Cyberwar – Information warfare

Noopolitik
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John Arquilla e David Ronfeldt
John Arquilla e David Ronfeldt

Communications without intelligence is noise; intelligence without communications is irrelevant. Gen. Alfred M. Gray USMC

Information warfare è l’altro termine con il quale si designa la cyberwar. Sono interscambiabili poiché l’arma è la stessa: l’informazione.

Un tempo, neanche molto lontano, l’informazione era successiva ai fatti; ora grazie ad Internet, la velocità dell’informazione è diventata iperbolica e, ai fatti è addirittura simultanea. Dietro a ciò, nella scia dell’informazione a velocità supersonica, viene trascinata anche la difficoltà di verificare in un tempo a disposizione pressoché nullo, l’attendibilità della notizia, condizione sine qua non per la credibilità di chi la diffonde. La difficoltà di controllo dell’informazione quindi, pesa sia su chi come utente finale e “lettore”, ne fruisce come su chi all’utente finale, nel ruolo di fonte, la trasmette.

Oggi c’è un’overdose di notizie che arrivano da ogni dove e che sono in grado di rallentare i processi decisionali. Devono essere selezionate, analizzate, classificate, soppesate e giudicate. Inoltre il controllo totale dell’informazione elettronica è impossibile. Assicurarsi dell’integrità, della fondatezza, della serietà della notizia è così difficile e complicato che a volte, nel mare magnum delle informazioni, ci si muove per “istinto”.

Se le testate giornalistiche sono soggette a controlli, in Internet chiunque altro potrebbe diffondere, nel senso elettronico che si dà ormai al termine “pubblicare on line”, su qualche sito le informazioni più destabilizzanti e bizzarre. L’informazione diventa così sempre più vulnerabile, perché si dà per scontato potrebbe essere inattendibile.

Un’informazione non veritiera induce all’errore, spinge a pensare in modo sbagliato a comportarsi secondo un’errata concezione di come stanno le cose. E’ capace, insomma, di produrre grandi guai. Per questo motivo è tenuta in massimo conto ed è maneggiata coi guanti bianchi, come la miglior arma di guerra.

La rete, da questo punto di vista, è il sistema nervoso attraverso il quale circola l’informazione mondiale. L’informazione è calcolata come l’arma vincente per sottomettere l’avversario, capace, se usata e diffusa bene si disturbare le strutture di comando, di comunicazione e di pensiero. Avere in pugno l’opinione e il pensiero del nemico è vincere la guerra.

John Arquilla e David Ronfeldt sono due ricercatori americani. John Arquilla è un ex marine, docente di scienza dell’informazione in un’università a Monterrey, a sud si San Francisco; David Ronfeldt è analista alla Rand Corporation, istituto di ricerca vicino all’apparato militare e ai suoi servizi d’informazione. Ambedue, specializzati in conflitti dell’era dell’informazione, sguazzano bene in tutta una serie di concetti nuovi ed originali: la cyberwar detta anche information warfare (la guerra dell’informazione), la netwar (la guerra in rete) e la noopolitica (politica della conoscenza) sono alcuni dei loro argomenti prediletti. Qui un testo loro.

Secondo Arquilla e Ronfeldt, il nuovo modo di informare in Internet può essere in grado di alterare la natura dei conflitti, introducendo nuove modalità nell’arte della guerra, del terrorismo e del crimine. La nostra epoca, sempre secondo i due ricercatori, sarebbe caratterizzata da un cambiamento nel rapporto tra il tangibile e l’intangibile, sia nei metodi di produzione come in quelli di distruzione. L’intangibile trattato quindi come la miglior caratteristica del nostro tempo presente. E di conseguenza anche il vero potere diventa immateriale. Da una diversa concezione della potenza si altera anche il significato di guerra.

Marte, dio della guerra ha ceduto lo scettro del potere a Minerva dea della saggezza. La potenza si ha con la conoscenza. Sapere più dell’avversario sul teatro delle operazioni belliche è ciò che conta. Il sistema di comunicazione diventa così ciò che c’è di più prezioso e delicato. Di qui anche il valore della dis-informazione, che in breve si trasforma in dis-organizzazione. A prevalere potrebbe essere, in questo caso, non chi lancia la bomba più grossa, ma chi spara la “balla” migliore. L’informazione rientra nella strategia, e viene impiegata in luogo degli eserciti o delle sanzioni economiche. Disorganizzare il nemico, dis-informandolo, questo è il primo comandamento.

La cyberwar usa computer e reti di comunicazione come fossero armi convenzionali, puntando a smantellare i sistemi di comando, controllo e comunicazione delle truppe avversarie. E’ la guerra di eserciti invisibili e servizi segreti. Le tecniche sono varie, un miscuglio di campagne di informazione e di strategie comunicative che mirato a mettere in cortocircuito l’informazione onesta. E’ normale che un’informazione non veritiera e indebitamente alterata induca in errore. Ancora di più, se usata in modo perverso può condizionare un soggetto, più soggetti, una massa. Può sollevare un vespaio. Legati spesso ad una singola informazione sono equilibri sociali, economici e politici. Chi ha il dominio di quella informazione (conosce ciò che gli altri non sanno, è capace di diffonderla o al contrario di tenerla celata se lo vuole) è il padrone del mondo, e domina l’universo industriale, commerciale e in genere la società. Non è cosa da poco.

John Arquilla e David Ronfeldt, in “Cyberwar is coming!” (qui il testo), accostano il dominio dell’informazione alla possibilità di spargere la nebbia della guerra per disorientare il nemico. E non si parla nemmeno più di superiorità del sapere ma di assoluta supremazia d’informazione.

Nella cyberwar “le operazioni di informazione sono quelle che possono rendere il campo di battaglia trasparente a proprio favore e opaco per gli avversari” (dallo studio sulle operazioni militari, “Force XXI Operations”). Nell’era della digitalizzazione, il campo di battaglia è il cyberspazio e l’informazione la guerra. Di più: il dominio delle informazioni è il fattore critico per il successo militare. L’informazione è l’equivalente della vittoria sul campo di battaglia.

In wartime, truth is so precious that she should always be attended by a bodyguard of lies”. Churchill

Come già Carl von Clausewitz diceva, la conoscenza deve diventare abilità, per vincere la guerra, così anche Arquilla e Ronfeldt iniziano il loro saggio spiegandoti come “For your forces, warfare is no longer primarity a function of who puts the most capital, labor and technology on the battlefield, but of who has the best information about the bettlefield. What distinguishes the victors is their grasp of information – not only from the mundane standpoint of knowing how to find the enemy while keeping it in the dark, but also in doctrinal and organizational terms. The analogy is rather like a chess game where you see the entire board, but your opponent sees only its own pieces – you can win even if he is allowed to start with additional powerful pieces” (“per le tue forze militari, la warfare non si prefigge più come fine investire il massimo capitale, lavoro e tecnologia nella guerra ma di avere, sulla guerra e a proposito del campo di battaglia, la migliore informazione. Così ciò che distingue i vincitori è il loro afferrare l’informazione, e non soltanto da una visuale meramente terrena e materiale come il poter stanare il nemico riuscendolo a tenere all’oscuro, ma pure nel senso dottrinale e organizzativo del termine. Tutto ciò è come in una partita a scacchi, in cui tu sei in grado di vedere l’intera scacchiera, ma il tuo avversario invece sa soltanto dove sono i pezzi suoi. Allora tu sei in grado di vincere, sebbene a lui sia permessa la prima mossa e pezzi, pedine di valore in aggiunta.

“Information is becoming a strategic resource that may prove as valuable and influential in the post-industrial era as capital and labour have been in the industrial age” John Arquilla e David Ronfeldt in Cyberwar is coming!( “L’informazione diventa una risorsa strategica che, nell’era post-industriale può rivelarsi tanto preziosa e determinante quanto il capitale e il lavoro lo furono nell’età industriale” ) Nell’era dell’informazione, è proprio l’informazione on line che sta alterando la natura dei conflitti, dei crimini e delle strategie politiche e militari. I punti focali attorno ai quali orbiteranno i futuri conflitti saranno l’informazione e i modi di comunicazione di questa. I due principali nuovi modelli di conflitto intravisti da Arquilla e Ronfeldt, in un altro loro saggio, “A new epoch – and spectrum – of conflict”, sono la cyberwar e la netwar, in entrambi i termini l’approccio al conflitto è basato sulla centralità dell’informazione, comprensiva di tutte le possibili combinazioni al riguardo (informazione strategica, organizzativa, dottrinale, tattica, tecnologica…) sia dalla parte offensiva che quella difensiva”).

Per information warfare, quindi, si intendono le azioni fatte per la conquista della superiorità dell’informazione. Si oscura l’informazione al nemico andando a colpire i sistemi informativi avversari e nello stesso tempo si proteggono gelosamente i propri; è una guerra sia offensiva che difensiva. Ad essere puntigliosi, l’esatta definizione ufficiale tratta da “Cornerstones of Information Warfare”, considera l’information warfare ogni azione mirata a demolire, distruggere e inquinare l’informazione avversaria e le sue funzioni, proteggendo la propria informazione da analoghe iniziative.

 Szafranski
 

Richard Szafranski è colonnello dell’US Air Force, e autore di “A Theory of Information Warfare: preparing for 2020”, nonché del saggio “Neocortical Warfare? The Acme of Skill”. Szafranski è propenso a definire l’information warfare come l’attività ostile contro qualsiasi parte dei sistemi di conoscenza e di convinzione di un avversario; facendo notare però che le attività di guerra dell’informazione possono aver luogo nei confronti di un avversario esterno come anche all’interno di una medesima organizzazione.

Szafranski ricorda che, come già insegnava Sun Tzu, sottomettere il nemico senza combattere è il culmine dell’abilità. “Moreover, the principal theorists or artists of warfare – Krishna of the Bhagavad-Gita, Sun Tzu, the Khan, Machiavelli, Lenin, Liddell Hart, Mao, John Boyd – and many of the masters of the craft of war – Napoleon, Clausewitz, Guderian. Patton, Slim, Magsaysay, John Warden –emphasize the importance of the moral, the mental and the will in conflicts. So important are these cerebral, metaphysical things that Eliot A. Cohen and John Gooch hint that much military failure might have its genesis in the ‘psychological cripples’ that rise to general and flag rank in the military hierarchy” (In “Neocortical Warfare? The Acme of Skill”, cap. “What we think we know”, pag 399) .(“Inoltre, i migliori strateghi e artisti della guerra dell’informazione – Krishna del Bhagavadgita, Sun Tzu, il Khan, Machiavelli, Lenin, Liddell Hart, Mao, John Boyd – e molti dei dominatori indiscussi della guerra – Napoleone, Clausewitz, Guderian, Patton, Slim, Magsaysay, John Warden – enfatizzano, nei conflitti, l’importanza della morale, della forma mentale e della volontà. Sono così importanti, questi elementi celebrali e metafisici che Eliot A Cohen and John Gooch (Eliot A. Cohen and John Gooch, “Military Misfortunes: The Anatomy of Failure in War”) lasciano intendere di come molti fallimenti militari possano avere la loro genesi nell’inettitudine psicologica che prende il generale e poi intacca la truppa nella gerarchia militare”).

Szafranski pone l’accento sulla fragilità del conoscere e del credere spiegando che non si decide e agisce solo sulla base della propria esperienza e conoscenza del momento ma anche grazie ad altri fattori che possono essere i più diversi e perfino irrazionali. Simpatia, credenze, impulsi, superstizioni, cultura, tradizioni, abitudini e persino eredità genetica influiscono sul titolare del processo decisionale. Un leader americano avrà condizionamenti diversi da quelli che può avere un suo omologo giapponese o cinese e così a seguire.

Tenendo conto dei condizionamenti e del carattere personale, ecco che colpire l’avversario e ottenere precisamente il risultato che si è prefissati può risultare non così semplice. L’attacco su grandi gruppi con lo scopo di sottomettere la volontà ostile del leader è la tattica preferita nella cyberwar. Non di meno si può andare ad influenzare o manipolare conoscenze, opinioni e convinzioni dei soggetti da cui il leader dipende per la concreta realizzazione dei suoi programmi. Questo nuovo tipo di guerra si poggia su attività di intelligence (o servizio segreto di informazioni), di security, di guerra elettronica, di operazioni psicologiche (destinate a colpire il cuore e la mente dell’opinione pubblica propria e avversaria), di sistemi informativi di comando e controllo.

L’obiettivo dell’Information Warfare sono le opinioni e i pensieri della gente, che da quando mondo è mondo, nei confronti dei loro leader passa facilmente dall’osanna al crucifige e, i mezzi di attuazione di tali imprese sono le reti di comunicazione in quanto struttura vascolare di tutta la società. Il bersaglio è la mente umana, il fine quei soggetti in cui, in tempo di pace e di guerra sono affidate le decisioni e la scelta di come, se e quando impiegare le risorse strategiche.Lo spettatore reagisce alla presentazione degli avvenimenti, fidando nella veridicità di quanto riportato e senza preoccuparsi, per poca disponibilità di tempo e possibilità, della completezza dell’informazione che gli viene presentata. E, alle emozioni date dalla notizia che riceve, seguono le azioni. Parliamo chiaro: la totale libera circolazione delle informazioni, nessuna società sa neanche dove stia di casa, e neanche se la può permettere. Le informazioni stanno bene circoscritte nei limiti della prudenza, oltre potrebbero risultare un pericolo per il sistema.

Attraverso l’informazione e la comunicazione, la massa cerca di capire qualcosa della realtà. Ma le parole, possono giocare brutti scherzi. “Comunicare deriva dal latino dotto ‘commune’, etimo composto da ‘munus’ e ‘cum’, vale a dire ‘che compie il suo incarico insieme ad altri’. Da qui qualcosa che appartiene a più persone o che si trasmette ad altre. […] Informare, modellare secondo una forma chiusa, deriva anch’esso dal latino: ‘in-formare’ cioè ‘dare forma’. Di qui dare notizia, cioè informazione, rappresentazione, idea, forma-formula” (Da “Le nuove Guerre”, U. Rapetto e R. Di Nunzio).

Uccidere un uomo può essere cosa da poco, ma uccidere un’opinione, tramite informazioni date in modo inadeguato, cioè tramite la disinformazione, ha effetti più forti e duraturi. Anche riuscire a formare un’opinione è un’arma potente, tanto più se si tratta di opinione che condivide tutta una massa. Le opinioni sono le nostre mappe mentali con le quali osserviamo il mondo. Consideriamo le mappe, e crediamo di osservare il mondo. Basta che qualcuno ci faccia passare per buona una mappa falsa e la realtà risulterà estremamente diversa da come noi la crediamo.Naturalmente, il nemico non dovrà venire a conoscenza delle intenzioni dell’avversario. Lo scopo è il controllo delle conoscenze (sapere di più, sapere giusto, sapere prima) e la modifica delle sensazioni, l’inquinamento delle percezioni dell’avversario. Confusione e disorientamento: l’idea è quella di annebbiare il processo decisionale, di mettere in scacco la reattività emotiva del soggetto.

Tra i due termini, cyberwar e netwar, c’è una lieve sempre più lieve ma non ancora indifferente diversità. Tutte e due distorcono la percezione della realtà. La realtà è quella, ma cyberwar e netwar si danno da fare per modificarne la percezione. Ambedue agiscono, spesso contemporaneamente, creando confusione militare e problematiche sociali nelle forze del nemico, ma nella cyberwar rientrano ruoli militari a tutti gli effetti, mentre nella netwar sono principalmente usate figure paramilitari e forze irregolari. La cyberwar può usare armi tecnologicamente avanzate, persino virus sublimali (programmi software che nascondono messaggi sublimali visivi o sonori, non rilevabili dalla parte cosciente della mente e indirizzati ad influenzare il comportamento). La netwar è invece in un certo modo ancora più subdola e predisposta per creare conflitti sociali. Cerca di distruggere le opinioni della popolazione, per poi crearne altre, con propaganda e compagne psicologiche, politiche e sovversione culturale, ingannando i media locali, promuovendo dissidenti e movimenti d’opposizione che comunichino le loro idee tramite la Rete.

Lo sforzarsi ad essere obiettivi, a vedere le cose come stanno, comprende due azioni: prima, quella di tenere in debito conto le opinioni altrui e magari cercare di rispettarle; seconda, cercare di considerare i fatti con il massimo distacco. L’obiettività è quindi una sorta di ricerca della verità. Ricordando che la mappa non è la realtà e che seppur vicina, né da sempre un’idea un poco deformata. Classico l’esempio di due persone che vedono lo stesso bicchiere, una mezzo pieno e l’altra mezzo vuoto.Le rappresentazioni interne della realtà, se irrigidite, portano ai pregiudizi che se cristallizzati diventano fisse regole mentali, che non permettono una reale comunicazione con l’altro che si preferisce incastrare in un ruolo, vederlo attraverso uno stereotipo (i tedeschi? Tutti biondi e attaccati al boccale di birra. Le segretarie? Tutte eleganti e un po’ oche. I professori? Lagne! Gli studenti? Fannulloni!). Dal ruolo e dallo stereotipo non c’è via d’uscita. Niente dialogo.

La realtà, poi, è ampissima e quel che ognuno ne coglie è quel tanto che interessa, che è poi ciò che ci emoziona. Pertanto è con le emozioni che viene percepita la realtà. Sono le emozioni che mettono in moto i pensieri e, i nostri pensieri diventano poi, le nostre mappe del mondo. Ovvero i filtri su cui viene costruita la visione del mondo. Ma la mappa non è il territorio; i pensieri non sono la realtà. Un essere umano agisce, sente e si comporta in conformità di ciò che egli immagina essere vero riguardo a se stesso e al suo ambiente. Questa è una legge mentale fondamentale.

La dis-informazione, come arma di guerra, non fa nulla per eliminare le mappe mentali distorte, anzi se ne serve. Non è la realtà a decidere ciò che si comprenderà o vedrà ma le proprie interne mappe mentali. Questo per un istintivo atteggiamento psicologico che rende prevenuti. Ossia dopo aver investito tempo ed energia nelle proprie convinzioni, piuttosto che modificare le opinioni, si preferisce deformare la realtà a misura della propria mappa mentale. Rimettere in gioco i nostri punti di vista non è uno scherzo; ci si può trovare a fronteggiare dolori non superati, ricordi e disagi che si vorrebbero evitati.

Per cambiare un punto di vista ci vuole qualcosa di straordinario e forte che scardini gli schemi di percezioni abituali. Quello che è successo l’undici settembre 2001, è un esempio di fatto che scuote gli schemi mentali.

Queste cose chi si occupa di notizie da dare al pubblico, le conosce molto bene. Sa di avere a che fare un gruppo sociale determinato e determinabile, che vuole sapere ciò che si aspetta già secondo i suoi propri schemi mentali. Che non ha il tempo, la voglia o la possibilità di andare a controllare se poi davvero le cose sono andate come sono state raccontate. Si dà quindi, per scontato la veridicità dei fatti soltanto perché ci provengono da fonti che noi consideriamo affidabili.

Cautela. L’informazione non è mai lo specchio della realtà. Ma è in grado di produrre anche forti effetti sociali. Ancor di più se il recettore ha piena fiducia nella fonte, sia essa una persona fisica, un giornale o un computer, a maggior ragione se quello che vedrà avrà le caratteristiche delle realtà. Se usata acutamente l’informazione può far crescere ideologie, ossia pregiudizi a priori, causa di notizie bevute e non indagata. E, un’ideologia è una rappresentazione del mondo impermeabile al confronto con il mondo. Una specie di avarizia del pensiero.

Le ideologie implicano pregiudizi e questi impediscono di ragionare autonomamente e in modo obiettivo. A questo punto è sufficiente far crollare l’ideologia per spaesare e creare insicurezza. Lo scopo è di propinarne subito un’altra, più conveniente.Altra “fissazione” comune è avere un punto di vista e non ammetterne altri alternativi. Si cerca così di cancellare l’avversario, di diminuirlo con giudizi severi, drastici, taglienti. Questa mentalità così rigida non lascia scampo a chi vede le cose da un altro punto di vista. L’altro è la contraddizione e perciò giudicarlo incapace, inferiore ed in torto, pare l’unico modo per rimettere ordine nel mondo. Le altrui opinioni diventano un “crimine di pensiero”. Su questo marasma di visioni del mondo, specula il sabotaggio mediatico (Da “Le nuove Guerre”, U. Rapetto e R. Di Nunzio).

Noopolitik
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Nessuno, creda a me, è mai correttamente informato di qualcosa, nemmeno l’informatore che, sotto l’impatto dell’avvenimento, ne racconta ciò che, sul tamburo, riesce a saperne, e che non è mai tutto ciò che è realmente accaduto“. Indro Montanelli 

Il sabotaggio mediatico. L’informazione, se non si è più in grado di controllarla, può poggiarsi sull’inganno. E chi vuole forgiare opinioni pubbliche, pregiudizi ed ideologie usa quello che ho scritto sulla psiche umana nei paragrafi precedenti e tanto altro. La guerriglia mediatica sa bene come agire dentro il sistema di comunicazione mass-mediatica.

Ogni notizia ha un margine di verificabilità. Cioè ogni notizia ha un nucleo verificabile e controllabile e un alone di non totale verificabilità, di penombra. Ed è in questa penombra che si gioca ad interpretare la notizia, a modificarla ad in-formarla. In-formare la notizia senza che nessuno se ne avveda. Nemmeno il giornalista, anzi proprio a lui (l’allocco), bisogna far credere di avere il controllo assoluto sul materiale a disposizione. Deve poter convincersi di essere arrivato da solo alle notizie, magari casualmente. Questa, – spiega Rametto, comandante del Gruppo Anticrimine Tecnologico GdF, e dirigente l’area sicurezza all’Authority per l’Informatica – è la stessa tecnica usata nel controspionaggio verso le talpe identificate: non si eliminano, ma si passano informazioni distorte. I giornalisti quindi, possono venir trattati da alcune importanti fonti, come vere e proprie talpe, convinte di vedere e ripetere realmente come stanno le cose ma in realtà cieche. Nella guerra informatica, questa è l’arma potente della disinformazione.

E’ un astuto gioco di ruolo. Si cerca di conoscere il clima del posto nel quale si vogliono far fiorire certe opinioni. Si tasta l’ambiente, comprese le leggende metropolitane, le storielle, le barzellette, le dicerie e i “per sentito dire”. Le possibilità di intervento sono infinite, poiché le reti formali ed informali si influenzano reciprocamente, dalla stampa locale, ai circoli, dall’ambiente politico a quello underguround e dei centri sociali, a quello delle Forze di Polizia e ai vari ambienti religiosi ed esoterici, a quelli criminali e ovviamente, Internet con le sue chat e i newsgroup.

La strategia è integrale: guerra psicologica, disinformazione, guerra elettronica. Una guerra basata sul predominio dell’intelligence, della tecnologia e della simulazione, che potrà essere completamente invisibile e gli attacchi si manifesteranno soltanto a danno avvenuto.

L’obiettivo della disinformazione è di “avvelenare l’acqua del mare in cui nuota il pesce”. Durante l’approssimarsi della guerra, come durante il suo svolgimento, cresce inevitabilmente la domanda e l’offerta di informazioni allo scopo di dare senso a cosa sta succedendo. Da una parte c’è la popolazione che chiede informazioni, dall’altra le esigenze del Governo e dei comandi militari di nascondere le verità o le informazioni ritenute non opportune, e di passare solo le informazioni ritenute opportune. Perché come disse Eisenhower,è l’opinione pubblica che vince la guerra”.

mio  vecchio pezzo, ma ancora presente su Hacker Kulture dvara.net

 
ivy

2 Commenti

    • è un argomento che affascina molto anche me… che però chi mi conosce dice abbia un lato inquietante nel carattere 😉

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