Modi Nuovi di Comunicare

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Le idee si comunicano prevalentemente attraverso il linguaggio. Quindi c’è un particolare rapporto tra mente e linguaggio, pensiero e parola. Il numero dei soli linguaggi verbali attualmente parlate è compreso fra 5.000 e 10.000; cifra piuttosto approssimata e sbrigativa in quanto non sempre è facile tracciare il confine fra lingue differenti o fra differenti dialetti della medesima lingua.

Sulle origini del linguaggio c’è buio pesto. Chi sostiene che l’evoluzione del linguaggio sia connessa alla pratica di cacciare mammiferi di grossa taglia. E chi, dando contro, asserisce che invece i cacciatori si scambiavano molte indicazioni, ma non verbali. Chi varia la teoria individuando nelle donne che si occupavano della raccolta di vegetali commestibili, l’epicentro del linguaggio e chi dice di aver prove che le raccolte si eseguissero in sacrale silenzio per acchiappare anche eventuali piccoli uccelli e animaletti per la cena. Visto le numerevoli ipotesi non rimane che affermare il mistero sull’inizio del linguaggio umano.

Una piccola certezza dataci dagli scienziati c’è. Dal punto di vista anatomico, ciò che distinse l’Homo Sapiens dalle precedenti varietà di Homo e dai primati fu la discesa verso il basso della laringe. L’insediarsi della fonazione in un sito, destinato originariamente principalmente alla respirazione ridusse oltre alla capacità respiratoria anche quella di deglutire e masticare. L’acquattarsi della laringe nella trachea favorì, quindi, la fonazione, il parlare, a scapito della respirazione e di una efficiente capacità di alimentarsi. Questa evoluzione lascia intendere che per la specie umana il comunicare abbia avuto dagli albori il posto d’onore di tutte le funzioni.

L’abilità di comunicare non è una caratteristica peculiare della specie umana, anche gli animali hanno i loro linguaggi che usano per scambiarsi precise informazioni su particolari stati del mondo” (Luigi Anolli, L’evoluzione della comunicazione) I richiami e i segnali degli animali non umani svolgono una funzione referenziale, ossia il segnale “sta per” l’oggetto o l’evento dell’ambiente, la loro capacità comunicativa implica sia l’abilità di formulare il messaggio, sia l’abilità di riconoscerlo, che sia corretto oppure erroneo. Per la specie umana invece, il linguaggio consente di organizzare e di comunicare il pensiero. La mente umana è in reciproca relazione con il linguaggio e grazie a questa intersecazione reciproca è possibile parlare di ciò che si vede, di ciò che si sente, di ciò che si prova.

Il linguaggio assolve a due funzioni biologiche: è un supporto per il pensiero (personale, meditativo, introspettivo), ed è un mezzo di comunicazione (un fatto sociale). La combinazione di questi due aspetti ha consentito al linguaggio di realizzare la trasmissione di complessi sistemi di conoscenza anche da una generazione all’altra. Il linguaggio, inteso in tutte le sue possibilità comunicative – non solo nella forma dell’eloquio scorrevole ed appropriato o del parlare a vanvera – deve sottostare a molti limiti. L’uomo non può, ad esempio, usare la frequenza del battito di ali e i volteggi a otto nell’aria, come le api, per comunicare. I modi di esprimersi possono variare ma solo entro specifici limiti fisici, biologici o tecnologici. Il linguaggio inoltre, ci consente di pensare con le parole. Il primo grande spartiacque nella storia del linguaggio si ha con la nascita della scrittura.

Scienza dei segni è la semiotica (dal greco semeion, “segno”), disciplina che studia i sistemi dei segni di comunicazione. La semiotica considera il linguaggio come un sistema di segni e quindi la comunicazione viene vista come codici destinati alla trasmissione di informazioni tra un emittente e un ricevente attraverso la produzione e diffusione di messaggi. La classe dei codici è vastissima: codici linguistici, segnali stradali, cifre matematiche, linguaggio dei fiori, quello dei colori, gli emoticons dei messaggi sui cellulari, il codice Morse… E si potrebbe continuare per pagine e pagine. Spesso i codici non sono così ovvii e allora sono convenzioni da studiare per riuscire a decodificare il messaggio e a rispondere. Diciamo che quindi la dizione “scienza dei segni” è riduttiva e non rende giustizia al semiologo che si occupa oltre che di segni, di tutta l’attività del significare e del comunicare.

Comunicazione deriva dal latino communicatio, a sua volta derivante dal verbo communicare, che significa mettere qualcosa in comune, passare qualcosa da uno all’altro. Per spiegare meglio cosa sia comunicazione uso le parole di Roman Jakobson:

“Il MITTENTE invia un messaggio al DESTINATARIO. 
Per essere operante, il messaggio richiede il primo luogo il riferimento a un CONTESTO. Contesto che possa essere afferrato dal destinatario, e che sia verbale o suscettibile di verbalizzazione; in secondo luogo esige un CODICE interamente, o almeno parzialmente, comune al mittente e al destinatario; infine un CONTATTO, un canale fisico e una connessione psicologica fra il mittente e il destinatario, che consenta loro di stabilire e mantenere la comunicazione.” (Roman Jakobson, Saggi di linguistica generale)

I pensieri, i concetti, le idee sono capaci di svanire non appena non ci si pensa più. Il segno, allora, ecco che viene utile. Identità vera e immediata tra segno e pensiero non ci sarà mai, ma è certo che il pensiero, il concetto, l’idea, il significato, se non trovano il segno a cui agganciarsi, rischiano di svanire. Le idee senza un segno sono fuggitive, e soprattutto difficili da comunicare. Incorporate in un segno invece si è più sicuri di possederle, anche nel tempo, e di comunicarle agli altri. Una delle caratteristiche essenziali di ogni linguaggio è, dunque, quella di renderci le idee più accessibili e fornirci al tempo stesso lo schema del ragionamento.

Oltretutto, il linguaggio e la comunicazione aumentano la cultura. Cultura intesa come conoscenza del mondo, come una realtà simbolica all’interno della mente dell’individuo e all’esterno dell’ambiente. “Far parte di una cultura significa condividere gli schemi mentali, i modelli comunicativi, le categorie interpretative e concettuali sottese alle conoscenze preposizionali (riguardano il “che cosa” si conosce) e a quelle procedurali (riguardano il “come” si conosce)”. (Luigi Anolli, Cultura e comunicazione). La conoscenza culturale, tuttavia, non risiede sempre e solo nella mente, ma anche negli strumenti che un determinato ambiente permette di usare. Lo slogan di McLuhan, il mezzo è il messaggio in fondo allude al fenomeno che ogni diverso mezzo di comunicazione “non si limita a riformare in modo nuovo i contenuti delle culture precedenti, ma porta con sé la nascita di un nuovo sguardo sul mondo, di nuove culture”. (Antonio Caronia, Archeologie del virtuale). Derrick de Kerckhove, allievo e collaboratore di McLuhan, arriva a credere che nuovi strumenti di comunicazione non cambino solo atteggiamenti o mentalità, ma che penetrino fino alla coscienza, ai confini dell’inconscio.

In questo senso si parla di determinismo linguistico, secondo il quale, il linguaggio determina le forme del pensiero, tenendo sempre in conto che il pensiero è comunque assai più complesso di ciò che il linguaggio può esprimere. Un forte apporto al determinismo linguistico è stato dato da Whorf che ha esposto la sua posizione sotto forma di sillogismo: A) dato che esistono differenze nelle categorie linguistiche nelle varie lingue naturali, B) dato inoltre che le categorie linguistiche determinano alcuni aspetti del pensiero degli individui, C) ne consegue che questi aspetti del pensiero differiscono nelle diverse comunità culturali in funzione della lingua che esse parlano.

Due sono le principali categorie di codici sotto il profilo della relazione tra espressione e contenuto: i codici iconici e quelli arbitrari. Nei codici iconici in qualche modo l’espressione ha un qualche certo grado di somiglianza con il contenuto che esprime; dall’altro quelli arbitrari, in cui non esiste alcun tipo di somiglianza tra espressione e contenuto che a prima vista sfugge.

Altra distinzione essenziale tra i codici riguarda il modo in cui essi codificano e trasmettono l’informazione. Da questo punto di vista alcuni codici si dicono analogici ed altri digitali. Come gli orologi. Il codice digitale, della radio-sveglia sul comodino accanto al letto, usa un linguaggio discreto, che in matematica significa non continuo, saltellante da uno stato a quello successivo; sequenziale, ovvero tende a disporsi in una successione temporale ed è astratto (cioè per capirlo bisogna conoscere il codice). La radio-sveglia, appunto, segna l’ora in modo discontinuo. Dalle 06:58 si passa alle 06:59 e poi alle 07:00, senza un passaggio intermedio. Il codice analogico invece esprime una variazione in modalità continua, sovente contiene segni simultanei uno all’altro e ancor più spesso non ha un codice fisso per la decodifica e si lascia solo interpretare a seconda della nostra soggettività. Il linguaggio del corpo, per esempio, con posture, gesti, sguardi e smorfie è analogico. Analogici sono anche gli orologi con le lancette che percorrono lo spazio del quadrante in maniera continua. Le comunicazioni in genere, contengono più codici e contemporaneamente aspetti analogici e digitali.

McLuhan divideva i media in due categorie: media caldi e media freddi. La “temperatura” è legata al grado di partecipazione che un media richiede in chi lo utilizza o ne fruisce. I media caldi sono quelli che non esigono da parte di chi li utilizza una gran partecipazione, e media freddi sono quelli che richiedono al fruitore maggiore coinvolgimento. McLuhan cioè, dava più importanza al tipo di relazione che i media instaurano con il fruitore che al loro contenuto.

Internet, la Rete, sotto quest’ottica, appare il medium freddo per eccellenza. Inoltre è un medium pluricodice, ovvero trasmette messaggi prodotti medianti linguaggi diversi. In realtà i media monocodice sono una gran rarità. Anche un libro, che pur è basato principalmente su un linguaggio verbale scritto, usa con i tipi di carattere e le illustrazioni altri modi di comunicazione. Così è lo stesso, per esempio, con il cinema, dove assieme agiscono linguaggio verbale, linguaggio del corpo, delle immagini e della musica, anche se tutto assieme forma il codice cinematografico, dotato dei suoi caratteri specifici. Diciamo che il rapporto fra media e linguaggio non è mai banale ma sempre originale e ogni nuovo medium tende a modificare e rendere conforme alle sue caratteristiche il linguaggio.

E questo era il preambolo. Da qui in poi è trattata la comunicazione nell’età di Internet. Ogni giorno escono novità tecnologiche che sul piano delle prospettive a volte sbagliano tutti i pronostici e si rivelano per clamorosi flop. Di una cosa però si può starne certi, da Internet non si potrà più indietreggiare e sempre più profondi si riveleranno gli effetti della Rete sulla società umana. Milioni di persone trascorrono una parte considerevole del loro tempo nel luogo etereo che è il cyberspazio; per scopi accademici e di affari, alla ricerca di informazioni serie o futili e per comunicare. Con il mondo e fra di loro. La rivoluzione digitale, investe in pieno la sfera della comunicazione. Con Internet non si accede soltanto alla profluvie di libri, di documenti e informazioni on line ma anche alle persone. In questi ultimi anni c’è stata un’impennata nella frequenza di comunicazioni mediate da nuove tecnologie.

Se McLuhan divideva i media in “caldi” e “freddi”, Roger F.Fidler declina i media e i differenti stili di fruizione e comunicazione di ognuno di loro, attraverso una tripartizione di domini. Il “dominio” interpersonale è uno dei tre domini fondamentali che Fidler postula, assieme a quello del broadcast e a quello del documento.

Il dominio del documento include tutte le forme mediate che implicano la diffusione di contenuti scritti, o visivi, principalmente attraverso media portatili come giornali, riviste, libri. Ma anche le “pagine” all’interno dei computer. Il dominio del broadcast, comprende oltre che la radio e la televisione anche i moderni media elettronici e tutte le forme che implicano la diffusione a spettatori/osservatori, di contenuti audiovisivi strutturati come nel caso dei film, del teatro e dei dibattiti pubblici. Cose insomma, alle quali oggi si può accedere anche dal proprio PC. Il dominio della comunicazione interpersonale include ciò che prevede uno scambio d’informazione bidirezionale, come avviene nella conversazione faccia a faccia o al telefono. E’ l’unico dominio che offre la possibilità di una comunicazione immediata. Il termine “interpersonale” in realtà, è ingannevole, perché Fidler inserisce in questo dominio non solo le comunicazioni interattive fra uomini ma anche quelle fra uomini e computer come possono esserlo i programmi, i cd-rom, i videogames, i Mud…

Il proliferare di innumerevoli forme di mediazione tecnologica della comunicazione è ciò che caratterizza questi anni. Qui di seguito verranno commentati gli abbozzi di alcune. La comunicazione mediante computer, Computer Mediated Communication, si usa abbreviare con la sigla CMC. Prima di prendere in esame un paio delle nuove forme di comunicazione via computer è utile far notare un fenomeno a loro comune denominato Flaming. Flaming è la propensione (fra gli individui che comunicano fra loro usando le tecnologie telematiche e digitali), a spiegarsi con modalità meno diplomatiche ma più informali, più personali, quasi da amiconi. Pare che in Rete, insomma, l’etichetta obbligatoria nelle comunicazioni ordinarie faccia-a-faccia, perda la sua importanza. Nella CMC si ha una sorta di democratizzazione, che può portare maggiore visibilità ai soggetti normalmente esclusi o emarginati nelle interazioni faccia a faccia. “La CMC, infatti, produrrebbe all’interno delle organizzazioni un effetto di egualizzazione (equalization effect) che rende le informazioni più disponibili e che consente una maggiore partecipazione degli attori nelle decisioni.7 D’altra parte la condizione di relativo anonimato che fa sentire più svincolati dalle regole sociali a volte rischia di portare a comportamenti antisociali e ad opinioni polarizzanti su posizioni estreme.

Bisogna fare, anzitutto, un distinguo fra la modalità di comunicazione sincrona e quella asincrona. La distinzione si basa su criteri temporali ed è legata alla presenza o meno di una connessione di tempo reale tra i sistemi degli utenti coinvolti. La comunicazione sincrona avviene contemporaneamente tra gli utenti, come nelle chat; quella asincrona avviene in momenti distinti e i feedback quindi, non sono immediati.

Visionando per primo il sistema CMC della videoconferenza si nota trattasi di comunicazione sincrona. Il linguaggio è misto: verbale e visivo. Digitale e analogico. Ciò che si constata di modificato sta nel linguaggio verbale piuttosto che in quello visivo. Succede, infatti, che nelle videoconferenze diventi copioso l’uso dei marcatori discorsivi. Nel parlato, diffusi e frequentemente usati lo sono sempre stati, ma nell’ambito dell’amichevole, del colloquiale. I marcatori discorsivi, sono per lo più usati inconsapevolmente da parte dei parlanti e non aggiungono nulla al discorso, se ne potrebbe fare a meno il più delle volte, epurando una frase da loro, il significato non dovrebbe restarne compromesso. Tuttavia condiscono il discorso contribuendo all’interpretazione di un enunciato.

I marcatori discorsivi che, si è notato, aumentano comunicando in video conferenza piuttosto che ad una conferenza a faccia a faccia, sono i segnali relativi al turno dei parlanti, alla presa di turno (“allora…”, “dunque”, “ecco”, “scusa un attimo”, “eh beh”…), alla richiesta di feedback e di accordo (“senti un po’”, “guarda che”, “O.K.”, “Come no”, “vero?”, “giusto?”…), come di controllo della ricezione (“eh?” “capito?”…). Si usano i fatismi, che sono i marcatori discorsivi che sottolineano l’aspetto di coesione sociale di una comunicazione (“cari amici”, “signori miei”…), i modulatori (“praticamente”, “circa”, “in un certo senso”, “se permetti dico che”…), i focalizzatori (“appunto”, “proprio”, “ma sì”…). E se ne potrebbero elencare di altri. (Dati reperiti in “La videopresenza dell’interlocutore in una situazione di telelavoro”, di Bonaiuto, Maricchiolo, Cornacchia, Malafarina, Gaeta, Gemma).

L’obiettivo esplicito delle tecnologie di video conferenza è quello di simulare gli incontri faccia a faccia, o quantomeno, di permettere un’interazione a distanza che possa essere soddisfacente quanto un incontro reale. Non solo; con i sistemi di desktop videoconferencing è possibile oltre che a vedersi sul monitor e parlarsi a distanza, anche lavorare assieme condividendo gli elaborati, ovvero lavorando su stessi documenti in quel momento condivisi. C’è una vera condivisione di spazi. Lo spazio personale, condiviso tra i membri del gruppo separati geograficamente, è lo spazio del monitor sul quale vengono veicolate le immagini dei partecipanti. Lo spazio del compito, è lo spazio di lavoro che si può condividere, documenti, tabelle, matrici, programmi di scrittura.

Alle videoconferenze assomigliano le Audio Video Chat, ossia una chat in cui il testo è integrato o sostituito dalla comunicazione vocale o da un collegamento video, si differenzia però dalla videoconferenza perché qui può parlare un solo utente alla volta, come nelle trasmissioni mediante ricetrasmittenti.

Un altro sistema di CMC sincrona molto in voga è la Chat. La Chat permette una comunicazione rapida, sintetica, con scambi frequenti. Chattare sta per chiacchierare digitando alla tastiera. Infatti, il linguaggio delle chat viene definito discorso scritto interattivo e corrisponde ad un nuovo tipo di conversazione: il dialogo testuale sincrono. Ibrido tra oralità e scrittura. Si usa fare spesso uso di abbreviazioni, acronimi (anche presi dalla lingua inglese) ed espedienti paralinguistici specifici. La conversazione è frammentata e a più contesti in confronto a quella normale faccia a faccia. Si salta più spesso da palo in frasca, da un argomento all’altro, ma la chat permette di registrare gli enunciati a differenza di quanto avviene nel discorso orale e quindi gli interlocutori non hanno una memoria così a breve termine come i parlanti poiché c’è sempre la possibilità di rileggere i precedenti messaggi scambiati e volendo, riprendere il filo del discorso. Il modello comunicativo delle Chat, può inoltre essere quello di uno a molti (gruppi di discussione) oppure di uno a uno (chiacchierata privata).

In questa nuova “conversazione scritta” si fa scialo di tutte le strategie possibili per superare i vincoli che il mezzo della scrittura può presentare quando viene usato secondo le modalità dell’oralità. Innanzi tutto è la rapidità con cui si digita nell’ambito della conversazione scritta che contribuisce a rafforzare negli interlocutori la percezione di quell’immediatezza propria della conversazione naturale. Gli interlocutori consapevoli del valore della velocità allora ricorrono a diversi espedienti: l’abbreviazione delle parole (“cell” per cellulare, “cmq” per comunque), la sostituzione di alcune parole attraverso numeri e simboli (“x” è per, “+tosto” è piuttosto…), la punteggiatura è usata in modo esuberante e personalizzato (“6 in ansia?!??”).

La punteggiatura, nella conversazione scritta, sottolinea l’intonazione da prendere per leggere le frasi. Tanti punti interrogativi e qualche esclamativo, ovviamente, significano che la frase è da leggere con una certa enfasi di meraviglia e stupore e domanda. Un po’ come nella lingua spagnola dove il punto esclamativo e quello interrogativo si sdoppiano e una va alla fine frase e l’altro capovolto, all’inizio per segnalare che si dovrà leggere con una certa enfasi. Gli emoticons invece emulano le smorfiette, riproducono sorrisi o movimenti delle sopracciglia per comunicare una reazione fisica in modo non verbale. L’emoticon rimanda ad un’immagine, che a sua volta rimanda ad uno stato d’animo. Si reagisce a quel segno come si reagirebbe di fronte a quello stato d’animo. D’altronde a cosa servono lo dice l’etimologia stessa della parola: emotion + icon. Icona delle emozioni. Oltre al sorriso e alla tristezza ci sono l’occhiolino 😉 e poi la linguaccia 😛 ma anche la bocca spalancata dallo sbalordimento :-O e poi se ne inventano di volta in volta. Nella comunicazione telematica gli emoticons richiamano l’originaria funzione ideogrammatica del linguaggio scritto, anche se richiedono una pur piccola dose di competenza linguistica specifica per essere usati e decodificati: in questo senso fanno parte di un patrimonio culturale acquisito durante uno specifico contesto di socializzazione.

Gli emoticons non sono solo espedienti scherzosi ma tendono a supplire creativamente alle limitazioni tecniche delle chat (e degli sms dei cellulari) e vanno usati anche in contesti seri o di lavoro. Va sottolineato che, mentre il sorriso fisico, in un dialogo può sfuggire inavvertitamente e una smorfia può essere spontanea e anche inopportuna, una faccina emoticons non può che essere inviata al destinatario in modo cosciente, digitata consapevolmente.

Anche la ripetizione di una stessa vocale (“nooooooooo”) viene usata per riprodurre un’intonazione di sorpresa o imbarazzo. Inoltre nella Chat il carattere maiuscolo ha un significato ben preciso: vuol dire gridare, urlare, ed è l’equivalente dell’alzare il tono di voce in una conversazione faccia a faccia.

La scrittura è per definizione un sistema di significazione convenzionale, dove il segno significante, a differenza dei sistemi ideogrammatici, non ha alcun valore espressivo. Con la Chat si ha il linguaggio assolutamente non convenzionale, a vantaggio della comprensione. Questi escamotages di tipo espressivo (punteggiatura esuberante, uso di emoticons, abbreviazioni, prolungamento di parole, uso maiuscole…), che verrebbero definiti orrori grammaticali in altri ambiti, nelle Chat sono veri e propri elementi paralinguistici.

Altra caratteristica delle chat è che ci si presenta con un nickname, ogni utente quindi è libero di usare la sua fantasia. In questo senso non ci sono garanzie sull’identità dei soggetti interagenti. Nelle varie Chat in Rete si trovano sempre più spesso dei contesti grafici che fanno da scenografia all’incontro. Questi elementi grafici possono essere delle immagini stilizzate dei partecipanti (avatar, o il proprio doppio digitale), e ambienti tridimensionali (piazze, locali, o scenari fantastici). Ma anche l’avatar non è necessariamente legato alle caratteristiche dei soggetti.

Se le Chat sono il luogo adatto per “ciaccolare” scrivendo, pare che il modo preferito di comunicare degli utenti della Rete siano le e-mail. Ray Tomlinson nel 1972 introdusse l’e-mail (Il primo messaggio di posta elettronica spedito fu spedito da Tomlinson è il testo era “QWERTYUIOP”, ossia la prima riga della tastiera in alfabeto inglese), scegliendo personalmente il simbolo @,la famosa chiocciolina; che già dal VII secolo veniva usata per scopi commerciali e sostituiva la frase “al prezzo di”. Particolarità: il simbolo @ viene chiamato in modo diverso in ogni nazione. Per gli inglesi corrisponde ad “at”, in Italia si chiama chiocciolina, in Francia petit escargot (chiocciolina), in Germania klammeraffe (coda di scimmia), in Finlandia miau (coda di gatto) , in Norvegia kanel-bolle (dolce avvolto a spirale alla cannella), in Israele shtrudel (dolce omonimo), in Danimarca sanbel (una A con proboscide), in Spagna arroba (simbolo per un’unità di peso di circa 25 libbre), in Olanda apenstaartje (coda di scimmia). I messaggi e-mail che vengono scambiati ogni giorno raggiungono all’incirca i 1,5 miliardi. Trattasi di comunicazione asincrona, ma veloce ed economica. Stando al numero delle e-mail che quotidianamente volano per l’etere elettronico sembrerebbe il trionfo degli scrittori. In realtà l’enorme successo della posta elettronica è dovuto al fatto di poter spedire in allegato immagini, video, file musicali, disegni, fogli elettronici, documenti e programmi a prezzi stracciati.

Anche in questo tipo di CMC, l’ortografia è più flessibile e risente meno delle rigidi regole linguistiche. Tutta l’attenzione e la prudenza che si poneva nello scrivere le lettere tradizionali sparisce davanti alla possibilità della velocità. Pochi istanti dopo aver schiacciato il comando “invia” del proprio programma di posta elettronica, messaggio e documenti allegati possono aver raggiunto il computer del destinatario e non importa se si trova in un altro continente. Paragonando la scrittura di lettere tradizionali e di e-mail, si avverte subito (per il fenomeno detto Flaming già citato), la maggior spontaneità anzi, impulsività di queste ultime. Lo stile di scrittura incorpora anche in questa CMC gli elementi dell’oralità, lo slang, e perfino qualche piccola animazione o una musichetta di sottofondo. La velocità del mezzo, in altre parole, ridicolizza uno stile di scrittura in pompa magna, arzigogolato e barocco.

La posta elettronica è la forma più diffusa di cmc asincrona. Con la posta elettronica il soggetto emittente lascia un messaggio nella casella elettronica del soggetto ricevente che questo può leggere solo dopo averla aperta normalmente l’uso della posata elettronicha richede la presenza sul proprio computer di un client specifico come Eudora o Microsoft Outlook o Outlook Espress. Inoltre vi sono i servizi di webmail che consentono di leggere e di inviare messaggi attraverso una pagina di internetl, una variante della posta elettronica è la mailing list, In questo caso il messaggio e le eventuali successive risposte sono spediti automaticamente a una lista di utenti potenzialmente interessati a riceverlo. Per poter far parte di una mailig list è necessario iscriversi alla lista degli utenti inviando un messaggio di richiesta. Una seconda variante della posta elettronica è data dal newsgroup. Si tratta di una bacheca elettronica che contiene una serie di messaggi inviati da diversi utenti in relazione a uno specifico argomento. Un soggetto aprendo il newsgroup oltre a poter leggere i messaggi in esso contenuti può inviare un messaggio alla totalità degli utenti.

Dulcis in fundo, la comunicazione attraverso il telefonino. Il telefono cellulare è, più o meno come un coltellino svizzero, cioè multiuso. All’inizio però serviva a telefonare! Il 1983 è l’anno della prima rete telefonica cellulare, nella città di Chicago. Non bisogna aspettare per vederlo diventare apparecchio di massa. Di fatto, in Italia, l’introduzione del telefono cellulare avviene nel 1985, e da subito la richiesta di mercato diventa alta. Sono i telefonini di “prima generazione”, servono “soltanto” come telefoni e la copertura vale a malapena per il territorio nazionale. Nel 1990 si attiva il sistema GSM (Global System for Mobile Communication) che risponde ad esigenze di universalità, qualità e potenzialità del sevizio. Nasce il telefonino “europeo” capace di seguire l’utente nei suoi spostamenti anche internazionali. In Italia lo sviluppo del sistema GSM si ha soprattutto dal 1994 in poi. Questo sistema da anche la possibilità di un uso improprio del telefono: gli sms, Short Message Service. Cellulari di “seconda generazione”. “Oggi il 39% degli italiani usa gli sms per comunicare e se ne scambiano oltre 30 milioni al giorno” (Giuseppe Riva, Comunicazione e new media).

Con la “terza generazione” dei cellulari la comunicazione diventa per davvero telematica. Il sistema è l’UMTS (Universal Mobile Telecommunication System), e oltre alle tradizionali telefonate e ai messaggi scritti, permette di scambiare immagini, grafici, filmati, diventa esso stesso capace di scattare foto digitali e può accedere a Internet e ai servizi on line. Tutto questo dopo pochi anni dalla loro prima comparsa; la tecnologia dei cellulari anche grazie alle richieste di mercato è davvero volata alla velocità della luce.

Le modifiche linguistiche nei telefonini appaiono ormai ovvie. Il cellulare è personale, ad ogni numero corrisponde non una casa, un appartamento o una famiglia ma un solo individuo, e quindi diventa inutile esordire con le locuzioni solite per i telefoni fissi (“Sto cercando…”, “Vorrei parlare con…”). Mutano le rituali frasi di apertura della sequenza comunicativa e anziché esordire con la richiesta di informazioni sulla persona con la quale si vuole interloquire (perché, ripeto l’identità è scontata visto che corrisponde al numero), molto spesso la prima richiesta di informazioni è sul luogo o sull’attività che il chiamato sta svolgendo in quel momento (“Ciao, dove sei?”, “Sei al lavoro?”).

Spesso la telefonata è breve e la conversazione “fredda”, nel senso di non intima. Questo perché la comunicazione coinvolge spesso, volente o nolente, terze persone in qualità di ascoltatori. Parlando al telefono per strada, la presenza di “estranei” diventa la norma.

La seconda generazione di cellulari porta con sé la fortunata possibilità di “telefonare brevi frasi scritte”, per la precisione il vincolo è di 160 caratteri. Gli Short Message sono l’analogo dei bigliettini che possiamo lasciare sulla scrivania di una persona non trovandola in quel momento; infatti, il segnale apparirà quando la persona potrà riaprire il cellulare.

La cesura dei 160 caratteri ha contribuito a creare un nuovo linguaggio che con poche battute dica più cose possibili. Largo uso di emoticons, acronimi e abbreviazioni; ma anche varie tecniche per sfruttare al meglio lo spazio. Uno dei modi migliori di economizzare gli spazi, per esempio, è di non lasciarne neanche uno fra parola e parola, scrivendo tutto di seguito e distinguendo ogni elemento con le maiuscole (NonDigitareGliSpaziTraLeParole). Poi c’è il gruppo “ch” che si sostituisce con una “k” e la preposizione “per” scambiata con una più economica ics, “x”.

Terza generazione. Gli sms imperversano e sono diventati disegnetti animati, il nome esatto è Short Messages Cartoon (smc). Ma il cellulare è anche macchina fotografica e può spedire foto/cartoline digitali assieme alla viva voce del mittente o ad una colonna sonora, mms si chiamano, Multimedia Messaging System. Con il cellulare si naviga in Internet. Il nuovo protocollo si chiama WAP (Wireless Application Protocol) e permette di scambiare dati tra telefoni portatili GSM e rete Internet, ma già si stanno studiando accessi alla rete più veloci, comodi e semplici. Non solo, è la Rete che può raggiungerci anche; e può spedirci sms con le previsioni del tempo, il nostro oroscopo, i dispacci di agenzia, eccetera eccetera.

Oggi i cellulari sono il risultato della combinazione di un computer portatile e di un telefono cellulare. La comunicazione diverrà sempre più interattiva e lascerà più spazio alle idee e alla creatività avendo a disposizione più linguaggi dai quali poter attingere a piene mani. Il nuovo cellulare, o communicator, integra un po’ tutti i media precedenti, scrittura, telefono, televisione e soprattutto il personal computer da scrivania. Usando le nuove tecnologie, gli utenti, cioè i fruitori, finiscono per riconfigurare essi stessi la tecnologia che utilizzano scoprendone le nuove possibili applicazioni. La diffusione della tecnologia, di conseguenza, accresce il potere della tecnologia stessa.

Se i pensieri sono l’anima, lo spirito vitale dei linguaggi, e se gli interrogativi, le risposte, i problemi, le ipotesi e le filosofie crescono insieme con la complessità dei linguaggi. Allora, aumentando le modalità comunicative, aumentando la possibilità di usare più linguaggi per comunicare, aumenteranno anche i pensieri, i concetti e le idee?

Così come l’ingegneria genetica offre il potenziale per creare nuovi genotipi che mescolano le caratteristiche di specie naturalmente incompatibili, è probabile che l’ingegneria digitale si troverà all’inizio del prossimo secolo a confrontare il genere umano con un vasto assortimento di nuove comunicazioni che combineranno le caratteristiche fondamentali dei domini dei media secondo modalità ancora inimmaginabili per la maggior parte delle persone.

mio vecchio pezzo, ma ancora presente su Hacker Kulture dvara.net
ivy

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