L’Esorcista – William Peter Blatty – Recensione

26th February 1973: American author and film producer William Peter Blatty on the set of the 'Exorcist' with actors Jason Miller (1939 - 2001) and Ellen Burstyn. (Photo by Alan Band/)
padre Merrin

Inizio la recensione de L’esorcista in modo un po’ scorretto, cioè riducendo il plot (o la sinossi, poiché il film segue piuttosto fedelmente il romanzo) a due frasi o poco più. D’altronde la trama, vuoi per il libro che grazie alla versione cinematografica, è ben conosciuta!
Regan, una ragazzina solare si trasforma in un mostro rabbioso che va tenuto legato al letto. Né medici, né psichiatri, né polizia riescono a capire quello che sta succedendo. Forse solo un esorcista può.

Il prologo è la chiave che dà senso a tutto il romanzo, ma lo si capisce solo terminato il libro nonché rilette le prime pagine.
Inizia tutto a Nord dell’Iraq, con padre Merrin, il vero obiettivo del demone.
incipit:
L’incendio di sole faceva stillare grosse gocce di sudore dalla fronte dl vecchio, ma lui continuava a stringere tra le mani la sua tazza di tè dolce e bollente, quasi volesse scaldarle. Non riusciva a liberarsi di quel presentimento, incollato alla sua schiena come un gelido tappeto di foglie umide“.
Padre Merrin, dagli abiti lo si scambierebbe per un archeologo avanti negli anni, impegnato negli scavi, ma è anche un padre esorcista, un uomo, sempre più assorto dal mondo spirituale. Ha già conosciuto le insidie degli spiriti del male, si è scontrato con la loro ferocia e per questo tende a cogliere i presentimenti che aleggiano nell’aria.
Cercò di ripulire il pensiero come fosse un reperto ancora incrostato d’argilla fresca, ma ancora non riuscì a classificarlo”.
E’ in partenza, sta per tornare in America e passa a salutare un amico,  il sovraintendente archeologico di Mossul,  al lavoro, impegnato con l’inventario dei nuovi reperti.
Qualcosa aleggia nell’aria… ma cosa?
Padre Merrin prende in mano uno degli ultimi ritrovamenti, un piccolo amuleto,  una pietra verde lavorata, la testa del demone Pazuzu, personificazione del vento di sud-ovest. Principe della malattia e dell’infermità. C’era un piccolo foro in cima, di sicuro il proprietario dell’amuleto lo portava al collo come uno schermo, una protezione. Il male contro il male.
Il sovraintendente di Mossul prende la mano al vecchio esorcista e gliela stringe con affetto “non voglio che lei torni a casa”.
Stavolta, nella parola “Casa” Merrin sente un qualcosa di definitivo. La casa in America o l’eterna dimora presso il Padre?
Padre Lankester Merrin si incammina.
Ad ogni passo quel presentimento ancora indefinito assumeva una forma sempre più precisa, più terribile, Avrebbe dovuto saperlo da tempo. Si sarebbe dovuto preparare.
padre Merrin – Pazuzu

Deve fare chiarezza attorno a queste sensazioni che sembrano premonizioni, e si reca con quest’intenzione sulla piccola collina dove nel passato sorgeva la splendente Ninive, il terribile covo delle schiere assire e “Ora la città giaceva distesa sulla povere rosso sangue della predestinazione. Eppure era lì, con l’Altro che popolava i suoi sogni, l’aria ancora densa della sua presenza.” 

L’Altro, già incontrato nel suo ministero di esorcista, ne riconosce la sua presenza malvagia dall’aria, più densa e pregna del Male.
Cerca di analizzare le vibrazioni che percepisce. Giunto al palazzo di Assurbanipal, si ferma. Sbirciando all’interno vede una statua di pietra calcarea, i bordi irregolari delle ali, i piedi con lunghi artigli, il pene eretto, la bocca  tesa in un ghigno bestiale: il demone Pazuzu.
Sente le forze venirgli meno e si accascia. Ormai sa.
Sta per succedere.
Si alza una brezza improvvisa, soffia da sud-ovest. Un’agghiacciante certezza gli avvolge il cuore. Presto dovrà affrontare un antico nemico.
C’è tutto nel prologo: la tempra di un esorcista come padre Merrin, i presentimenti che non sottovaluta, un fortissimo nemico già fronteggiato, la consapevolezza di essere ormai vecchio, debole, col cuore malato (fa uso di pillole di nitroglicerina), ma con un’altra battaglia contro il Male all’orizzonte.

A Georgetown, Washington, c’è un edificio, di mattoni, stretto da una pianta d’edera. “Dall’altro lato della strada c’erano le aree periferiche del campus della Georgetown University“. L’università retta dai gesuiti la stessa frequentata da Blatty che per ambientare il romanzo sceglie i luoghi che conosce meglio.
In quella casa ci abita Chris MacNeil, attrice e madre di una dolcissima bambina, Regan. Da qualche giorno di notte sente strani rumori, battiti, passi, sicuramente dei topi nella soffitta.
Due domestici e una segretaria, onnipresenti, ma Regan gioca sempre da sola, o meglio, con Captain Howdy tramite la tavola Ouija. Chris è convinta che captain Howdy sia nato dalla nostalgia del padre, Howard, defilatosi dopo il divorzio. Invece è li che comincia il suo esserci, Pazuzu.
Regan spiderwalks

Regan cambia di carattere e ci sono fenomeni inspiegabili, il letto che sobbalza, i mobili trovati spostati, l’amico immaginario con cui comunica anche senza tavola ouija ormai ma, per i medici sono convulsioni, forza eccezionale comune in simili patologie e allucinazioni, sintomo di disturbo all’attività chimico elettrica del cervello in corrispondenza del lobo temporale, dicono, anche se dagli esami non risulta nulla.

La madre è sempre più sconvolta a vedere sua figlia in quegli stati.
Camminava a quattro zampe, come un ragno, rapidissima, il corpo arcuato quasi a formare una circonferenza, i talloni a toccare la testa. … la lingua saettava dalle labbra, dentro e fuori, mentre la bocca emetteva un sibilo simile a quello di un serpente.
L’ultimo consiglio dei medici: “…C’è ancora una possibilità, connessa al fatto che la possessione è collegata all’isteria, dal momento che l’origine della sindrome è quasi sempre materia di autosuggestione. Sua figlia deve essere entrata in contatto con del materiale sulla possessione, averci in qualche modo creduto e aver appreso qualcosa sui sintomi tipici; così adesso il suo inconscio è in grado di riprodurre la sindrome. (….) Ha mai sentito parlare di esorcismi signora MacNeil?” 
Mi sta dicendo che devo portare mia figlia da uno stregone?”
A casa vede Regan mentre si masturba ferocemente e violentemente con un crocifisso e il sangue le scorre a frotte quasi a dissanguarla; una nebbia riempie la stanza, e la testa di sua figlia comincia a girare lentamente su se stessa senza che il tronco si muova, solo la testa, fino a quando il viso è esattamente al contrario, la faccia sopra la schiena e con una vocina finta da elfo le dice: “Lo sai cosa ha fatto, vero, quella puttana di tua figlia?“.
Chris non è religiosa, non le interessano i discorsi metafisici sul bene e sul male, sa solo che quella non è sua figlia e lei la rivuole, con l’aiuto di un medico, uno stregone o un esorcista è lo stesso; abita di fronte alla Georgetown University retta dai gesuiti, e cerca un prete, un prete esorcista.

A Georgetown vive anche padre Damien Karras, in realtà è lo stesso Blatty che ci si immedesima facendolo diventare il personaggio più introspettivo, complesso, con una disperazione costante nell’animo e torturato dai sensi di colpa ma, anche eroico nel finale.
Nel romanzo fa il suo ingresso al funerale di sua madre dove piange con un dolore per lungo represso.
Famiglia di immigrati, molto povera, padre Karras è diventato psichiatra grazie ai gesuiti ma restando povero e quindi incapace di offrire a sua madre una casa di cura adeguata e dignitosa; verrà ritrovata morta a casa da almeno due giorni con la radio ancora accesa. Il dispiacere che pensa di aver dato a sua madre lo tormenta notte e giorno.
Ne L’esorcista romanzo sono pagine che commuovono ma ancora più la madre di Karras commuove nel film.

Non pensarci, adesso è in paradiso, Dimmy, ed è felice”.
“Oh mio Dio così sia! Ti prego Signore, fa’ che sia davvero così!”
Non è un ateo disinteressato alla questione di Dio, come la madre di Regan; padre Karras è un tormentato che chiede risposte profonde che non gli arrivano.
“Domine, no sum dignus… Non sono degno…. ma di’ soltanto una parola e io sarò salvato. “
E invece nessuna parola, solo il silenzio.
Damien Karras non vuole l’indipendenza nei confronti di Dio, ma anzi, cerca disperatamente il suo amore, e si sente oppresso dal suo abbandono; Karras è il contrario del peccato degli angeli, il contrario di Pazuzu. Ma nessuno dei due ancora lo sa.
Damien Karras e Regan

Chris lo contatta e gli chiede di fare un esorcismo alla figlia, ma lui risponde da psichiatra: “Mi ascolti, se Cristo avesse detto a quelle persone che credevano di essere possedute che in realtà erano affette da schizofrenia, come io sostengo che fosse, forse lo avrebbero crocifisso tre anni prima”.
Ma è disponibile a visitare Regan.

L’incontro nel romanzo (imperdibile anche nel film! 😃 ) :
(…) gli occhi enormi fuori dalle orbite, infuocati, illuminati da una follia astuta, da un’intelligenza malvagia. C’era odio e interesse in quegli occhi, ora fissi su di lui, che lo guardavano intensamente, gonfi di rabbia in quel volto ormai scheletrico, tramutato in una maschera orribile carica di ostilità, di un rancore indescrivibile. (…)
” “Bene, bene, bene”, disse Regan soddisfatta, un’ironia perversa nella voce. Karras sentì un brivido percorrergli la schiena, i capelli drizzarsi sul collo. La profondità di quella voce era impensabile, così bassa e colma di minaccia e potenza. “Allora sei tu, eh? Hanno mandato te! Bene, non abbiamo nulla da temere da uno come te!” “.
Si svolge una conversazione inquietante tra i due anche se Karras non sembra uscirne turbato e rassicura la madre, promettendo di aiutarla.
“Lei cosa ne pensa, padre?
“Comportamento compulsivo originato dal senso di colpa, probabilmente, accompagnato a una dissociazione della personalità”.
E arriva la parte tragico – drammatica da me preferita, dove Karras  si strugge, quali delirante. Tormentato, bipolare, alterna una estenuante ricerca dei segni della possessione con un altrettanto maniacale e faticosa ricerca di una spiegazione medica, da psichiatra come lui è. Ma è anche un padre gesuita ed è possibile credere al diavolo, dentro una bambina?
Quelli che ha annotato, durante le sue visite, sono sintomi di malattia o di possessione? Deve tornare da psichiatra o esorcista?
Nel film è più breve ma nel libro questo momento di Karras occupa molte pagine, è la lunga notte dell’Innominato del Manzoni, anche se nel suo caso non ne uscirà del tutto convinto.
L’incredibile mutamento nella voce di Regan?
Ma in condizioni di particolare ansia o in determinati stati patologici, il manifestarsi di capacità fuori dall’ordinario è possibile.
L’improvviso arricchimento del vocabolario e delle conoscenze della bambina?
Criptomnesia: un serbatoio nascosto di ricordi, di parole e informazioni con cui almeno una volta la bambina è entrata in contatto, probabilmente anche durante l’infanzia.
Il fatto che Regan lo abbia riconosciuto come prete?
Un colpo di fortuna, e poi secondo il parere di Jung la ricettività inconscia in pazienti affetti da isteria può acuirsi.
Il fatto che Regan fosse a conoscenza della morte di sua madre?
Un colpo di fortuna. Del resto, lui aveva quarantasei anni.
Il cassetto che si apre e si chiude? Psicocinesi.
La precocità intellettuale di Regan? Spiegabile con Jung, eccetera, eccetera.
Ma no, niente da fare, non quadrava.
Fissò l’immagine sulla pagina che aveva davanti. Un demone. Il suo sguardo si spostò lentamente sulla didascalia: Pazuzu. Il sacerdote chiuse gli occhi. C’era qualcosa che non andava.
26th February 1973: American author and film producer William Peter Blatty on the set of the ‘Exorcist’ with actors Jason Miller (1939 – 2001) and Ellen Burstyn. (Photo by Alan Band/)

In un altro incontro Regan gli parla correttamente in tedesco (però il domestico, Karl, è svizzero e magari ha appreso da lui), in francese (ma alla segretaria scappa spesso qualche frase in francese) e in latino, un botta e risposta serrato fra i due in un perfetto latino ecclesiastico ma… forse per telepatia la bambina gli ha preso il suo latino direttamente dal suo cervello. Dubbi.

Le registrazioni che riascoltate all’incontrario non sembrano più versi gutturali senza senso ma inglese fluido. La scritta apparsa sul petto di Regan, in lettere rosse come il sangue: “AIUTATEMI”.
Si convince ad informare la curia che, non se l’aspettava, consente subito all’esorcismo. Come esorcista viene scelto Lankester Merrin, mentre nominano Karras come suo assistente.
“Merrin! Il filosofo, il paleontologo! Quella mente così acuta, quell’intelligenza straordinaria! I suoi libri avevano provocato molto clamore all’interno della Chiesa perché aveva interpretato la sua fede in termini di scienza e ragione, in termini di una materia in continua, perenne evoluzione, destinata a divenire puro spirito e a unirsi a Dio“.
Blatty è uscito dalla facoltà di lettere e filosofia della Georgetown University, nel romanzola stessa di padre Merrin; io ho interpretato questa frase (non presente nel film, perché avrebbe solo appesantito la trama) che ai più passa inosservata, come un omaggio verso qualche suo vecchio professore, poiché nei romanzi niente viene scritto “per caso”. Sta di fatto che fa riferimento alla divinizzazione (la théosis) dei Padri greci, il fine ultimo sovrannaturale dell’uomo e dell’angelo e si realizza già incoativamente nello stato di grazia. In soldoni, è una dottrina che per davvero si studia in quell’università di gesuiti. Ma anche se non fosse una dedica per qualche suo insegnante, inquadra bene il personaggio padre Merrin, ieratico, forse fin troppo.
Per questo non spetterà a lui (sempre per la ragione che nei romanzi anche gli imprevisti sono decisi dall’autore) vincere questa battaglia con Pazuzu.
Saputo di Merrin, Karras si ricordò che gli esorcisti venivano selezionati sulla base del loro senso di ‘pietà’ e delle loro ‘altissime’ qualità morali e, il sapere che la scelta non era ricaduta su di lui, lo fece sentire abbattuto e scoraggiato. “Si sentì in qualche modo svilito, inutile, inadatto, respinto. E questo lo pungeva nell’animo. Senza una vera ragione, gli faceva male“.
Questo post è il seguito di:
Recensione de L’esorcista 1 parte (questo post)

grazie della lettura Bloody Ivy

8 Commenti

    • e… ormai è un film ad effetto acqua fresca… la vera angoscia la danno le notizie reali, fra femminicidi, guerre, violenze di ogni genere e cattiverie, le malattie che improvvisamente ti diagnosticano, gli incidenti… il film è davvero acqua fresca in confronto alla vita, sì
      Ma è costruito davvero bene, cioè come scrittore e scenegiattore è davvero bravo.

    • scusa rispondo ai commenti dopo 2 o 3 giorni… il solito problema del tempo che scorre troppo in fretta e non riesco a combinare nulla, neanche scrivere un commento 🙁
      cmq ne approfitto per aggiungere “una glossa” al post visto il commento (eh già damien 666, altro bel film).
      Nel romanzo padre Merrin chiede l’origine del nome a Damien. “Era il nome di un sacerdote che dedicò la sua vita alla cura dei lebbrosi nell’isola di Molokai. Alla fine fu contagiato anche lui.”
      Sicuramente non messo a caso visto che alla fine Damien sarà contagiato anche lui.

      • Non ti preoccupare per il tempo che scorre, so bene cosa sia la relatività. Del resto io credo tu sia ad una velocità molto prossima a quella della luce e perciò ci trovi sempre più invecchiati di quando parti.
        Dottissime citazioni, deliziosa scelta del nome dell’autore de L’esorcista. Niente da dire un capolavoro e più sei credente, più lo senti tuo.

2 Trackbacks / Pingbacks

  1. William Peter Blatty - Bloody Mary Challenge III - 1parte ⋆ niente panico
  2. Il Traghettatore - William Peter Blatty ⋆ niente panico

Grazie del commento, torna a trovarmi presto :)