Suicidi fra gli Ebrei Durante le Deportazioni Naziste

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“Oggi è iniziata la prima deportazione degli ebrei di Amburgo […] Io non sono nella lista, ma tutti sanno che ve ne saranno altre e sono spinto a credere che tutti gli ebrei di Amburgo e probabilmente di tutta la Germania saranno deportati […] Nessuno sa dove saremo deportati ma è certo che solo una frazione di noi riuscirà a sopravvivere a questa difficile esperienza. Molti si uccidono per sfuggire alle orribili umiliazioni e degradazioni, alla fame e al freddo, alla sporcizia e alle malattie che ci attendono. Non so cosa farò quando verrà il mio turno.”

(22 ottobre 1941 – l’avvocato Tobias Ingenhoven scrive alla figlia in Ernst Hartwig Kantorowicz, King’s Two Bodies 1957)

Un’ondata di suicidi molto significativa, fu quella degli ebrei ai tempi delle deportazioni naziste. Questo breve post, sicuramente non esaustivo e tremendamente triste è per cercare di comprendere meglio le disperate motivazioni di quei gesti.

Hannah Arendt osservava che, mentre nel passato gli ebrei avevano detenuto il più basso tasso di suicidi di tutte le nazioni civilizzate, ora (che per lei corrispondeva al 1943) si toglievano la vita frequentemente. Soprattutto i non osservanti si suicidavano, e non soltanto come extrema ratio.
La crescita del tasso di suicidio degli ebrei dalla metà degli anni venti in effetti era costante ma molto lenta, avevano raggiunto il tasso di suicidio dei cattolici e dei protestanti, fino a sorpassarli dopo la conquista del potere di Hitler nel 1933 e a raggiungere il livello di epidemia,.

Fino all’avvento di Hitler gli ebrei si erano sentiti perfettamente  integrati in Germania. Appartenevano per lo più alla classe media e si dedicavano alle libere professioni e al commercio.
Si sposavano anche con un partner di un’altra fede religiosa, poiché avevano cominciato a considerare la propria religione come una questione privata e, si sentivano cittadini tedeschi di fede ebraica.  

Max Liebermann - Self Portrait
Max Liebermann – Self Portrait

Tutto cessò di colpo e il governo nazista appena al potere passò subito alla realizzazione del proprio programma antisemita.
Iniziarono i boicottaggi contro tutte le categorie lavorative in cui facesse parte un ebreo: professionisti, maestri, negozianti, imprenditori; e alcuni ebrei a seguito di questi eventi stressanti, sentendosi troppo oppressi e perseguitati si tolsero la vita.

 Nel 1933 il tasso di suicidio della popolazione ebraica costituita allora da 525.000 persone, toccò il livello di 70 per 100.000 abitanti; ma le morti volontarie aumentarono ininterrottamente e il tasso di suicidi di ebrei raggiunse il culmine nel 1938 quando, la politica antisemitica nazista organizzò la notte dei cristalli (dal 9 al 10 novembre 1938) uccidendo un centinaio di ebrei, dando alle fiamme le sinagoghe, profanando i cimiteri e, provocando atti vandalici in migliaia di negozi, fu un vero pogrom condotto dalle SS in Germania, Austria e Cecoslovacchia. Alla fine, per evidente scherno e schiaffo morale, fu imposto alla stessa comunità ebraica di pagare i danni di quella notte.

Nella sola Berlino, il numero di ebrei che si tolsero la vita passò del 1933 al 1938 da 65 a 113 all’anno.
All’inizio a togliersi la vita erano per lo più i licenziati dal posto di lavoro perché ebrei o impossibilitati a continuare con la propria attività per lo stesso motivo, e questo accadeva in tutte le categorie di lavoratori, soprattutto impiegati pubblici, ma anche medici, avvocati, magistrati professori universitari artisti e uomini di affari.
A volte chi, ebreo, aveva il coniuge ariano, si toglieva la vita sperando così di salvare il resto della propria famiglia dalle persecuzioni e dalla deportazione.
Ci furono quelli che, reduci della grande guerra, si suicidarono con indosso le proprie decorazioni al valor militare e simili episodi si protrassero quasi fino alla fine del conflitto. Molti rifiutarono di piegarsi ed andare a ritirare la stella gialla alla Gestapo, e vollero porre fine alla propria vita, pur di non subire umiliazioni.

Max Liebermann - Canning factory
Max Liebermann – Canning factory

Austria e Polonia non furono da meno e anche lì si ebbe un notevole incremento di suicidi fra ebrei.
In Austria, crebbero dal marzo 1938 quando, invasa dalle truppe tedesche, gli ebrei austriaci furono costretti ad inginocchiarsi per le strade e pulirle.
Lo stesse avvenne dopo il 1939 nella Polonia Occidentale.
All’inizio dell’invasione, la Polonia, per un incottrollato terrore di sabotaggio interno, aveva varato misure fortemente discriminatorie, fino ad arrivare a violenze perpetrate contro la popolazione di minoranza tedesca. Così, appena invasa, i nazisti, anche per vendetta, perseguirono entrambi, polacchi ed ebrei.
Da subito, in alcuni centri urbani , vennero istituiti i ghetti di ebrei. Entrati a Lodz iniziarono a perseguitare i 23.000 ebrei che vi risiedevano ed incendiarono la sinagoga. Portarono fuori dal caffè Astoria cento ebrei e li uccisero per dimostrazione, cacciarono dalle loro case tutti gli altri, confiscarono i loro beni e li costrinsero a stabilirsi altrove, nei ghetti.
I nazisti consideravano polacchi ed ebrei, creature subumane, così come i malati di mente e gli handicappati, e per questi era stata progettata l’operazione “eutanasia” guidata dalla Cancelleria di Hitler a Berlino.
Decisero di sfruttare la forza lavoro degli ebrei polacchi, confinati nei ghetti, facendoli lavorare nelle industrie tessili per le forze armate. Gli ebrei del ghetto di Lodz subirono angherie e soprusi, soffrirono la fame, la miseria e molte altre privazioni. Il numero degli ebrei di Lodz che decisero di togliersi la vita crebbe considerevolmente pur rimanendo al di sotto del livello raggiunto in quegli stessi anni, a Berlino o in Germania. Nel quadriennio 1941 – 44 il tasso di suicidio per la popolazione di questo ghetto fu in media di 44 persone per 100.000 abitanti.

Max Liebermann - old woman with cat
Max Liebermann – old woman with cat

La situazione peggiorò ancora, ovunque, nell’autunno del 1941, con l’inizio delle deportazioni in massa verso i campi di concentramento e di sterminio.

Le deportazioni provocarono un aumento di suicidi che stando alle stime disponibili, nella popolazione ebraica ormai ridotta a 134,000 persone, raggiunse del 1941 e nel 1942 il 200 per 100.000 abitanti in Germania e addirittura il 400 a Berlino.
Nella capitale tedesca la quota degli ebrei sul totale delle persone che si uccisero passò dal 18% nel 1941 al 40% nel 1942, e raggiunse il 75% nell’ultimo quadriennio dell’anno ma in certi casi il numero dei suicidi fu ancora più alto. 

Il suicidio, con l’inizio delle deportazioni in massa divenne un atto accuratamente preparato come una sorta di via di fuga, come unica soluzione possibile ad un futuro inumano. Consapevoli di quale fosse la sorte dei deportati molti ebrei tedeschi portavano costantemente con sé cianuro di potassio, barbiturici o due lamette da barba nascoste nelle scarpe in modo di avere sempre a disposizione l’alternativa alla deportazione.
Continuavano a fare la loro vita ma ormai convinti che il loro suicidio era stato un evento probabile, perlomeno possibile.

E se qualcuno si toglieva la vita perché non reggeva più alla sua situazione precaria e dal futuro incerto, molti erano gli ebrei che preferivano suicidarsi al lasciarsi deportare e, lo facevano non appena ricevuta la notifica di deportazione. Nella maggior parte dei casi erano anziani, che sceglievano di morire con il veleno a casa loro, piuttosto che andare verso le umiliazioni dei campi lager e poi morire comunque per mano dei nazisti.  

Max Liebermann - Simson und Delila
Max Liebermann – Simson und Delila

Un paio di esempi più famosi.
Joachin Gottschalk un noto attore cinematografico tedesco, ma ostracizzato da tutto e tutti per  essersi rifiutato di divorziare dalla moglie ebrea. Il 6 novembre 1941 appreso l’ordine di deportazione per la moglie e la figlia, Gottschalk si suicidò insieme a loro.
Un altro caso fu quello della vedova del pittore Max Liebermann, famoso pittore dell’epoca di religione ebraica, presidente dell’Accademia prussiana delle arti. Con l’ascesa al potere di Hitler cominciarono le persecuzioni contro di lui, gli fu proibito di dipingere e dopo che l’Accademia smise di esporre quadri di ebrei, fu costretto a dimettersi e venne incluso tra i rappresentanti della entartete Kunstarte degenerata (termine con cui i nazisti indicavano una presunta degenerazione dell’arte tipiche delle razze umane meno sviluppate di quella ariana e con questa convinzione epurarono i musei da simili opere). Liebermann mori a Berlino nel 1935; sua moglie si tolse la vita nel 1943 dopo aver ricevuto la notifica di deportazione e fu se
polta nel cimitero di Weissensee dove l’anno precedente erano stati sepolti 811 suicidi rispetto ai 254 del 1941. fra il 1941 e 1943 ben 4000 ebrei si tolsero la vita di questi 850 negli ultimi tre mesi del 1941.
Ormai nonostante la drastica decimazione della comunità israelita ancora residente nella capitale i suicidi di ebrei ammontavano alla metà di tutti quelli registrati a Berlino.

Max Libermann - Kleinkinderschule in Amsterdam
Max Libermann – Kleinkinderschule in Amsterdam

Anche l’atteggiamento dei medici ebrei nei confronti del suicidio mutò con le deportazioni. Nel 1942 ci fu una riunione di medici ebrei a Berlino dove a larghissima maggioranza approvarono la proposta di rispettare l’ultima volontà di coloro che tentavano di uccidersi. Così furono sempre più medici disposti a fornire ai propri pazienti ebrei il cianuro di potassio o la morfina per togliersi la vita e non finire deportati.

Ma cambiò anche la posizione delle autorità politiche. Se negli anni Trenta si accoglievano con disprezzo, se non esultanza le notizie sugli ebrei che si suicidavano, da quando negli anni Quaranta si mise in atto il progetto di sterminio totale, i nazisti, convinti che spettasse solo agli ariani decidere quando e come gli ebrei dovessero morire, cercarono di evitare i loro suicidi, sottoponendo a controlli severi la farmacia degli ospedali ebraici e, soprattutto, smettendo di inviare gli avvisi di deportazione perché non ne fossero avvisati prima.

I nazisti chiamarono lo sterminio di milioni di ebrei “soluzione finale della questione ebraica in Europa“, pienamente convinti che i tedeschi avessero sempre avuto, nel corso dei secoli, una loro importante missione civilizzatrice da portare avanti. 

Bloody Ivy

stellagiallaaltri miei post sul suicidio e bibliografia usata

23 Commenti

  1. Hai fatto bene a ricordare anche gli ebrei suicidi, di cui si parla troppo poco. Il mio Like mi è costato, perché quello che descrivi non mi piace affatto, come non mi piace l’Olocausto. Il mio Like è per te e per questa tua attenzione coraggiosa al problema poco noto. Credo che altri suicidi, a guerra terminata, abbiano riguardato anche parecchi ebrei sopravvissuti: non so dimenticare il grande Primo Levi, per esempio. Ciao!

    • sai, emotivamente è il post che finora mi è costato di più a scriverlo. Perché anche per rispetto, cerchi di capirle quelle persone, cosa possono aver provato, e in qualche modo, anche se da molto, molto lontano, quell’orrore ti raggiunge

  2. Capisco benissimo quanto scrivi a proposito della sofferenza che post di questo tipo provocano anche in chi li scrive. Rievocare quel passato fa stare molto male, perciò ho apprezzato molto il tuo coraggio. Verissimo poi che in qualche misura ci si sente contaminati da un orrore che ci fa vergogna anche se molto lontano da noi. Anch’io temo che il futuro possa riproporre, magari in forme diverse, la barbarie del razzismo. Speriamo di no, ma il timore c’è! Bisogna stare sempre con gli occhi ben aperti, perché nulla è conquistato per sempre e la democrazia è fragile e molto vulnerabile!

    • Lo trovo un mistero. E il problema non è neanche la democrazia che può essere a rischio, ma che ad un certo momento la maggioranza delle persone può lasciarsi persuadere persino ad odiare e accettare qualsiasi crudeltà verso persone che fino a quel momento vivevano pacificamente con te.

  3. Un periodo buio dove il suicidio rappresentava l’ultima spiaggia. Questa carrellata sui sicidi degli ebrei fa comprendere l’immane tragedia che hanno dovuto subire.

    • sono stati portati alla disperazione non da eventi naturali, come terremoti distruttivi, epidemie di colera, povertà estrema. E’ stato l’odio di altri umani che fino all’altro giorno sembravano loro brave persone e invece, quelle brave e sorridenti persone ora ritenevano dovessero venir umiliati, soffrire e morire.
      momenti bui, tremendamente bui

  4. Il guaio che cambiano le modalità ma non l’atrocità della sostanza.
    Così mentre l’attenzione è riposta su quegli anni tragici, nel contempo ne accadono di nuovi. Mutando il modo di ripresentarsi, riescono a ingannare, e quando ce ne accorgiamo perchè la vera verità affiora, allora è tardi.
    Le shoah anche ora sono tante, sia in corso che in agguato pronte dietro l’angolo.

    • la nostra attenzione è più colpita da loro, perché ci eravamo immersi. Mussolini annunciò l’inizio delle leggi razziali nella piazza dove mi capita di passare ogni volta che esco di casa. E sempre a Trieste avevamo l’unico forno crematorio d’Italia. La risiera di san sabba.
      Ma gli uomini non sono cambianti, non in meglio almeno. Si ricorda la shoah per ricordare di cosa è capace la natura umana, anche ora e non di “cosa è stata capace, ma ormai è acqua passata e non capita più”

    • di hanna arendt consiglierei il suo “le origini del totalitarismo”. Sì anche io li conoscevo solo a grandi linee, e trovarmi davanti a tutti questi questi dati presentati e documentati è stato… davvero cupo.

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