Software, diritti d’autore

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Il Computer software Amendment Act degli U.S.A., del 1980 apre la strada alla tutela dei programmi per computer nell’ambito del diritto d’autore. Nel 1984, è l’Australia a tutelare i programmi, seguita a ruota nel 1985 da Francia, Germania, Gran Bretagna e Giappone e nel 1987 dalla Spagna. Grazie alla CEE (Comunità Economica Europea) nel 1992 fu, dai Paesi della Comunità, assicurata la tutele del diritto d’autore dei programmi per elaboratore.

Nel Decreto Legislativo 29 Dicembre 1992, n.518, che è l’ammodernamento, con aggiunta di commi, della legge italiana del 1941, si legge all’articolo 2: “ i programmi per l’elaboratore in qualsiasi forma espressi purché originali quali risultato di creazione intellettuale dell’autore. Restano inclusi dalla tutela accordata dalla presente legge le idee e i principi che stanno alla base di qualsiasi elemento di un programma, compresi quelli alla base delle sue interfacce. Il termine programma comprende anche il materiale preparatorio per la progettazione del programma stesso”. La tutela del diritto d’autore spesso contrasta con gli interessi delle industrie che vorrebbero l’acquisto del complesso dei diritti a titolo originario senza tener conto degli autori persone fisiche che hanno creato i programmi. Non tutti i sistemi legislativi si sono preoccupati di mantenere il principio ispiratore del diritto d’autore in base al quale l’autore, persona fisica, per il solo fatto della creazione, diviene titolare dei diritti morali ed economici: sibbene, alcune legislazioni più attente all’aspetto commerciale non hanno comunque esitato a consentire la nascita del complesso dei diritti a favore di persone giuridiche. A proposito della legge sul software, nell’ordinamento italiano, il titolare dei diritti è il creatore del software stesso, persona fisica. E sono protetti ed oggetto di diritto d’autore tutti i software che abbiano un carattere creativo. I programmi possono essere creati da un solo autore o anche da una pluralità di autori che sono coautori di un software realizzato in comunione. Invece si parla di opera collettiva software solo quando c’è la riunione di più software o parti di software, che hanno carattere di creazione autonoma. I creatori del software sono quindi i titolari di diritti d’autore. I software però sono opera d’ingegno ma immateriale. Nel senso che c’è la necessità di un supporto fisico per poter utilizzare l’opera. Nel caso specifico del software, serve un floppy disk o un CD Rom, cioè un qualcosa di autonomo e distinto dall’opera. C’è differenza di tutela giuridica, fra il corpus mechanicum (il supporto) e il corpus mysticum (l’opera). Ovverosia, mentre sul supporto, corpus mechanicum, ho un diritto pieno e se voglio e se è tecnicamente possibile posso registrarci sopra qualunque altra cosa, invece sull’opera, corpus mysticum, non ho diritto pieno perché posso utilizzare il software comperato ma non duplicarlo per rivenderlo. L’oggetto della tutela è la forma in cui il software è espresso, mentre esclusi sono le idee e i principi base di qualsiasi elemento del programma per elaboratore, compresi quelle delle sue interfacce. Si fa ciò per cercare di evitare la nascita di monopoli contrari alla libertà di creazione e di favorire l’interoperatività dei sistemi. Detto in soldoni, il diritto d’autore tutela l’espressione delle idee ma non le idee stesse.

Naturalmente i diritti sul software possono essere sia di natura morale (ad esempio la paternità), che di natura economica. I diritti morali sono inalienabili, non si possono acquistare. Padre di un programma è solo il creatore e non è prevista nessuna paternità “adottiva” se non nell’eccezione delle amministrazioni statali. Però, se lo vuole, al “babbo” del programma è consentito di restare anonimo o di nascondersi dietro a qualche pseudonimo.

Senza essere azzardati si può dire che però, in realtà, pochissimi software sono prodotti con l’indicazione del nome degli autori. Molto spesso gioca il motivo dell’impossibilità di individuare con completezza tutti gli apporti creativi che hanno contribuito alla realizzazione del programma, e per non scontentare qualcuno non si cita nessuno. Di fatto, però, questa è un’operazione illecita ogni qual volta gli autori non abbiano volontariamente rinunciato al diritto di essere menzionati.

I diritti patrimoniali, e per ciò si intende qualsiasi forma di utilizzazione economica del software, sono invece trasferibili da soggetto a soggetto. Come esempio cito il leasing finanziario, in altre parole il contratto attraverso il quale un istituto finanziatore si impegna a mettere a disposizione del cliente per un certo periodo, un bene. Il diritto principe fra quelli economici è quello di riproduzione in copie (su supporti magnetici od ottici), e in questo caso si tratta di riproduzione permanente (riproduzione temporanea è la fissazione del programma soltanto sulla memoria fissa dell’hardware, per esempio).

La comunicazione telematica è particolarmente congeniale a dare notizie aggiornate in tempo reale, accessibili con estrema facilità ed a costi accettabili. La principale e tradizionale forma di utilizzazione di un articolo rimane la sua pubblicazione su di un giornale, settimanale o periodico cartaceo, ma con l’evoluzione della tecnologia della comunicazione modi nuovi di utilizzare gli articoli nascono nel web.

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Oggi esiste la possibilità di fare in modo facile ed economico fotocopie di articoli di giornale per produrre rassegne stampa cartacee, di scannerizzare i testi per formare banche dati, rassegne stampa da distribuire on line, di fare dei download da Internet degli articoli che interessano di più, eccetera.

Moltissime sono le testate giornalistiche italiane presenti nella rete. Di alcuni giornali è possibile reperire l’intero “palinsesto” per leggerlo, scaricarlo sul proprio PC o stamparlo, di altri è messa a disposizione solo una selezione degli articoli pubblicati. Di norma la pubblicazione on-line di articoli viene fatta in tempo reale. I ritorni economici di questa forma di diffusione, per lo più gratuita, degli articoli di giornale sono sicuramente da individuare nella promozione della testata giornalistica e negli introiti dati dalla presenza dei banner. Repubblica e il Corriere della Sera, per esempio, dispongono on line di due versioni. La prima gratuita e aggiornata più volte in modo solerte nel corso della giornata; la seconda a pagamento, scaricabile, che riproduce papale papale la versione cartacea del quotidiano di quella data e che offre l’accesso all’archivio per poter trovare articoli anche di anni addietro.

Velocemente e un poco approssimativamente si possono riconoscere quattro tipologie di giornali telematici. La prima è la testata giornalistica telematica con contenuti originali, gratuita o a pagamento, abbastanza simile ad un giornale cartaceo come architettura dei compiti lavorativi. C’è un direttore, una redazione di web-giornalisti, un “editore” e i contenuti posseggono i requisiti minimi di creatività necessari per poter classificare il web-giornale come opera dell’ingegno. Altra tipologia è quella del giornale telematico che appartiene ad una testata giornalistica, cartacea. E i contenuti che appaiono nel web sono quelli creati appositamente ed essenzialmente per l’edizione carta. Per la pubblicazione degli articoli nell’edizione on line è necessario però l’assenso degli autori di tali articoli.

I giornali telematici gratuiti che nascono con un’organizzazione “alla mano” ed essenziale (uno o pochissimi addetti stabili e contributi esterni gratuiti e spontanei), rientrano nella terza tipologia. Nella quarta e per il momento ultima tipologia rientrano quei giornali telematici che hanno una modanatura tipica delle agenzie stampa con accesso gratuito. Forniscono, organizzate o per argomento o per cronologia degli eventi, informazioni, o dispacci, la cui forma di redazione difficilmente assume quei caratteri minimi di creatività che consentono la collocazione del loro insieme nell’ambito delle opere collettive giornale. Possono, invece, essere assimilati meglio alla categoria delle banche di dati. Comunque, per i giornali che nascono direttamente come telematici, è a volte difficile capire quale disciplina sia a loro da applicare, scegliendo fra banche dati ed opere collettive.

Più in generale, un prodotto editoriale nel terzo millennio è: “il prodotto realizzato su supporto cartaceo, ivi compreso il libro, o su supporto informatico, destinato alla pubblicazione o, comunque, alla diffusione di informazioni presso il pubblico con ogni mezzo, anche elettronico, o attraverso la radiodiffusione sonora o televisiva, con esclusione dei prodotti discografici o cinematografici” (legge 7 marzo 2001, n. 62, Nuove norme sull’editoria e sui prodotti editoriali e modifiche alla legge 5 agosto 1981, n. 416). Se poi il giornale on line ha lo stesso nome ed appartiene ad una testata cartacea e in più viene diffuso con periodicità, va registrato e segue tutti gli obblighi della legge sulla stampa cartacea.

Prima della legge 62/2001 la registrazione dei giornali telematici dipendeva semplicemente dal nebuloso e mutabile punto di vista dei giudici. Con la 62 invece, si è approdati ad una nuova definizione di prodotto editoriale che assembla le componenti tradizionali cartacee (quotidiani, periodici, libri) a quelle multimediali su CD Room o in Rete.

Ciò che ci domanda è se e quando, la trasmissione on-line, il download, la scannerizzazione, la riproduzione reprografica ecc siano consentite. Subito introduco il concetto di copia privata. La massiccia diffusione dei più diversi mezzi di riproduzione è fuori d’ogni dubbio, la causa principale del consolidato vizietto di molti di duplicare opere di vario genere (molto spesso composizioni musicali ed opere filmiche). Forse non tutti sono a conoscenza che, la copia privata, è consentita. Ma deve trattarsi di riproduzione fatta fra le quattro mura di casa propria, e l’uso che se ne farà non deve essere a scopo di lucro. Senza tanti infingimenti aggiungo che in realtà l’elemento essenziale alla liceità della riproduzione è la corresponsione del compenso previsto, pari ad una quota del prezzo di vendita, al rivenditore di nastri o videocassette o degli altri supporti o degli apparecchi di registrazione audio (per i video registratori invece, stranamente no, non è dovuto nessun compenso). La misura del compenso è fissata nel dieci per cento del prezzo di vendita delle musicassette, nel cinque per le videocassette, mentre per gli apparecchi di registrazione audio è dovuto un tre per cento. Disdicevole sapere che si è considerati “pirati”, e puniti a pagare le colpe in anticipo, con le royalties anche se, poi si volesse restare ligi a ciò che consiglia la legge.

La Direttiva 2001/29/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio; del 22 maggio 2001, è stata pubblicata nella Gazzetta ufficiale delle Comunità europee 22 giugno 2001 LL 167/10. In essa sono trattati alcuni aspetti del diritto d’autore nella società dell’informazione. Principalmente si occupa dell’utilizzazione delle opere in ambiente digitale, sono solo escluse però le utilizzazioni analogiche di tipo tradizionale. I diritti d’autore presi in esame nella direttiva sono tre: il diritto di riproduzione, il diritto di comunicazione al pubblico, intendendosi per tale la comunicazione diretta ad un pubblico potenziale, non presente nel luogo di “intenzione” ed infine il diritto di distribuzione.

Diritto di riproduzione. Come si intuisce, il diritto d’autore (possibilità di autorizzare o meno l’utilizzazione, di ottenerne il guadagno desiderato) fa a pugni con la libera utilizzazione. Più ampio è lo spazio concesso alle utilizzazioni libere o soggette solo al pagamento del compenso (in genere di finalità culturali), tanto più è compresso il diritto d’autore. Le nuove tecnologie che hanno reso facile e conveniente le riproduzioni private hanno fatto decidere chi di dovere che le innumerevoli piccole violazioni non erano materialmente perseguibile, per mancanza di convenienza economica e per la difficoltà di provarle visto che avvenivano in ambienti privati. Quindi le strade seguite sono state sostanzialmente due: quella di concedere libere utilizzazioni, purché non abbiano rilevanza economica, e quella di esigere compensi fissi (tipo royalties).

Il concetto di riproduzione, prima era inteso come la moltiplicazione di un’opera, in copie materiali, fatta con la stampa, i dischi, le musicassette, le videocassette, i CD. La nuova normativa ora, codifica, invece, come riproduzione anche quella forma di duplicazione dell’opera immateriale che si mantiene in forma immateriale: il che avviene attraverso le memorie digitali che ne consentono certamente la percezione ma non il materiale possesso, se non nel successivo passo di un procedimento di riversamento e fissazione su un supporto direttamente (per esempio su carta) o indirettamente (per esempio floppy, CD rom, DVD) leggibile.

Un’opera immateriale se si trova nella RAM del computer, ovvero nella sua memoria elettronica volatile, pare priva di calore e colore ma soprattutto di supporto materiale e si dissolverà nell’etere non appena si spegnerà il PC. Trattare tale argomento sarà un po’ come maneggiare la famosa patata bollente, e la questione sarà risolta probabilmente con artefici tecnologici che impediranno il download dai siti, per esempio, o si terrà conto dei possibili o meno cespiti di reddito. Si può dire che, in gergo, la riproduzione temporanea dei file sul computer eseguita mentre si naviga in Internet, si chiama copia tecnica e, non è considerata violazione del copyright.

Di argomenti scottanti al riguardo, in verità ce n’è più d’uno sull’immagazzimento e la trasmissione on line di opere. Non solo i servizi di connettività ma anche tutti i possibili punti di scambio in rete fanno capo a soggetti singoli, ma anche ad enti no-profit e anche a veri e propri imprenditori. Quindi bisogna far chiarezza sul transito dell’opera, che magari potrebbe pure venire suddivisa in segmenti e prendere percorsi diversi per poi magari ricomporsi in un’unica destinazione. La rete è globale, e quindi globali dovrebbero altrettanto essere i diritti d’autore.

Per quanto riguarda l’argomento giornali on line, quelli accessibili e quindi di tipo gratuito, gli articoli che interessano si possono prelevare e salvare con i semplici comandi copia e incolla. Buona norma sarebbe fare attenzione ai simboli del sito; © sta per copyright, ® significa un marchio depositato, mentre il simbolo ™ è quello del marchio registrato.

A proposito delle utilizzazioni libere dei giornali in genere, la legge dice che sono liberi “gli articoli di attualità, di carattere economico, politico, religioso, pubblicati nelle riviste o giornali (…) se la riproduzione non è stata espressamente riservata, purché si indichino la rivista o il giornale da cui sono tratti, la data e il numero di detta rivista o giornale e il nome dell’autore, se l’articolo è firmato” (art. 65 della Legge n.633 del 22 aprile 1941).

Non solo gli utenti ma anche i web-giornalisti, i giornalisti che lavorano in Rete, devono fare attenzione alle informazioni che prelevano. C’è poi l’argomento link. Se nel proprio giornale on line si inseriscono link che portano su altri siti, si potrebbe infrangere la legge sul copyright (per non violare la legge è più sicuro includere il codice “target” nella pagina HTML, quando la si crea, di modo che ci sia al cliccare sul link, l’apertura di una finestra indipendente dal sito e l’utente si possa accorgere se la sua navigazione è ancora nel sito o se è stato trasferito da altre parti). In ogni caso, l’editore deve sempre chiedere l’autorizzazione prima di inserire link esterni al proprio sito. Se poi il discorso si allarga ai siti commerciali, allora le cose si complicano perché si potrebbero usare link per fare della concorrenza sleale. Ecco che qui l’attenzione della giurisprudenza è senza dubbio maggiore.

Lo spauracchio nella rete, l’International Federation of Phonografic Industry (IFPI) lo vede nelle enormi potenzialità di utilizzo e scambio delle opere musicali. Lo scambio della musica on line, i download sui computer sono in grado di squilibrare il mercato. Lo scopo precipuo è, allora, di evitare la pirateria del diritto d’autore, proteggendo gli interessi delle etichette discografiche e degli editori musicali. In realtà problemi analoghi accomunano tutte le industrie la cui attività ruota intorno al diritto d’autore. La distribuzione digitale on line può riguardare infatti oltre alla musica anche film, giornali, libri e tanto altro.

In particolare in Italia per la riproduzione digitale sono già protette, senza possibilità di applicare eccezioni, le fotografie, la corrispondenza epistolare, titoli di opere, le rubriche, le informazioni o notizie pubblicate o radiodiffuse e talvolta i titoli di giornali e riviste e di altre pubblicazioni periodiche se si ritiene che possano considerarsi opere della stessa specie o carattere i giornali telematici, le riviste e le altre pubblicazioni periodiche telematiche. Invece, sono esentati dal diritto di riproduzione “gli atti di riproduzione temporanea”, perché privi di rilievo economico e transitori. Ma con ciò si dà la possibilità ai soggetti che gestiscono i cosiddetti motori di ricerca, programmi che aiutano la ricerca di informazioni nelle rete, di effettuare quelle copie temporanee delle opere presenti sui siti e portali per poterne poi estrarre gli elementi necessari per indicizzare i siti. E’ bensì vero che le copie fatte dai motori di ricerca hanno il carattere della temporaneità e sono gratuite, ma così si glissa sul fatto che si possono o si potranno in futuro ottenere dei profitti economici grazie alla messa a disposizioni delle enormi banche dati create grazie a queste procedure.

In vieppiù le direttive per le banche dati europee non valgono per i motori di ricerca gestiti da soggetti extracomunitari che possono estrapolare e reimpiegare contenuti di data base di proprietà europea a loro gradimento; mentre gli operatori Internet europei non possono operare con altrettanta libertà.

Altro problema di non poco conto, le regole della comunicazione dell’opera al pubblico. Proprio perché anche la definizione di pubblico si modifica a seconda delle tecnologie. Oggi per esempio si parla di pubblico virtuale accessibile a distanza all’opera dell’ingegno. E la comunicazione al pubblico dell’opera arriva via filo, cavo, etere e persino dallo spazio. Il Trattato OMPI a questo proposito, è il più chiaro ed adeguato di tutti i trattati internazionali che assicurano solo una tutela minimale equivalente nelle nazioni che li ratificano, perché esso invece, cerca di armonizzare le legislazioni degli Stati per creare un mercato unico che favorisca la libera circolazione delle opere. Perché tutto non resti un’utopia bisognerà arrivare ad un’univoca definizione di cosa debba intendersi per diritto esclusivo di comunicazione al pubblico. Purtroppo la definizione non c’è ancora.

La questione più scottante su questo argomento vede fronteggiarsi coloro che vogliono escludere la responsabilità del service provider, per le trasmissioni on line e coloro che quantomeno vorrebbero fare dei distinguo. Riassunta e stringata, la direttiva 2000/31/CE dell’8 giugno 2000 del Parlamento europeo e del Consiglio, in proposito alle responsabilità per violazioni del diritto d’autore del provider Internet, dice: non è responsabile chi si limita a fornire il servizio tecnico per l’accesso alla rete a condizione che non sia a conoscenza che sta trasmettendo opere protette e nel caso si accorga di attività illecite sulla rete da lui gestita, tolga o renda inaccessibili tali opere. Questo perché, all’incontrario, invece, diventa responsabile se la sua intenzione è quella di commettere la violazione del diritto d’autore. Insomma, è l’intenzione che fa l’innocente o il colpevole, e questo lo diceva già nel medioevo la filosofia di Abelardo. E siccome tutti i gestori di provider si dichiarano sempre di buone intenzioni, la tesi diffusa è che il provider è innocente e deve soltanto attivarsi per rimuovere le opere illecite che potrebbe scoprire. La legge, allora, toglie ogni responsabilità al provider per il semplice trasporto, la memorizzazione temporanea e per l’hosting, cioè lo spazio web su cui pubblicano i clienti. Ciò salvo nel caso in cui questi non fosse effettivamente al corrente dell’illiceità dei contenuti diffusi.

Captain copyright

Secondo convinzioni diffuse fra molti navigatori del cyberspazio, le opere dell’ingegno, quelle stesse che su supporto hanno copyright e prezzo, in Internet dovrebbero circolare gratis. Si dovrebbe, in rete, gettare la tonaca dei diritti d’autori alle ortiche. Se agli intermediari della comunicazione, i provider, fosse rimesso il compito di controllare il materiale in rete, essi potrebbero accoglierlo con l’ottusa spietatezza dei censori e togliere la libertà di manifestazione del pensiero. Infatti, se facessero da filtro alle opere, oltre ai diritti d’autori si troverebbero a decidere ciò che è lecito far vedere on line e ciò che non lo è; ciò che è libera manifestazione del pensiero e ciò che è o a loro sembra, diffamazione. E questo importante compito potrebbe essere deleterio nelle mani di un provider privato.

Il diritto di distribuzione è limitato dalle copie private, dagli atti di riproduzione effettuati da biblioteche accessibili al pubblico, istituti di istruzione, musei o archivi che esulino da vantaggi economici o commerciali, dalle registrazioni effimere fatte per le successive emissioni e, se hanno un carattere documentario, dalla loro conservazione in archivi ufficiali, dalle emissioni radiotelevisive duplicate per ospedali e prigioni e simili.

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Open Source e Pubblica amministrazione 

Software, diritti d’autore 

Digital Millennium Copyright Act 

La SIAE 

La nuova dura legge sul Diritto d’Autore 

mio vecchio pezzo, ma ancora presente su Hacker Kulture dvara.net
ivy

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