I Rari Suicidi nei Campi di Concentramento e nei Gulag

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43 Risposte

  1. Paola ha detto:

    Non ci sono parole per descrivere il senso di inquietudine che suscita leggere questo post, ma è tutto maledettamente vero. Mia madre visse la guerra da adolescente, vide portare via gli ebrei dal ghetto – alcune sue amiche ebree scomparse – era molto reticente a parlare della guerra e di quel periodo. Era fondamentalmente malinconica, credo che certe esperienze ti segnino a vita. Non oso immaginare i sopravvissuti alla deportazione. Mi risulta che molti di loro poi ritornando a casa si siano suicidati, la testa cambia quando subisci certe crudeltà. Ho letto il tuo articolo precedente sui suicidi prima della deportazione, dovremmo tutti riflettere sul nostro passato su quello che la storia ha fatto a questa povera gente. Oggi i ragazzi giovani sbuffano – non quelli che vanno in vista ad Auschwitz e ritornano sconvolti – quando sentono parlare di deportazione e della guerra, non si rendono conto, non riescono a capirle quelle crudeltà così assurde, forse perchè vivono immersi in un mondo pieno di disumanità e violenza. Dobbiamo stare attenti a non abbassare la guardia, dobbiamo ricordare costantemente le conseguenze devastanti di uno sterminio di massa così disumano, perchè queste cose continuano in tutto il mondo, continuano le guerre di religione e le persecuzioni, sebbene in piccolo. L’uomo non riesce a soffocare il suo ego, deve prevaricare e far star male. Credo che una terapia psicologica di massa farebbe bene all’intero pianeta, io la metterei come piano terapeutico nazionale obbligatorio per tutti. Ti faccio i miei complimenti per il grande lavoro che stai facendo.

    • bloodyivy ha detto:

      grazie del tuo bellissimo commento.
      Io sono di Trieste e quindi in queste cose non posso metterci assolutamente delle preferenze politiche. Qui ci sono, ancora, visitabili in ogni momento, sia la risiera di San Sabba con l’unico forno crematorio tedesco su territorio italiano, sia le foibe. La crudeltà umana davvero non ha limiti e non si può confinare in pochi momenti storici.
      Sì, servirebbe una terapia psicologica di massa, almeno una educazione di massa che spieghi e faccia pensare, e invece ci propinano cose che sembrano fatte apposta ad aumentare l’idiozia, l’egoismo e di conseguenza il menefreghismo…

  2. Neogrigio ha detto:

    Bel post, molto interessante, veramente! Se non l’hai già fatto ti consiglio di leggere il libro Auschwitz di Laurence Rees che spiega in modo molto approfondito non solo la genesi ideologica e non dei campi di concentramento, la vita all’interno e anche il loro utilizzo dopo la liberazione, veramente ben fatto

  3. Guido Sperandio ha detto:

    Non si può aggiungere niente, il commento di Paola dice già tutto e non si può che condividere interamente e pienamente. Il post, a sua volta, mette in luce un aspetto che mi viene da dire inedito, e che fa molto riflettere.

    • bloodyivy ha detto:

      grazie è quello che cercavo, che non si cogliesse solo l’aspetto storico ma anche e soprattutto quello (sicuramente più complicato) della natura umana

      • Guido Sperandio ha detto:

        Sì, più complicato! Esatto… è questo che mi ha colpito. È questo che voglio dire quando dico “inedito” l’aspetto del tuo post, proprio al di là dei fatti storici, per quanto mai abbastanza noti e atroci e di monito (che valga!) per il futuro dell’umanità intera.

  4. cristinadellamore ha detto:

    Lo scriveva Primo Levi
    Se ti sta bene è così se non ti sta bene vai a toccare il filo elettrificato

  5. gianni ha detto:

    Bell’articolo.

  6. Sabrina Palmucci ha detto:

    Una terapia universale. Si, potrebbe essere una soluzione. O, meglio, una possibile via d’uscita da un circolo vizioso di disumana umanità che gode nel sopraffare, torturare, umiliare, uccidere e, scopo peggiore, annullare responsabilità e dignità di propri simili. Come dici tu, non perché hanno fatto qualcosa, ma perché sono qualcuno o sono familiari, anche solo acquisiti, di qualcuno. Stasera si parla del grande poeta e profeta tuo correggionale, Pier Paolo Pasolini, e ogni volta, da quarant’anni a questa parte, resto basita davanti alla crudeltà nel fare deliberatamente del male ad una persona solo perché non è aderente al comune senso del ‘normale’ che ci si è costruiti nella testa. E non parlo solo della sua crudele uccisione.
    Interessante il tuo articolo perché, pur avendo letto molto sul tema, non mi rom mai interrogata sul tema dei suicidi pre e post deportazione. E credo sia proprio come scrivi tu. Nei lager non c’era nulla di certo. Si poteva morire oggi n venir liberati domani. Ma si viveva già in una NON vita. In una quasi morte. Pertanto ci si attaccava alla vita più che in ogni altra situazione.

  7. Sabrina Palmucci ha detto:

    Errata corrige: responsabilità=personalità

  8. bloodyivy ha detto:

    grazie del commento sabrina. “disumana umanità” fa pensare. Le persone hanno una gamma quasi infinita o forse davvero infinita di capacità di trasformazione di loro stesse, nel bene e nel male e i campi di concentramento e i gulag ne sono le prove. Ho pensato di approfondire l’argomento suicidio per capirlo meglio. Interessantissimo ma è come immergersi in un lago di dolore che, anche se non è il tuo, lo senti, lo bevi e lo respiri. Chi può provare soddisfazione e appagamento riuscendo a portare uomini alla disperazione?

    • Sabrina Palmucci ha detto:

      Non lo so. Ho il pregio di sapermi immedesimare. Ma non sono mai riuscita ad immedesimarmi in chi gode della sofferenza altrui. Mai.

      • bloodyivy ha detto:

        intendevo negli internati cmq Per gli altri capisco, l’odio, la rabbia, i meccanismi che ti portano a godere nel far soffrire ma non lo provo, no, ci mancherebbe…

  9. STEFAN RIZNIC ha detto:

    Guarda Ivy, è un fatto raccontato dal Ministero della salute inglese (non so se si chiami così in realtà) che nella Battaglia d’Inghilterra (mesi e mesi di bombradamenti sotto le v2) e in generale durante la guerra il numero dei suicidi era sceso a zero. E in generale tra i soldati in battaglia il suicidio scompare (mentre esisteva tra i militari di leva a causa del nonnismo).
    Quando l’uomo arriva faccia a faccia con la morte e con le condizioni estreme sembra ribellarsi e dire al destino che sembra soverchiarlo: io sono qua, vienimi a prendere se riesci.

    • bloodyivy ha detto:

      non lo sapevo, grazie di aver aggiunto questa informazione. Si cerca il suicidio quando si è disperati e si è convinti che non si sarà più felici, ma la disperazione la trovi dove non avrebbe senso di sentirti così e invece sparisce dove per tutto il contesto, ti aspetteresti di trovarne tanta. E’ il faccia a faccia estremo che ti fa uscire tutta la forza e il coraggio praticamente, sì.

    • 4t4m4t4 ha detto:

      ottimo appunto

  10. antigonewoland ha detto:

    per me in sto periodo storico è molto peggio. e concordo sul messaggio di questo post…. ci si abitua….

    • bloodyivy ha detto:

      sto cercando di capire il passato perché quel che succede e potrebbe succedere da qui a poco non lo riesco a decifrare. Citando Brecht “Davvero, vivo in tempi bui!”
      grazie del commento

      • antigonewoland ha detto:

        sono vittima di una situazione personale non molto diversa dai gulag o dai campi di concentramento nazisti… ho tentato molte volte il suicidio in passato salvo poi decidere perentoriamente che la mia strada era la vita (proprio per non dare soddisfazione al mio aguzzino) e nell’ultimo anno che non ho nulla da dimostrare, men che meno al mio antico aguzzino, i pensieri suicidi sono stati forti e preoccupanti….
        Capire il passato è utile e magari lo facessero coloro che ci stanno portando verso i medesimi errori….io penso al presente e penso a quello che posso fare….e credimi non c’è nulla di comprensibile nella crudeltà e nell’odio gratuiti a meno che tu non faccia propri i tuoi demoni, il tuo lato oscuro…

        • bloodyivy ha detto:

          fai bene a non farti problemi a raccontare della tua storia. Che si sappia quanti aguzzini nascosti dentro facciate finte ci sono. e sottolineare che non hai niente da dimostrare.
          le violenze psichiche e morali sono davvero le più basse.. di chi gode nel vederti umiliata e sofferente.
          il momento critico lo hai superato, sei viva e lo chiami con il nome che merita… aguzzino
          il resto se ne va via piano piano… ma per cose che se ne vanno ci sono altre che arrivano. Così come, chi è stato nel gulag lo riconosci per la sensibilità e lo spessore, e dagli “anticorpi” che si è dovuto fare, così chi è passato per altri tipi di lager e ne è uscito.

  11. candidanoise ha detto:

    è incredibile come ci si aggrappi disperatamente alla vita quando si è circondati dalla morte…ma credo che, come alcuni hanno ipotizzato, il suicidio equivalesse alla resa nei confronti degli aguzzini e in molti abbiano scelto di non dar loro questa soddisfazione,
    Onore a questa gente che ha resistito, qualcuno è stato abbastanza fortunato da uscire ma credo che, a quel punto, la vita non possa più tornare la stessa.
    I miei complimenti per l’articolo, un interessante spunto di riflessione sull’argomento che, purtroppo e per fortuna, non smetterà mai di essere attuale.

    • bloodyivy ha detto:

      grazie. ho sofferto perfino nello scrivere questo post, e poi anche dopo perché io potevo accantonare il pensiero e tornare alla mia vita mentre chi ci è passato veramente ha dovuto resistere, giorno dopo giorno, momento dopo momento.
      E purtroppo sì, è ancora attuale… anche se non in quella forma o contro quel popolo 🙁

  12. altrove* ha detto:

    Articolo di valore che apre a profonde riflessioni!

    Aroon Antonovsky, per esempio, ha condotto degli studi sui sopravvissuti all’Olocausto, per indagare il rapporto fra eventi altamente stressanti e benessere psicologico. Dalle interviste condotte individuò il concetto di “autocoerenza” che secondo lui comprende tre componenti della personalità:
    – capacità di poter esercitare un controllo (anche solo parziale o nella fantasia);
    – comprensibilità;
    – significato.
    Molti dei sopravvissuti all’Olocausto, difatto, nonostante abbiano resistito alle peggiori crudeltà, solo in seguito si sono tolti la vita, proprio perché hanno smarrito il “significato”.

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