Post Moderno

Jean François Lyotard
Jean François Lyotard
Jean François Lyotard
Jean François Lyotard

Post moderno” perché oggigiorno, le cose veramente moderne bisogna per forza che siano post moderne!

Sarebbe vano cercare avvenimenti precisi e databili come scoperte, guerre, trattati… che segnino la linea di partenza per questa nuova epoca perché, e lo dicono i post moderni, le epoche non sono altro che diversi atteggiamenti per guardare la realtà, diversi modi di pensare e quindi, citando le parole del filosofo più impegnato nella definizione del termine post moderno Jean François Lyotard,  le epoche sono come i pensieri: nubi! E la periferia di una nube non è misurabile esattamente.

Però, cercando, alcuni dati sul conio di questa parola, si trovano. Già nel 1934 post moderno appare sia nella Antologia de la Poesia Española Hispanomericana del critico spagnolo Federico di Onìs, per indicare il superamento del modernismo di una corrente letteraria, sia in A study of History dello storico americano Arnold Toybee, per sottolineare la nuova fase storica della civiltà occidentale. Nel 1950 arriva il libro del filosofo teologo tedesco ma di origini veronesi Romano Guardini: La fine dell’età moderna. Non c’è dubbio però, che il vero babbo del post moderno, inteso nel significato che gli diamo ai giorni nostri, sia Jean François Lyotard. con la sua pubblicazione la condition post moderne (1979), la parola post moderno diventa d’uso comune.

Che si dice fra i post moderni della sorpassata età moderna? Niente di buono! Non si fanno complimenti, ma soprattutto si ricorda con particolare dispiacere la brutta abitudine di concepire la storia come un progresso e si depreca la sua pretesa di pensare l’umanità in viaggio verso una salvezza e non importa che sia di tipo religioso, politico, scientifico, tecnico o economico. D’altronde gli atteggiamenti dei post moderni sono decisamente antitetici rispetto a quelli della modernità. Superficialità della propria condizione, sfiducia nei macrosaperi e preferenza di forme deboli o instabili di razionalità, passaggio dall’unità alla molteplicità, rinuncia a concepire una sola storia ma anzi esperienza di fine della storia, diffidenza verso ogni terapia salvifica (politica, esistenziale, religiosa, artistica…).

Chi ha detto queste cose? Il primo è stato colui che ha diffuso il termine di post moderno. Tutto ciò che è accaduto dopo il 1492, dice appunto Loytard, è stato accompagnato dall’idea di progresso e dalla persuasione che la storia vada verso questo progresso; ma ora non si accetta più questo carattere progressivo della storia che invece offre concezioni spesso utili solamente in determinati momenti e da un solo punto di vista. Nel post moderno si respira aria d’incredulità. Ed è con i media, dice sempre Lyotard, considerati bombe esplosive di moltiplicazione delle Weltanschauungen che si arriva alla distruzione di ogni certezza forte.

L’autore de La fine dell’età moderna, il sopraccitato Guardini, ben prima di Lyotard aveva profetizzato la fine dell’euforia per il potere scientifico e tecnico sul mondo e l’avvento dell’età della paura dove potere scientifico e tecnico non sono in assoluto una vittoria ma rappresentano anche una minaccia. Ovviamente il teologo, nei suoi scritti, dà ampio spazio alla fede scevra da consolazioni sentimentali o suggestioni rituali, che si sottopone ad un costante esame critico. Esame su se stessi particolarmente difficile in una società di massa dove è potentissima ogni forma di condizionamento ed è indebolita la forza di resistenza della persona. Infatti, l’uomo-massa, protagonista della nuova età, pare dominato dal pensiero puramente funzionale e incapace di veri criteri morali di giudizio.

Fra i filosofi post moderni “nostrani”, vanno citati Gianni Vattimo, professore di estetica e direttore di una rivista sull’argomento, e Pier Aldo Rovatti, professore di filosofia contemporanea all’università di Trieste e direttore della rivista “aut-aut“; insieme hanno scritto, nel 1983, Il pensiero debole. Per Vattimo e Rovatti il post moderno coincide con la fine dell’idea di storia. Storia che finora si è sempre lasciata scrivere dai vincitori che hanno eliminato dalla memoria collettiva i lamenti dei vinti e fornito del passato l’immagine più consona ai loro interessi. I de filosofi inoltre interpretano l’annuncio nietzschiano della morte di dio come il proclama post moderno della fine di ogni rassicurazione del pensiero. La condizione umana di ora è il nichilismo e l’abitudine di convivere col niente. L’individuo post moderno ha imparato infatti a vivere nel mondo relativo delle mezze verità.

 

Riassumo il discorso sui media di Vattino che trovo particolarmente interessante. Media che sgretolano il termine di realtà. Realtà dove l’evidenza non è segno di verità ma prodotta da convenzioni e camuffamenti digitali. La modernità si può ricordare come l’epoca del motore; sia perché determinata da quella rima forma di globalizzazione che sono stati i viaggi e da un’economia fondata sull’industria meccanica, sia perché caratterizzata anche filosoficamente dall’idea di un movimento centrale che mobilita le periferie, e cioè il progresso dell’occidente che trascina con sé la civiltà più primitiva, la “vera” cultura umana che dal suo cuore (l’Europa occidentale!) si espande al resto del mondo unificandolo.  Ebbene il post moderno si fonda proprio nella dissoluzione del modello centrale del motore e sulla sua sostituzione con la rete. Internet, il world wide web è il modello della comunicazione che esclude l’idea di una qualunque immagine centrale del mondo. E’ il ripensare al mondo come villaggio globale.

Difficile non concordare con i filosofi citati. Per ora che a noi omuncoli del post moderno (che procedevamo a tentoni nello scuro delle flebili, mezze verità), sono stati aperti tutti i tombini sotto i piedi, intenzionalmente, per farci cadere giù. Mica ce l’aspettavamo d’esser così detestati da qualcuno che zitto zitto progettava mille e un modo fantasioso per eliminarci! La situazione post moderna di questi momenti, quella con tutti i tombini aperti sotto i nostri piedi destabilizza. Ci hanno tolto la fiducia d’un roseo futuro prospettandoci possibili attentati, magari anche nucleari, guerre batteriologiche con armi impensabili, incredibili veramente. c’è da paragonarsi alla popolazione lombarda descritta dal Manzoni che avvisata del pericolo della peste portata dai lanzichenecchi non sapeva se crederci o no, fino all’ultimo. Esagerato? Forse… E in ciò mi pare d’intravedere addirittura un ulteriore pericolo (e sì… ho un po’ la indole dell’uccellaccio del malaugurio), quello cioè che lo stress del timore su cosa accadrà paralizzi la capacità di ognuno di pensare col proprio cervello e faccia riemergere in noi “l’istinto del gregge” (come accade in momenti storici analoghi). Pecore pronte ad accettare le rassicurazioni e le idee di chi (magari solo perché ha un megafono in mano) urla di più. Anche in questo scenario però continuo a dare importanza al ruolo di Internet che potrebbe risultare a tutto ciò un buon antidoto.

L’informazione disponibile on line, usata cum iudicio, offre diversi punti di vista, ed è in grado di allargare le nostre capacità di valutazione; può insegnarci a provare a rispondere sul significato di certi valori ai quali i post moderni non pretendono di rispondere, in arte perché credono non serva a nulla e in parte perché era impensabile trovare delle risposte. E questo potrebbe sembrare un happy ending, ma in realtà ci si affaccia ad un problema spinoso: come riconoscere on line le fonti di informazioni attendibili, dalla disinformazione e dalle bufale in cui una buona percentuale di uomini normali, apparentemente lucidi ed intelligenti, incappano?

ivy

un mio vecchio articoletto che avevo dovuto scrivere… è corretto anzi ineccepibile dal punto di vista delle informazioni, ma non rispecchia del tutto le mie idee (più complesse e articolate, secondo me anche più interessanti) bensì quelle del mandante che cercava discorsi più sempliciotti e quindi condivisibili da tutti.

 

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