Nessuno sa Tutto, Ognuno sa Qualcosa

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La vera intelligenza dell’uomo

consiste nel rendere intelligente la sua società”.

(Pierre Lévy)

Internet non è soltanto una rivoluzione tecnica. Tecnica, cultura e società sono sempre intrecciate. Gli ideatori di Internet avevano in mente un utilizzo del Web atto ad aumentare l’intelligenza dei gruppi e a favorire l’interattività fra gli utenti. In questa scia Pierre Lévy, filosofo di cultura virtuale contemporanea al Dipartimento di Hypermedia all’Università di Parigi, indirizza le sue ricerche; in special modo per quanto riguarda l’intelligenza collettiva studiata in un contesto antropologico.

Intelligenza collettiva come nuovo spazio antropologico del sapere. Dove per spazio antropologico si intende un sistema del mondo umano dipendente dalle tecniche, dai significati, dal linguaggio, dalla cultura, dalle convenzioni, dalle rappresentazioni nonché dalle emozioni umane. Lévy delinea quattro grandi spazi antropologici: lo Spazio della Terra, lo Spazio del Territorio, lo Spazio delle Merci, lo Spazio del Sapere.

La Terra è il primo spazio occupato dall’umanità, da sempre presente, permette l’apparire dell’uomo. Terra intesa non riduttivamente come pianeta ma ampliata a cosmo, in cui gli uomini sono in comunicazione con gli animali, le piante, i paesaggi, i luoghi e gli spiriti. Sulla terra l’identità è legata nel rapporto di filiazione o di alleanza con gli altri uomini: è il nostro nome – l’iscrizione simbolica in una discendenza – ancora oggi la prima voce del curriculum vitae.

Il secondo Spazio antropologico è quello del Territorio, all’inizio ridotto ai confini imposti dall’agricoltura, dallo stato, dalla città e dalla scrittura. In realtà non inquadrato secondo le sole assi spazio-temporali ordinarie. Per questo Spazio infatti due persone che si trovino da una parte e dall’altra di una linea di confine fra stati, sono tra loro più lontane rispetto a due persone appartenenti alla stessa nazione anche se geograficamente a più chilometri di distanza. In ogni caso nel curriculum vitae, dopo il proprio nome dobbiamo segnare il nostro indirizzo, che rappresenta la nostra identità sul territorio.

pierre2Lo Spazio Merci ha fatto sì che la ricchezza, prima proveniente dal controllo delle frontiere, derivi dai flussi mercantili. Lo Spazio Merci è lo spazio del capitalismo. “Così come re Mida trasformava immancabilmente in oro tutto ciò che toccava, il capitalismo trasforma in merce tutto ciò che riesce a far rientrare nei propri circuiti. Frumento, pelli, lana, cotone, tessuti, stoffe, vestiti, macchine da cucire, prodotti chimici, fertilizzanti, medicine, conserve, surgelati, frigoriferi, lavatrici, tabacchi, detersivi, pannolini, saponi, innumerevoli oggetti, montagne di cose, negozi, magazzini, depositi, cataloghi, grandi superfici, imballaggi, scatole, vetrine, consumi, scarti, scarichi.” (Pierre Lévy, L’intelligenza collettiva – Per un’antropologia del cyberspazio). I parametri tecnici hanno influenzato in vario modo lo sviluppo del sistema capitalistico, permettendogli in genere di crescere o di superare momenti di rallentamento e di crisi. Così il capitalismo, ormai irreversibile, ha istituito l’economia come dimensione ineliminabile dell’esistenza umana. Come è ineliminabile la Terra e il Territorio, così è anche lo Spazio Merci con la sua infrastruttura del capitalismo. Possedere un’identità, esistere all’interno dello spazio dei flussi mercantili occupando una posizione nei nodi di produzione, transazione e comunicazione, corrisponde alla terza voce del curriculum vitae: la professione. Ma al vortice del capitale è possibile sfuggire? E’ possibile se l’umanità si apre su un altro Spazio, dice Lévy.

Lo Spazio del Sapere è un u-topia, ovvero, un non-luogo che intanto getta radici ovunque. Come i precedenti spazi antropologici, lo Spazio del Sapere domina sugli spazi anteriori ma non li fa scomparire, poiché sia le reti economiche che le potenze territoriali dipendono dall’intelligenza, dall’immaginazione e dall’apprendimento degli esseri umani.

Ormai la conoscenza non è in mano di una casta di specialisti, ma è l’insieme del collettivo umano. L’informatica è l’infrastruttura tecnica del cervello collettivo, dove le nuove tecniche di comunicazione a supporto digitale non rimpiazzano l’uomo con la loro intelligenza artificiale, bensì favoriscono le potenzialità cognitive di ognuno. Nell’intelligenza collettiva le identità diventano identità di sapere; l’altro è qualcuno che sa cose che io non conosco. L’altro è diverso da me perché seppur come me ignora molte cose e padroneggia alcune conoscenze, i nostri ambiti di esperienza non coincidono e allora l’altro rappresenta una possibile fonti di arricchimento per la mia conoscenza e io potrei associare le mie competenze con le sue in modo di far meglio insieme che separatamente.

Il sapere mio e degli altri non è una somma, spiega Levy; l’ascolto dell’altro non può ridursi alla costruzione di un sapere che ricalchi il suo; al semplice assorbimento delle informazioni che possiede. L’apprendimento è anche affrontare l’incomprensibilità, l’irriducibilità del mondo dell’altro con ogni rispetto nei suoi riguardi. L’altro è fonte di conoscenza per me, ma vale anche l’incontrario. L’importante è riconoscere l’identità di sapere dell’altro in modo che non sia bloccato da classificazioni o pregiudizi sui saperi nobili o non nobili. L’intelligenza collettiva è l’intelligenza distribuita ovunque.

La possibilità che tutto ciò avvenga coincide con l’uso che si fa e si farà delle tecnologie digitali. L’intelligenza collettiva non è quella del formicaio dove le formiche mancano di una visione d’insieme anche se la loro interazione produce un comportamento manifesto globalmente intelligente. La loro struttura poi è fissa e divisa in caste, ossia l’incontrario dell’intelligenza collettiva, che però non è neanche una fusione delle intelligenze individuali in un magma indistinto, quanto piuttosto un processo di crescita, di differenziazione e di valorizzazione delle diverse qualità umane con il rilancio delle specificità; poiché gli spazi antropologici, della Terra, del Territorio, del Capitale e quello virtuale del Sapere, sono mondi di significato, e un fenomeno qualsiasi rientra in più spazi alla volta.

Per raffigurarsi il tipo di complessità qui in gioco, immaginiamo che un quaderno di quattro pagine (di cui ciascuna corrisponda a uno spazio antropologico) venga stracciato, spiegazzato o accartocciato. Supponiamo ora che un ago (che indica il fenomeno da rappresentare graficamente secondo il nostro sistema di proiezione) venga conficcato in questa palla di carta. L’ago attraverserà ciascuno degli spazi in un certo ordine e potrà forare diverse volte lo stesso spazio. Ogni nuovo ago conficcato nella palla intratterrà rapporti diversi con i quattro spazi, sia per quanto riguarda la successione sia per il numero dei contatti. A brandelli, strappati, accartocciati, forati, inestricabilmente ripiegati gli uni sugli altri, la Terra, il Territorio, il Capitale e lo Spazio virtuale del Sapere coesistono ovunque in maniera diversa.” (Pierre Lévy, L’intelligenza collettiva – Per un’antropologia del cyberspazio)

Il successo arriva ai gruppi di cui i membri lavorano con piacere, imparano in continuazione, mantengono gli impegni presi, si rispettano e si riconoscono a vicenda come persone, attraversano e fanno attraversare i territori piuttosto che proteggerli. Vincono i più capaci di costituire insieme un’intelligenza collettiva. Nell’economia del futuro, auspica Lévy, il capitale sarà l’uomo globale, ciò che non è automatizzabile, ossia i mondi sensibili: l’invenzione, la relazione, la creazione continua del collettivo. La capacità di ricerca, di innovazione, di apprendimento rapido oggi garantiscono la ricchezza delle nozioni.

Il riflesso di difesa di quella che si crede essere la propria categoria è forte, l’istinto primo è ancora quello di alzare reticolati piuttosto che aprire spazi liberi alla circolazione dei nuovi nomadi. Il nomadismo è quando si passa da uno spazio antropologico all’altro. L’identità territoriale, si è già detto, non ha niente a che fare con la geografia. Riguarda allo stesso modo i luoghi e i ranghi nelle istituzioni e tutto quello che organizza uno spazio con frontiere, scale e livelli. Per esempio, l’identità basata sul diploma, appartiene allo Spazio del Territorio e non allo Spazio del Sapere. Lévy propone un nomadismo antropologico, una deterritorializzazione che evita la massificazione, la convenzione, il controllo dell’informazione e della vita stessa. Perché appartenere significa sempre limitare le proprie potenzialità. L’identità piena attraversa i quattro spazi.

Lévy si augura un cambio di rotta; dalle tecnologie molari che considerano in blocco i loro oggetti, massificandoli, alle tecnologie molecolari, come quelle che organizzano e valorizzano i collettivi ma anche le singole differenziazioni. Le Tecnologie medianiche molari fissano i messaggi in modo da assicurare loro un effetto duraturo, una migliore diffusione nel tempo e nello spazio: la statuaria, l’oreficeria, la pittura, i sigilli, le monete e la scrittura nel suo aspetto ideografico (annotazione di un’idea attraverso un’immagine convenzionale). Ecco i media, la tecnologia digitale, che si accontenta di fissare, riprodurre e trasportare un messaggio prodotto. L’informatica è invece una tecnica molecolare perché non si accontenta di riprodurre e diffondere messaggi ma permette soprattutto di generare e di modificare.

Nello Spazio della Terra tutto ci parla e tutto è messaggio come ogni persona messaggera. Nello Spazio del Territorio la parola è separata, fissata su un supporto inerte quale la scrittura. Qui i segni rendono presenti le cose assenti. Sul Territorio i segni possono essere separati dai loro autori, e il legame fra i segni e le cose è differito. Nello Spazio Merci parole, quadri, volti, paesaggi, musica, riti e spettacoli sono riprodotti e diffusi a libri, stampe, foto, cinema, radio, televisione… Nel quarto Spazio, lo Spazio del Sapere, i segni hanno linee di significazione erranti, singolari, occupano spazi di significato metamorfici.

Anche il potere può essere una tecnologia di tipo molare o molecolare, a seconda della tattica politica adottata. Le infrastrutture della comunicazione e le tecnologie intellettuali hanno sempre avuto relazioni strette con le forme di organizzazione economica e politica. Famiglie e clan sono i primi gruppi organici; stati, istituzioni, chiese ma anche grandi aziende e masse rivoluzionarie sono gruppi molari che ricorrono a una forza esterna per costituirsi o mantenersi. Per gruppi molecolari, invece, Lévy intende i gruppi autorganizzati che realizzano l’ideale della democrazia diretta in comunità molto grandi, in una situazione di mutazione e deterritorializzazione.

Nelle tecnologie politiche di tipo molare, le persone non vengono considerate per quello che sono in sé stesse ma per la loro appartenenza a categorie (caste, razze, ranghi, gradi, professioni, discipline) in seno alle quali gli individui sono interscambiabili. I gruppi molari fanno attenzione ai caratteri esterni cosicché usano scarsamente la qualità delle singole persone.

Manodopera industriale, carne da macello, pubblico dei media, disoccupati, poveri, esclusi, pazzi, minoranze (o anche maggioranze!) oppresse… dal trattamento di massa, allo scarto, al rifiuto e allo spreco non c’è che un passo. Anche la trascendenza e la separazione sono tecnologie molari, a caldo o a freddo, perché nei gruppi organizzati in base ai loro principi i cambiamenti costano cari, sono brutali e spesso catastrofici: colpi di stato, rivoluzioni, sommosse. Durante questi periodi di transizione violenta, sull’onda della rivolta, dell’entusiasmo, dell’identificazione con un capo carismatico, il gruppo si fonde. Esso diventa allora una fonte di energia sfruttata dai professionisti della mediazione.”(Pierre Lévy, L’intelligenza collettiva – Per un’antropologia del cyberspazio)

Le politiche della separazione e della trascendenza per Pierre Lévy stanno alle risorse umane come l’industria pesante stava alle risorse naturali e all’ambiente: le sfruttano e distruggono più di quanto non creino. L’ordine, inteso dalle tecnologie molari, sul piano delle vite individuali gli appare un enorme spreco. La politica molecolare, invece, potrebbe valorizzare l’ingegneria del legame sociale per far entrare in sinergia la creatività degli individui, le capacità d’iniziativa, la diversità delle competenze. Ciò non è così facile, “se un potere Qualsiasi controllasse persone e collettivi ‘qualità per qualità’, si rientrerebbe ancora in un tipo di tecnologia molare”. L’idea di fondo di Lévy è che tanto più sarà disponibile l’accesso a Internet, tanto più facile sarà l’evoluzione dell’intelligenza collettiva, che non può affermarsi senza le nuove tecnologie di comunicazione.

Le estensioni elettriche di noi stessi sorpassano semplicemente il tempo e lo spazio,

e creano problemi di coinvolgimento umano

e di organizzazione per i quali non ci sono precedenti”.

(Marschall McLuhan)

Con i nuovi media gli uomini hanno la possibilità e i mezzi per mettere in comune le proprie forze mentali: l’intelligenza. L’etica dell’intelligenza collettiva consiste nell’evitare che le risorse umane vadano sprecate; a tal fine è necessario che gli uomini possano mettere in comune le loro qualità. Il rapporto tra uomo e comunità è di osmosi: il singolo, al servizio di tutti gli altri trae a sua volta dalla collettività preziose risorse per il proprio arricchimento intellettuale. Mentre il Territorio tende a rendere perenni frontiere, gerarchie e strutture, lo Spazio del Sapere non può delimitare le aree affermando “questo campo è mio”, se lo si facesse, ipso facto non sarebbe più Spazio del Sapere, ma soltanto un nuovo Spazio del Territorio in ambito telematico.

Le caratteristiche principali di questo nuovo Spazio sono la deterritorializzazione e il nomadismo antropologico. E’ qui che Lévy intravede la nuova democrazia in tempo reale. Ossia, il cyberspazio cooperativo concepito come un vero servizio pubblico potrebbe diventare il luogo di una nuova democrazia su vasta scala perché darebbe alla collettività la possibilità di esprimersi senza passare attraverso i suoi rappresentanti. La democrazia in tempo reale aumenterebbe la responsabilità dei cittadini, chiamati volta per volta a prendere decisioni e a subirne le conseguenze.pierre1

Il collettivo intelligente è più rapido nel far cambiare le cose di quanto non lo siano i gruppi umani organici o molari. Infatti tutte le creazioni dell’intelligenza sono invenzioni per accelerare il raggiungimento di un fine. La tecnica, il linguaggio e più in generale il pensiero sono catalizzatori che accelerano l’apprendimento e moltiplicano le potenzialità creative. Un gruppo intelligente è anche un gruppo più rapido.

La democrazia, nella sua accezione più comune è la forma di governo che si oppone all’arbitrio del tiranno o al potere di una minoranza e pone al loro posto una legge valida per tutti e voluta dalla maggioranza. Lo scopo della democrazia resta quello di realizzare l’autonomia dei cittadini, è la polis che si dà le proprie leggi. La democrazia è incompatibile con la rassegnazione al fatto compiuto poiché presuppone una attitudine al cambiamento e alla rimessa in discussione di leggi già istituite. Questo perché un individuo responsabile ed autonomo ha la capacità e il diritto di sottrarsi al proprio passato.

Nella democrazia in tempo reale, o cyber democracy il tempo della valutazione e della decisione e un continuum. Orwell ha riassunto il totalitarismo nella famosa frase “Big Brother is watching you!”, la politica dei mass media rovescia perfettamente questa formula, ossia organizza la sorveglianza costante degli individui sul partito del dittatore; fa sì che gli occhi di tutti si fissino sulle celebrità politiche e i personaggi “mediatici” in genere. La democrazia in tempo reale partecipa effettivamente a un disegno di valorizzazione e anche di ottimizzazione di ciascuno.

La cyber democracy non sarebbe una democrazia rappresentativa che consente maggiore facilità d’accesso a chi è connesso alla Rete mentre gli altri resterebbero tagliati fuori.

Il problema è che oggi la politica, l’arte, la scienza, il linguaggio e un po’ tutto, è strutturato dall’alto in basso, con un sistema di gerarchie riprodotte ovunque con un’ostinazione frattale, in funzione della conservazione del potere. Questo tipo di società rischia di rendere sterile qualsiasi attività economica, artistica e intellettuale e a lungo termine di andare in rovina. Il cyberspazio oggi, spera Lévy, può aprire la via ad una sana democrazia grazie alla possibilità di comunicazione e di apprendimento che offre.

Una nuova velocità e una nuova potenza

non sono mai compatibili con gli assetti spaziali e sociali esistenti.”

(Marshall McLuhan)

I vincenti saranno coloro che riusciranno a coordinare al meglio i saperi, le intelligenze , le immaginazioni e le volontà. Meglio circolerà l’informazione e più velocemente verranno prese le decisioni; più si rafforzeranno le capacità di iniziativa e di innovazione p più si diventerà competitivi. Rendere duraturi certi vantaggi, difendere a spada tratta i saperi acquisiti, mantenere certe situazioni, saranno atteggiamenti pericolosi nonché svantaggiosi. E’ per questo che la democrazia in tempo reale potrebbe essere il regime politico più adatto per educare all’intelligenza collettiva, valorizzando e impiegando al meglio le qualità umane. Dice Lévy: la potenza rende possibile, il potere blocca; la potenza libera, il potere subordina; la potenza accumula energia, il potere la dilapida. Per diventare potente quindi un gruppo umano deve disinvestire dalle gerarchie.

La democrazia, era il regime politico meno negativo, non perché dava il potere a una maggioranza su una minoranza, ma perché limitava lo strapotere dei governanti istituendo rimedi contro l’arbitrio. Limitava il potere al minimo necessario per far rispettare il diritto. Oggi però il problema politico non è più prendere il potere ma accrescere le potenzialità del popolo e di qualsiasi altro gruppo umano. Si passerà allora dall’ideale della democrazia (démos, popolo; kratein, comandare) a quello della demodinamica (dynamis, forza, potenza), ossia ad una politica molecolare, che si riferisce a un popolo in potenza, perpetuamente in via di autocostruzione e autoconoscenza, un popolo a venire.

La democrazia risente dei cambiamenti dell’ambiente mediatico, poiché usa i suoi canali per lo scambio di informazione e la partecipazione civica dei cittadini. La cyber democracy costringe la struttura gerarchica dell’amministrazione e del potere ad assomigliare sempre più alla fisionomia della Rete. La verticalità del potere deve cedere all’orizzontalità della decisione, la struttura classica “centro-periferia” alla “multipolarità”. Si potrebbe arrivare alla creazione di un Parlamento virtuale mondiale, questo risolvendo prima il problema del digital divide, cioè la differenza di posizione tra i paesi che partecipano all’innovazione tecnologica e quelli che ne sono esclusi.

Per correggere, per rovesciare una tendenza immanente alla gestione esclusiva,

di pochi, della rete, è necessario far interagire l’intelligenza connettiva.

Il tempo diviene intelligenza, sapere, cultura. Il tempo è la nuova democrazia del millennio.

(… ) Qui, ora,è. Il cyber-tempo è immediatezza”

(Vincenzo Vita – Il tempo nel governo in rete e nella pratica democratica – in “La conquista del tempo – Società e democrazia nell’era della rete”, a cura di Derrick de Kerckhove)

Di per sé, il concetto di intelligenza collettiva non sarebbe cosa nuova; Lévy cita il pensiero di alcuni filosofi medievali (Al Farabi, 872-950; Ibn Sina conosciuto meglio come Avicenna, 980-1037; Abu’l-Barakat al-Baghdadi, morto nel 1164; Maimonide, 1135-1204), i quali parlavano di un’intelligenza unica e separata, la stessa per tutto il genere umano. Questo intelletto comune era chiamato intelletto agente, perché era un intelligenza sempre in atto che contemplava ininterrottamente le idee vere e rendeva effettive le intelligenze umane emanando verso di esse tutte le idee che percepiscono o contemplano. Questo intelletto legava gli uomini a Dio, concepito essenzialmente come pensiero autopensante, conoscente, una pura intelligenza creatrice per sovrabbondanza. Le anime motrici o angeli erano immaginazioni pure. L’amore delle anime celesti metteva in movimento i cieli (da cui il nome di anime motrici). L’influsso divino e il processo di emanazione si esauriva con la decima intelligenza separata o intelletto agente; questo intelletto agente, chiamato L’Angelo illuminava gli esseri umani che, sempre intelligenti in potenza diventavano effettivamente intelligenti e conoscenti solo grazie all’intelletto agente. Così l’intelletto agente veniva visto come una sorta di coscienza collettiva alla quale ci si poteva collegare. Alcuni accoglievano le idee dell’Angelo in modo sovrabbondante, sotto forma di facoltà razionale e immaginazione spirituale e le ridistribuivano agli altri uomini profetizzando.

Se Lévy scrive: “Il punto capitale dell’intelligenza collettiva non è l’insieme del collettivo, ma è l’idea di ottimizzazione della ricchezza capitale, del vero capitale: l’intelligenza”; De Kerckhove crede che siamo di fronte ad una nuova cognizione cognitiva, da lui definita però ‘connessione’ (webness) e sostiene che “La connettività è una delle risorse più potenti del genere umano. E’ una delle condizioni per la crescita accelerata della produzione intellettuale”. Gli utenti potrebbero essere paragonati ai neuroni del cervello, con la possibilità di lavorare soltanto se sono interconnessi agli altri utenti. Incrementando la connettività aumenta la comunità. La differenza fra intelligenza collettiva e intelligenza connettiva sta nel modo in cui Lévy descrive la rete, ossia un cervello che pensa senza un vero centro e la tecnologia che chiama creatrice di un uomo nuovo privo di coscienza personale. De Kerckhove diversamente intende l’intelligenza connettiva più come un ampliamento della morale individuale, del pensiero e del sentimento del singolo. La finalità pratica della rete in campo dell’apprendimento, nella politica e nelle aziende è la vera rivoluzione tecnologica. Continua Lévy: sulla Terra, il soggetto del sapere è il clan, tutti i membri del clan prima imparano e poi trasmettono alla generazione successiva il loro sapere; se il clan è formato da non molti individui, anche una persona sola può controllare l’insieme delle conoscenze del gruppo. Sul Territorio il sapere è racchiuso e protetto dai guardiani del sistema, e il libro rappresenta il sistema. Il Libro contiene il sapere territoriale: la Bibbia, il Corano, i testi sacri, i classici, Confucio, Aristotele. Il Territorio legge e scrive per interpretare il Libro. Il Libro o il sistema. Nello Spazio delle Merci il soggetto del sapere è la tecnoscienza. La conoscenza non è più un tesoro sottochiave ma si diffonde, si mediatizza. Non più Libro ma Enciclopedia. Non più gerarchia per ordinata ma disordine alfabetico dove ci si orienta fra indici e schedari. La tecnoscienza circola, si divulga, attraverso conferenze, attraverso i media, i simposi. Si crede che la comunicazione consista nel ricevere e trasmettere messaggi ma, fatalmente, più si comunica, meno ci si capisce. La scienza e i media si compenetrano. Nel quarto Spazio il Sapere collettivo è aperto a tutti i membri, ad altri collettivi e a nuove conoscenze. Qui, invece di un testo a una sola dimensione o ad una rete ipertestuale, si parla di spazio multidimensionale di forme di espressioni di immagini fisse, immagini animate, suoni, simulazioni interattive, mappe interattive, sistemi esperti, ideografie dinamiche, realtà virtuali, vite artificiali…. Ossia si moltiplicano gli enunciati non discorsivi. In questo modo il sapere circola tra l’intellettuale collettivo e il suo mondo, in modo che le conoscenze non siano separate dagli obiettivi concreti. Il quarto Spazio è anche chiamato, in accordo con Michel Authier (Filosofo e storico delle scienze lavora con Levy ad una serie di riflessioni sulle forme di accesso al sapere mediante le tecnologie informatiche), cosmopedia, una sorta di enciclopedia virtuale che si riorganizza e arricchisce automaticamente in base alle esplorazioni di chi vi accede. La cosmopedia è il luogo fondamentale di discussione, negoziazione ed elaborazione collettiva. Autori e lettori si somigliano perché nella cosmopedia ogni lettura è una scrittura. La cosmopedia è una struttura dinamica in relazione con l’intellettuale connettivo.

Le relazioni tra gli enunciati della cosmopedia sono implicate nella struttura della grande immagine multidimensionale, solo perché lo sono anche i membri viventi dell’intellettuale connettivo. Sono loro che secernono, tessono, cuciono e piegano lo Spazio del sapere; e fanno tutto questo dal suo stesso interno(..) Nello Spazio del Sapere l’oggetto costruisce il soggetto. Ora l’oggetto, non dimentichiamolo, è l’eterno cominciamento del divenire dell’intellettuale collettivo e del suo mondo(…) Così conoscere o implicarsi in un oggetto significa, in ultima analisi, farlo esistere. L’intellettuale collettivo, per sua natura, non smette di conoscere e dunque di fabbricare il proprio mondo, di produrre l’essere. Nello Spazio del sapere, oggetti e soggetti sono sempre già implicati l’uno nell’altro. Fin dalla nascita, il suo mondo è l’altra faccia dell’intellettuale collettivo (…) Il pensiero e l’essere, l’identità e il sapere, l’intellettuale collettivo e il suo mondo non si accontentano di coincidere, sono impegnati in un processo ininterrotto di pluralizzazione e di eterogenesi”. (Pierre Lévy, L’intelligenza collettiva – Per un’antropologia del cyberspazio)

Gli spazi coesistono, ossia nessuno viene mai del tutto superato e spesso gli esseri umani sono immersi contemporaneamente in tutti gli spazi ed è il pensiero che fa passare da uno spazio all’altro. L’intellettuale collettivo è quindi non soltanto un progetto politico o etico, ma il tentativo, attraverso la cosmopedia, e quindi le nuove tecniche telematiche per la comunicazione, di rappresentazione del mondo. Ci sono tante qualità di essere quanti sono i modi di conoscere.

 

mio vecchio pezzo, ma ancora presente su Hacker Kulture dvara.net
 
ivy

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