Emile Durkheim – Il Suicidio

Emile Durkheim
Emile Durkheim

Il suicidio anomico

La società non è soltanto una cosa che attrae a sé, con ineguale intensità, i sentimenti e l’attività degli individui, è anche un potere che li regola. Tra la maniera in cui si esercita questa azione regolatrice e il tasso sociale dei suicidi, esiste un rapporto.
E’ noto che le crisi economiche hanno un’influenza aggravante sulla tendenza suicida. (…)

Il numero dei fallimenti è un barometro che rispecchia con sufficiente sensibilità le variazioni che attraversa la vita economica. Quando, da un anno all’altro, i fallimenti diventano di colpo più numerosi, si può star sicuri che si è verificata qualche grave disfunzione. Dal 1845 al 1869, ci sono stati, a tre riprese, improvvisi sbalzi sintomatici di una crisi. (…) Ora, in questi tre momenti si rileva pura un’ascesa eccezionalmente rapita della cifra suicidi.
(…) Ma a cosa debbono la loro influenza queste crisi? Forse, al fatto che, facendo diminuire la ricchezza pubblica, aumentano la miseria? Forse perché, più difficile si fa la vita, più facilmente vi si rinuncia? La spiegazione seduce per la sua semplicità; è d’altronde conforme alla concezione corrente del suicidio. Ma è smentita dai fatti.
In realtà, se le morti volontarie aumentassero perché la vita diventa più dura, dovrebbero diminuire notevolmente quando l’agiatezza si fa più grande. (…)

L’aumento della miseria influisce così poco su quello dei suicidi che persino le crisi felici, che hanno per effetto di accrescere bruscamente la prosperità di un paese, agiscono sul suicidio proprio come i disastri economici. (…)
(…) che la ristrettezza economica non ha l’influenza aggravante che spesso le si attribuisce, è che essa suscita piuttosto l’effetto contrario. In Irlanda, dove il contadino conduce un’esistenza così penosa, ci si ammazza pochissimo. La misera Calabria non registra quasi nessun suicidio; la Spagna ne conta dieci volte meno della Francia. Si può perfino dire che la miseria protegge.(…)
Se, allora, le crisi industriali o finanziarie aumentano i suicidi, non è perché impoveriscono, giacché le crisi di prosperità hanno lo stesso risultato, ma perché sono crisi, cioè delle perturbazioni dell’ordine collettivo. Ogni rottura di equilibrio, anche quando da essa risulta una maggiore agiatezza e un rialzo della vitalità generale, spinge alla morte volontaria. Ogniqualvota si verifichino, nel corpo sociale, gravi rimaneggiamenti, siano essi dovuti ad un improvviso movimento di sviluppo o ad un cataclisma inatteso, l’uomo si uccide più facilmente. Come è possibilie? Come può ciò che di solito si considera un miglioramento dell’esistenza, staccare da essa?

suicidioUn qualsiasi essere vivente non può essere felice né vivere se i suoi bisogni non sono in sufficiente rapporto con i suoi mezzi. Altrimenti, se esigono più di quanto possa loro essere accordato o, semplicemente, esigono altre cose, saranno frustrati di continuo e non potranno funzionare senza dolore. Ora, un movimento che non possa prodursi senza dolore tende a non riprodursi. Le tendenze che non vengono soddisfatte, si atrofizzano. Ed essendo la tendenza a vivere il risultato di tutte le altre, non può non indebolirsi se le altre si affievoliscono.
(…) Come stabilire, dunque, la quantità di benessere, di comodità, di lusso, che un essere umano può legittimamente ricercare?

(…) E’ caratteristica dell’uomo essere soggetto a un freno non fisico, ma morale, cioè sociale. (…) egli sfugge al giogo del corpo ma subisce quello della società.
Senonché, quando la società è scossa, sia da una crisi dolorosa sia da trasformazioni felici ma troppo improvvise, essa è momentaneamente incapace di esercitare questa azione. Ecco da dove provengono queste brusche ascese della curva dei suicidi di cui abbiamo già stabilito l’esistenza.
Nei casi di disastri economici, infatti si verifica un declassamento che spinge bruscamente certi individui in una situazione inferiore a quella occupata fino allora (…) Né diversamente accade quando la crisi ha per origine un improvviso accrescimento di potenza e di fortuna. (…)
Non si sa più ciò che è possibile e ciò che non lo è, ciò che è giusto e ciò che è ingiusto, quali sono le rivendicazioni e le speranze legittime, quali quelle che passano la misura.
(…) Se la povertà protegge dal suicidio è segno che è, di per sé un freno. (…)
Invece la ricchezza, coi poteri che conferisce, ci là l’illusione di far capo esclusivamente a noi stessi. Diminuendo la resistenza che ci oppongono le cose, ci induce a pensare che possono essere conquistate all’infinito. Meno ci si sente limitati, più insopportabile ci appare ogni limitazione. (…)

(…) si dichiara che le nazioni debbono avere per unico o principale obiettivo la prosperità industriale; lo implica il dogma del materialismo economico che serve pure da base a questi sistemi apparentemente opposti. E, siccome queste teorie non fanno che esprimere l’opinione pubblica, l’industria, anziché continuare ad essere considerata come un mezzo in vista di un fine che la supera, è divenuta il fine supremo degli individui e delle società.

(…) Si ha sete di cose nuove, di godimenti ignorati, di sensazioni senza nome ma che perdono ogni sapore appena conosciute.
(…) Ci possiamo chiedere addirittura se non sia proprio questo stato morale a rendere, oggi, le catastrofi economiche così feconde di suicidi. Nelle società in cui è soggetto a sana disciplina, l’uomo si sottomette più facilmente ai colpi della sorte

suicidiodue(…) Le classi inferiori hanno, per lo meno, l’orizzonte limitato da quelle superiori e hanno, perciò, i desideri più definiti. Ma coloro che hanno solo il vuoto al di sopra di sé, sono quasi obbligati a perdervisi, se non c’è una forma che li trattenga.
L’anomia è, dunque, nelle nostre società moderne, un fattore regolare e specifico di suicidio, è una delle fonti a cui si alimenta il contingente annuo. Ci troviamo, così, in presenza di un nuovo tipo di suicidio che va distinto dagli altri. Esso ne differisce perché dipende non dalla maniera in cui gli individui sono legati alla società, ma dal modo in cui essa li disciplina. Il suicidio egoistico viene dal fatto che gli uomini non scorgono più una ragione di essere in vita; il suicidio altruistico dal fatto che questa ragione appare fuori della vita medesima; il terzo tipo di suicidio, di cui abbiamo ora constatato l’esistenza, deriva dal fatto che l’attività degli uomini è sregolata ed essi ne soffrono. Per la sua origine, daremo a quest’ultima specie il nome di suicidio anomico.
Indubbiamente, tra questo suicidio e quello egoistico, non mancano rapporti di parentela. Ambedue dipendono dal fatto che la società non è sufficientemente presente all’individuo. Ma la sfera di assenza non è la medesima nei due casi. Nel suicido egoistico, essa fa difetto nell’attività propriamente collettiva, lasciandola sprovvista di oggetto e di significato. Nel suicidio anomico, essa manca alle passioni individuali, lasciandole così senza freno regolatore. Ne risulta che, nonostante i loro rapporti, questi due tipi restino indipendenti l’uno dall’altro. Possiamo ricondurre alla società tutto quello che vi è in noi di sociale e non sapere frenare i nostri desideri; senza essere degli egoisti, possiamo vivere in stato di anomia, e viceversa.

(…) Un risultato si trae sin da ora dalla nostra ricerca: non vi è un suicidio, ma dei suicidi. Il suicidio è, probabilmente, sempre il fatto di un uomo che preferisce la morte alla vita. Ma le cause che lo determinano non sono, in tutti i casi, della stessa natura, anzi, talvolta, sono opposte tra loro. Ed  è impossibile che la differenza delle cause non si trovi negli effetti. Si può, dunque, esser certi che vi sono più tipi di suicidio qualitativamente distinti gli uni dagli altri. (…)

Brano tratto da: Emile Durkheim – Il suicidio, Studi di Sociologia

silvia ziche

INDICE ad altri post sul tema suicidio e BIBLIOGRAFIA usata

 

 

Bloody Ivy

4 Commenti

    • mi secca criticare durkheim anche su quel che dice nel saggio a proposito di suicidi & matrimonio/divorzi, erano altri tempi.
      Però sì, anche io la penso così, ci sono molte cose e fatti che diamo per scontato siano male e negativi, e invece dipende dall’uso che se ne fa.

  1. Pur non contestando Durkheim che osservava una società e degli individui piuttosto diversi da quelli di oggi, ritengo che le crisi possano anche essere fonti di rinascite incredibili e di successi grandiosi. In fondo dipende tutto da noi stessi. 🙂 Buona serata, Piero 🙂

    • ma sì, è anche la mia idea… molto spesso quello che chiamiamo bene o male è in realtà “indifferente”, “neutro” e diventa bene o male solo a seconda di come ci rapportiamo noi con quella situazione, quel fatto. Una crisi può essere una prova che può farci passare di livello (ok, sto usando una terminologia da video gioco) o in ogni caso a farci conoscere meglio (sì, perché a volte crediamo di essere un certo tipo di persone mentre in realtà siamo tutt’altro).
      Durkheim non è il primo sociologo né il migliore, ma quello che ha voluto chiarire di cosa deve occuparsi la sociologia e il metodo. Trovo interessantissima la sua anomia, anzi un colpo di genio, però… pur riconoscendo la sua grandezza,non sottoscrivo a tutto quel che dice e afferma 🙂 Ma per l’epoca e per quel che aveva a disposizione non avrebbe potuto far di meglio. ciao piero

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