da: Senza Adulti – Zagrebelsky

Copertina Libro, Gustavo Zagrebelsky, Senza adultibrano da:
 Senza adulti – Gustavo Zagrebelsky 

(…) Noi viviamo in un’epoca che crediamo ancora dominata dall’idea o, forse, dall’ideologia dei diritti umani: un’epoca aperta dalle rivoluzioni liberali, arricchitasi di contenuti nel corso dell’Ottocento e trionfante nella seconda metà del Novecento, anche come reazione alle tragedie dei totalitarismi della prima metà del secolo. I diritti umani non conoscono differenze fra le età della vita degli uomini: sono “umani” e riguardano tutti gli esseri che tali sono. La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, che inizia proclamando che “tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti“, si riferisce alla nascita, e questa è un’eco delle lotte per l’abolizione dei ceti sociali, delle caste e della schiavitù ma certo non sottintende affatto che poi, dopo la nascita, i diritti possano ridursi o essere cancellati con il volgere delle età della vita. Noi consideriamo queste proposizioni dotate della forza dell’evidenza che attribuisce loro la nostra cultura. Ma tra la cultura e la realtà effettuale si è aperta una scissione.

Nelle società gravate dalla contraddizione: penuria di risorse vitali ed esigenza costante di sopravanzarla – cioè, in potenza, tutte, salvo quelle delle isole di utopia -, gli individui nati o divenuti inutili erano soppressi fin dall’inizio o abbandonati a se stessi. Erano i non produttivi, i deboli, gli affetti da malformazioni e malattie, i “malriusciti” (secondo la terminologia eugenetica del nazismo) o coloro che rappresentavano solo un peso per gli altri, come i vecchi irrecuperabili a una vita attiva. Si seguivano procedure diverse. Alcune tribù dell’America precoloniale usavano denudare il corpo degli infelici ancora viventi, cospargerlo di miele e lasciarlo per una notte in pasto alle termiti. Altri, di cui Erodoto dà testimonianza, il corpo se lo mangiavano. Altri ancora si affidarono alle cliniche e a dottori in camice bianco. Questo lato oscuro della legge della vita e della morte lo si è cercato di eliminare, in nome d’ideali umanitari e di solidarietà cristiana, ma non è affatto estinto. La letteratura, innanzitutto, ci ammonisce a non considerare queste cose come un retaggio del passato rivestito della patina del folklore, secondo un possibile modo di intendere la storia narrata da Michela Murgia a proposito della Accabadora, con riguardo a una pratica della Sardegna profonda. Racconti d’impianto mitologico o fantascientifico ci avvertono di non considerare tali o simili pratiche archiviate per sempre. Per esempio, in Le canzoni di Narayama Schichiro Fukazawa descrive i rituali dietro cui, in una piccola comunità chiusa sulle montagne del Giappone, si cercava di nascondere la crudezza di una legge che chiedeva ai vecchi, accompagnati ma in realtà tenuti d’occhio dai giovani, di votarsi spontaneamente alla morte. Il momento di togliersi di mezzo veniva quando non esisteva più alcun vantaggio sociale dallo sfamare bocche sdentate. Richard Matheson, in L’esame (in Le meraviglie del Possibile, Antologia della Fantascienza), prefigura test psicofisici di produttività cui regolarmente gli anziani saranno sottoposti: test che ricordano le “selezioni” propedeutiche alle camere a gas nei campi di sterminio nazisti e fanno pensare a una sorta di “esame di abilitazione all’esistenza“, gestito burocraticamente (come l’esame per il rinnovo della patente di guida).

Gustavo Zabrebelsky
Gustavo Zabrebelsky

Letteratura mitologica o fantascientifica, soltanto? Per nulla. Analoghe idee, rivestite della forza della scienza, cioè del Darwinismo sociale, furono sostenute tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento in “civilissimi” paesi, culturalmente vicini a noi, e fornirono alimento a un certo tipo di pensiero ultrarealistico che bandiva dal suo orizzonte l’idea stessa di solidarietà fra gli esseri umani.
Herbert Spencer ne è stato il teorizzatore riconosciuto. I poveri, i marginali, gli handicappati, i deboli, in generale gli “inadatti”, non avrebbero dovuto essere sostenuti a spese della collettività. La spesa sociale sottrae risorse allo sviluppo della parte sana della società, la sola che ha il diritto di esistere e accrescere tutte le proprie energie vitali, Discorsi del genere li troviamo nei documenti della  politica eugenetica del nazismo, ma – cosa meno nota – ebbero corso in epoca anteriore anche in paesi anglosassoni e scandinavi. Oggi, i diritti umani e la relativa idealizzazione impediscono la riproposizione di simili teorie, ma la pratica rivestita dalla forza della necessità ne ripropone gli esiti. Siamo di fronte a una “metafisica sociale”, a un “iperoggetto” (per usare un termine di Timothy Morton) totalmente astratto che domina con la forza della necessità l’esistenza quotidiana, la sua fisica e la sua dinamica. In questo iperoggetto, che ancora attende di essere sviscerato nelle sue componenti e nelle relazioni fra di esse, le nostre società sono totalmente immerse. Esse, sembra, non sono più in grado di agire, ma solo di reagire per reggere alle difficoltà di riproduzione del sistema, quando s’inceppa.

Ora, la cosiddetta crisi fiscale dello Stato e la conseguente riduzione della “spesa sociale” – pensioni e assistenza, sanità, lavoro -, chi finiscono per colpire? Proprio i più deboli, cioè i meno produttivi. Fra questi, gli anziani, il cui numero percentuale rispetto agli individui produttivi aumenta, con la durata della vita. Effetti collaterali non voluti? Forse, ma comunque effetti che assomigliano a quelli diretti e voluti, Può essere che sia alle viste una vera e propria ribellione della generazione giovane, quella su cui grava sempre di più l’onere del sostentamento degli anziani. Costoro non li si elimina fisicamente e coscientemente, ma li si abbandona in via progressiva al loro destino, con effetti analoghi. Non si tratta di dottrine. Si tratta di una condizione che le società dominata dallo sviluppo, dalla produttività e dall’insicurezza (correlativamente e di conseguenza, anche affette dalla diminuzione di nuovi nati) avvertono ormai come stato di necessità. Per ora, la parte della società che è animata da sentimenti solidaristici si mobilita volontariamente, per sopperire alle carenze dell’azione pubblica. Ma è soltanto una supplenza, benché altamente meritoria, rispetto a un mutamento nel modello di relazioni sociali che – si dice – la  società odierna della competizione globale non è più in grado di reggere.

Gustavo Zagrebelsky, giudice costituzionale, professore ordinario di Diritto Costituzionale all’Università degli studi di Torino, Socio Costituzionalista dell’Associazione Italiana dei Costituzionalisti (A.I.C.), è stato eletto Presidente della Corte Costituzionale, carica che ha ricoperto fino allo scadere del suo mandato il 13 settembre 2004. Collabora con i quotidiani La Repubblica e La Stampa, è socio corrispondente dell’Accademia nazionale dei Lincei.

Tutti i libri di Gustavo Zagrebelsky

I-am-legend-proofe ne approfitto per suggerire anche:
tutti gli avvincenti libri del qui sopra citato  Richard Matheson 

 

Bloody Ivy

3 Commenti

  1. dopo l’aggiornamento del plugin jetpack ho avuto un sacco di problemi, anzi li avranno avuti chi avrà provato a collegarsi, commentare o solo lasciare un “mi piace”. Sono desolata… evidentemente nell’aggiornamento jetpack c’era qualcosa di non molto compatibile con il mio sito, sto cercando di rimediare

    • non l’ho letto ma mi sono riproposta, quanto prima, perché gli autori che cita nei suoi scritti sono sempre meritevoli.

I commenti sono bloccati.