio non darsi troppo da fare per eliminarla, è dura a morire. D’accordo comunque sulla nefasta influenza di certi personaggi, che se si è ammazzato quello là allora acquisto punti se mi ammazzo anch’io.
        PS: bel post.

        • bloodyivy ha detto:

          grazie! ma appunto il discorso non è finito. il tema dell’eubiosia è uno di quelli che mi piacerebbe riuscire a trattare.
          Ti dirò, non sempre è così (la malattia ti toglie dignità), dipende dagli occhi di chi guarda. Ho una figlia che appena è libera corre in ospedale a fare la volontaria (è stata, quando ha iniziato, la più giovane in regione) in dialisi. E’ un reparto particolare, dove li vedi deperire, vecchi e giovani, ma lei quando torna e racconta, lo fa con molta dolcezza, rispetto, come fossero tutti i suoi nonni con la dignità che vedeva nei suoi di nonni. E da come racconta basta che recepiscano questo e, l’amor proprio torna anche a loro.
          Sì anche io credo che ormai il dolore fisico sia superabile con i farmaci. Il dolore insopportabile che si prova secondo me è soprattutto psichico.
          Ma scrivo per tentare di comprendere davanti ad un quadro il più possibile completo, che ancora non ho.
          La sofferenza nella vita c’è, e caspita se c’è… ma non c’è solo quella, la vita è un’insalata russa con tante cose amalgamate assieme e alcune son proprio buone.
          In campo di malattia e suicidio devo ancora schiarirmi le idee su tante di quelle cose. Perché una cosa è rifiutare l’accanimento terapeutico, una cosa chiedere l’eutanasia, una è l’aspirante suicida ma in modo indiretto, come chi arriva all’ospedale con una brutta ferita ma firma per andarsene e non farsi curare anche se è a forte rischio di setticemia. Perché non gli importa molto, se vive, vive e se muore è uguale e allora cerca il rischio. Insomma ci sono tante cose e casi da valutare e prendere il considerazione.
          un bellissimo e profondo commento il tuo, grazie.

          • blogdibarbara ha detto:

            E’ che me ne sono occupata nella mia tesi di laurea, del suicidio. La tesi era in letteratura tedesca, ma il mio autore si era suicidato, e ho notato interessanti analogie fra le circostanze del suo suicidio e vari suicidi presenti nelle sue opere, e inoltre altri suicidi di scrittori, come lui, ebrei ed esuli durante il nazismo, sicché ho chiesto e ottenuto di ampliare il discorso.

            • bloodyivy ha detto:

              uh… che interessante!!!
              sai che leggevo ieri di questa cosa degli ebrei?
              Risulta anche a te dai tuoi studi un aumento esponenziale di suicidi degli ebrei, una vera pandemia, prima delle deportazioni quando preferivano togliersi la vita piuttosto che perdere la dignità per mano dei nazisti e invece di contro, uno stop, quasi all’annullamento una volta arrivati nei lager (come se invece volessero resistere ed uscirne vivi a tutti i costi)?
              è visibile da qualche parte su internet in pdf o altro? la leggerei così volentieri

          • blogdibarbara ha detto:

            Aumento sensibile di suicidi prima delle deportazioni no, non mi risulta. Tra l’altro – non che sia di per sé vincolante, naturalmente, ma come indicazione penso sia da tenere presente – l’ebraismo considera legittimo il suicidio unicamente nel caso in cui tu sappia con assoluta certezza che verrai comunque uccisa, e il suicidio ti possa evitare sofferenze disumane, o il rischio di parlare sotto tortura. C’è stato per esempio il caso di quel presidente di un consiglio ebraico (credo del ghetto di Varsavia, ma non ne sono sicura) a cui i tedeschi avevano ingiunto di preparare una lista di cinquanta nomi di persone da deportare: lui ha preparato una lista in cui ha scritto 50 volte il proprio nome, e poi si è suicidato. In questo modo ha evitato di rendersi complice della deportazione della sua gente e di subire una morte altrettanto certa e infinitamente più dolorosa, perché avrebbero fatto in modo che servisse da deterrente a chiunque altro avesse provato a “fare il furbo”.
            La mia tesi no, non è pubblica. Quello che avevo notato, comunque, è la costante della ripetizione. Stefan Zweig, profondamente pacifista ed europeista, lascia l’Austria dopo l’annessione tedesca, e si rifugia in Inghilterra. L’Inghilterra entra in guerra e lui scappa in America. L’America entra in guerra (NON c’era guerra in America, ma era il fatto in sé di vivere in un Paese in stato di guerra ad essergli insopportabile), e scappa in Brasile. Il Brasile entra in guerra e lui non ce la fa più, si arrende e si suicida. E così nei suicidi, materiali o simbolici, dei personaggi dei suoi racconti, capaci di resistere alla più spaventosa delle tragedie ma inermi di fronte al suo ripetersi. Una sorta di resa per sfinimento, insomma. E situazioni analoghe ho riscontrato negli altri autori che ho preso in considerazione.

            • bloodyivy ha detto:

              è un argomento assolutamente interdisciplinare. Fatti storici, sociologici, filosofici e psicologici (questa cosa delle situazioni che si ripetono e si rivivono credo abbia a che fare con i traumi).
              Allora prima di preparare un post sugli ebrei starò più attenta e farò delle ricerche. In realtà erano proprio suicidi aut aut quelli di cui leggevo. Si faceva la vita di ogni giorno, ma con la fialetta di cianuro in tasca o la lametta da barba infilata nelle scarpe da adoperare non per porre fine ad un pensiero ossessivo ma solo nel caso si fossero trovati nella scelta “mi faccio catturare e deportare (ed umiliare, togliere la dignità, sottomettere) oppure finisco la vita prima di cedere e costretto a fare chissà che cosa?”. Comunque farò attenzione alle fonti prima di preparare un post.
              grazie dei commenti, hai arricchito il post e soprattutto me con la storia di Zweig 🙂

          • blogdibarbara ha detto:

            Grazie a te per l’ospitalità e per l’interessante discussione. Nel caso ti interessassero, i racconti a cui faccio riferimento pubblicati in italiano sono Sovvertimento dei sensi, La novella degli scacchi, Lettera di una sconosciuta. Mi sa che dev’esserci anche qualcos’altro, ma sono passati quarant’anni…

  5. wolfghost ha detto:

    Un articolo interessante. Direi che si può estendere non solo al suicidio, ma anche all’omicidio. Purtroppo troppe persone tendono a riconoscersi nell’autore di un gesto estremo… ed a imitarlo.
    Sempre per estensione, dovremmo pensare che ognuno di noi da l’esempio in ogni cosa che fa’ e, almeno potenzialmente, influenza il prossimo. Un esempio banale sono i genitori. Dovremmo sempre ricordarcelo.
    http://www.wolfghost.com

    • bloodyivy ha detto:

      sono post che faccio per me, cioè per chiarirmi le idee sul suicidio a 360 gradi e solo su quello mi concentro. Analizzare tutto quello che si può prendere in considerazione sul suicidio mi chiarisce le idee.
      Però sì, è vero, il contagio funziona per un sacco di situazioni violente, dal bullismo ai ragazzi mass murder.
      Il buon esempio, invece, funziona per spirito di imitazione, io stessa vorrei diventare più simile a chi ammiro (tutte persone non più viventi cmq perché degli “ancora vivi” non mi fido, possono cambiare da un giorno all’altro 🙂 ) Uno è in grado di chiederselo e di convincersi, ragionandoci su, mentre i contagi da suicidi e violenza ti spingono a lasciarti sopraffare da disperazione, rabbia… e ti offuscano, quelli da buon esempio ti spingono a capire perché sarebbe meglio fare così e chiariscono le cose e i loro nessi.
      Poi è solo il terzo post sull’argomento, vedremo cosa scoprirò più avanti.
      GRAZIE del commento, davvero fa pensare. 🙂

  6. Trutzy ha detto:

    Ciao, a proposito sto leggendo il suicidio di Durkheim, sono al 2%. Se si vuole fare uno studio serio sull’argomento credo si debba partire da qui!

    • bloodyivy ha detto:

      non è il solo a parlarne in modo così esaustivo però l’anomia avrà molto spazio nei prossimi post. ti è piaciuto?

    • bloodyivy ha detto:

      vuoi che faccia il prossimo post su di lui? ti potrebbe interessare? in ogni caso prima o poi salterà fuori per forza in questo argomento…

      • bloodyivy ha detto:

        in ogni caso, non è certo stato il primo… Seneca, ne ha scritto nelle sue lettere morali a lucillio, kant ne ha scritto nelle riflessioni e lezioni, hume nel saggio “sul suicidio”, insomma davvero molti prima di lui… dukheim lo ha fatto con dati alla mano e quindi più che un discorso filosofico è sociologico… in questi anni mentre succedeva questo nella società ci sono stati tot suicidi, mentre quando le cose cambiavano il tasso di suicidi si è modificato quindi vuol dire che…
        non sto sminuendo durkheim, la sua anomia è davvero intrigante, molto intrigante, ma non è stato il primo a parlarne

      • Trutzy ha detto:

        Ciao, diciamo che la sociologia è una delle materie che posso insegnare, mi interessa in quanto mi piace questa materia. Non ho un interesse specifico per il suicidio, preferisco parlare e scrivere di ciò che mi rende felice.

        • bloodyivy ha detto:

          a beh se il tuo campo è la sociologia, il suo saggio è una pietra miliare.
          io sì, ma perché mi dispiace che tante persone scelgano di suicidarsi e se comprendo meglio forse potrò fare qualcosa. Durkheim lo conosco è un classico, ce l’ho in due edizioni perché mi interessava anche la prefezione, diversa nei due libri. Ma se ti vengono in mente altri sociologi consigliami pure, il mio campo non è la sociologia e mi piacerebbe analizzare a tutto tondo. Scusa non avevo capito, pensavo lo stessi leggendo solo perché è un classico di cui non si può fare a meno.

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