Il mio amico Abdul – Raffaele Mangano

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Il teorema di Pitagora resta valido non soltanto per Pitagora o negli anni della sua scoperta, ma per chiunque di ogni epoca e luogo, indipendentemente persino dal fatto che lo si conosca o meno.

La validità intrinseca del teorema pitagorico allude che esistano altri argomenti universali, veri in ogni tempo e ovunque, anche e sebbene ci possa essere qualcuno che non avendone fatta esperienza dubiti esistano. L’amicizia per esempio. Gli amici che si raccontano a turno i loro pensieri, uniti da un legame che li fa marciare assieme per il mondo, con la lealtà fatta di rispetto reciproco, dove si resta affiatati, ognuno col proprio modo di essere e vedere le cose. Lo diceva anche Aristotele, etica nicomachea, l’amicizia è un’ anima che abita in due corpi, un cuore che abita in due anime. 

Nel libro (Il mio amico Abdul – Raffaele Mangano – Lupetti editore – lo trovi qui), scritto a quattro mani da Raffaele Mangano e dal suo migliore amico, si ripropone questo teorema dell’amicizia.  Renato muore in un incidente, e il suo amico Michele eredita il suo diario. Dopo solo una breve sbirciata lo accantona per anni, finché non sente che è il momento di leggerlo. Ci sono appunti dei loro giovanili vagabondaggi in Oriente, annotazioni, considerazioni filosofiche, conti ed esercizi di arabo, cronache di episodi anche slegati fra di loro, a cui Michele dà la forma di un racconto scorrevole. La lettura dei fogli e delle pagine del diario diventano come lettere che gli giungono dall’amico. Nel tracciare il resoconto degli eventi, Renato dimostra la sua percezione particolarmente sensibile del mondo, e una coscienza che si forma facendo esperienza delle altre coscienze incontrate negli sguardi, nei gesti, nei contatti con uomini di culture lontane, un ricettacolo di umanità varia ma più povera e meno dignitosa secondo il giudizio occidentale; e non riesce a giustificare, Renato, questa nostra parte del mondo tanto ricca quanto falsa ed egoista che nulla intende spartire con chi ha meno ma si volta dall’altra parte per non guardare, perché la verità se non la si vede, allora non esiste. Michele gli risponde, scrivendo, e così riapre il dialogo con l’amico che credeva perso per sempre ma che ora considera come se si fosse allontanato dal mondo, emigrando in quel paese lontano da cui è arduo tornare, il Nirvana. Nonostante l’assenza fisica di Renato, attraverso il diario Michele comincia ad intrattenersi e a meditare assieme a lui, ed è come dice il detto “Ciò che passa e ritorna è più tenero da rivedere”. Un’amicizia, ora che il sogno della vita è terminato, in grado di penetrare il velo delle illusioni dell’ovvio. Un’amicizia così inalterabile e inesauribile che il tempo e lo spazio divengono banalità inconsistenti, mentre gli echi del passato martellano la lettura e riaffiorano nelle risposte che Michele scrive. Ricordi comuni di un viaggio giovanile senza meta né scopo apparente per trovare quello che altrimenti non avrebbero saputo cercare; ed è così che avviene il rincontro con Abdul, l’amico afgano, il ruggente giovanotto, studente in medicina conosciuto tempo prima a Parigi. Così la vecchia amicizia fra i tre si rinsalda e si prepara a superare ogni futura barriera. Viaggio che non è un muoversi da un luogo per giungere in un altro ma di una circolarità a più livelli, e se quella volta è stato una sorta di passaggio iniziatico all’età adulta, ora per Michele diventa un cammino errante nella propria interiorità. Una sorta di immersione e risalita nel vortice della lettura del viaggio in Oriente e del ritorno in Italia, una nuova esperienza di cammino per sciogliere il lutto, sublimare l’amicizia, perdere il tormento dell’assenza, ritrovare un equilibrio interiore. L’amico è ritrovato, nelle pieghe della propria anima, fino a sentire in sé il senso d’eterna fedeltà che accompagna la pura amicizia, assoluta e immutabile come il teorema pitagorico. L’amico, è sempre un altro sé.

Raffaele Mangano è nato a Milano dove vive. E’ stato editore e direttore di periodici. Dopo una lunga carriera nel giornalismo ha debuttato nella narrativa nel 1997 con L’ultimo terrestre (Lupetti-Manni). Nel 2001 ha pubblicato Le lumache non bevono vino (Lupetti).

Incipit: “Era una bella giornata di sole. Quando il professore di lettere al liceo leggeva un simile attacco tirava una riga rossa su tutti e quattro i fogli di protocollo e in calce apponeva la sigla nddl: non degno di lettura. Non erano solo i riferimenti alla meteorologia a suscitare stroncature, ma anche i luoghi comuni e le frasi fatte.”

Brano preferito: “La nostra amicizia era diventata granitica. Un rapporto forte e sincero, color del cristallo. Parlo dell’amicizia che accomuna per elezione mentale, e non per convenienza o interesse. Ci sono vari tipi di rapporti che definiamo in modo sbrigativo amichevoli. In effetti, a parte gli incontri in vacanza che sfociano nella più labile ed effimera delle relazioni interpersonali, si potrebbe abbozzare una casistica. Per esempio ci sono gli amici d’infanzia e di scuola, con i quali il ritrovarsi dopo molti anni si rivela spesso patetico. Dopo i convenevoli non si ha più nulla da dire. Le cene di ex alunni vanno evitate con fermezza, pena una settimana di depressione. C’è chi ha avuto successo nel lavoro e chi no; chi è felice della sua condizione (o finge di esserlo) e chi è disperato; chi è sposato con figli e chi non ha ancora trovato l’anima gemella; a qualcuno è scappata la moglie; c’è sempre (anche per un fatto statistico) chi ha scoperto un’irresistibile attrazione per individui del proprio sesso. Si mischiano atei e bigotti, puttanieri e monogami, conservatori e progressisti, abitanti di attici con sala per il tiro con l’arco indoor e sfrattati. Accanto a fisici risparmiati dal tempo ci sono quelli sfatti da pinguedine o sciatteria. Abbondano calvizie e occhiali. L’unico elemento di coesione del gruppo è la voglia di terminare presto la cena. Eppure eravamo una classe unita. La vita ha fatto le differenze e ormai non vi è nulla da spartire. Ci sono poi gli amici con cui si trascorre il tempo libero. Sono “gli amici di famiglia” nel senso che girano per casa anche quando desideriamo star soli. A loro si vuol comunque bene e, normalmente, si tratta di rapporti duraturi e non superficiali. Potrei continuare con le amicizie di lavoro, quelle generati da passatempi comuni, ma mi fermo. I sociologi ci scrivono trattati. La nostra invece era l’amicizia di persone che si cercano, si confidano, si aiutano e si mettono in discussione per migliorare. Senza aspettare ritorni. Chi non ha mai vissuto un’intesa del genere è stato privato di un sentimento esaltante. Profondamente diverso dall’amore, ma altrettanto intenso. Come ti sei permesso di andartene?”

Ultime righe, non è politically correct citarle ma faccio finta di non saperlo“Il tuo amico Abdul è deceduto nel giugno del 1989, durante l’assedio dei combattenti afgani alla città di Jalalabad. P.S. Se vi siete incontrati sono certo che abbiate espresso il desiderio di riformare il gruppo. Non ho nulla in contrario ma, visto che ci sarà un tempo infinito per le nostre discussioni, vi prego di pazientare. Quaggiù ho ancora un sacco di cose da fare. Michele”

ivy