Formaggio, Pere e Classi Sociali

Al contadino non far sapere quanto è buono il formaggio con le pere” è un proverbio che, invece di infondere saggezza, sembra cozzare contro il diritto alla verità del contadino.
I proverbi, costruiti sull’esperienza, nascono da riflessioni sul senso della vita e dovrebbero dare a tutti buoni consigli sul comportamento da tenere in varie situazioni ma qui si suggerisce persino l’inganno. I contadini non devono sapere cosa è buono mangiare e cosa no, insomma, glielo va tenuto segreto. Perché?
Qualche anno fa mi divertivo ad indagare sull’origine dei proverbi, sul perché discorsi e frittate non vanno rigirati,  da dove ha preso Aristotele, il celeberrimo e inossidabile “una rondine non fa primavera“,  già così famoso ai suoi tempi che lo prende da esempio nell’Etica nicomachea e, cercando misteri da risolvere mi ero imbattuta in un libro dove con occhio storico -antropologico si spiegava il perché fosse decisamente inappropriato per le élite far sapere al popolo quanto ‘è buono il formaggio con le pere’.
Il formaggio, assieme al pane, le uova e i cavoli, era associato al mondo dei pastori, dei contadini e alla gastronomia povera. Costituiva il piatto forte adatto per saziarsi, il cibo dei rozzi, incapaci di fabbricarsi cibi raffinati.
Così, mentre i contadini dipendenti ricevevano una merenda di pane e formaggio, il messo quando andava a sovrintendere ai lavori di vendemmia per conto della proprietà riceveva pane e carne.
Il formaggio era la carne dei contadini.
Nel Medioevo il formaggio, assieme al pesce e alle uova, faceva altresì parte della dieta delle comunità monastiche, tutt’altro che povere, ma a scopo di penitenza ed umiltà. Si rinunciava alla carne ritenuta cibo gustoso e prestigioso.

Le pere invece, erano frutti delicati, facilmente deteriorabili e insufficienti a togliere la fame di un affamato; quindi frutti simbolo di eleganza, di piaceri non necessari, frutti di di lusso.

Non che i contadini non mangiassero qualche pera ma nutrirsi con pane, formaggio e pere restava comunque segno di povertà perché non ci si poteva accontentare del solo companatico per togliersi la fame.
Non che le élite non usassero a tavola i formaggi ma serviti in altri modi e contesti, in modo che risultassero uno sfizio (“Ambrogio, la mia non è proprio fame è più voglia di qualcosa di buono” 😉 ) piuttosto che una pietanza, trasformandoli così in  marcatori status quo di nobiltà.
Nel medioevo i ceti alti, i signori, iniziavano il pasto con cibi aperitivi che disponevano lo stomaco ad accogliere gli alimenti e lo terminavano con cibi di virtù sigillatoria (quanto mi piace questo termine usato nel libro!),  capaci di chiudere lo stomaco per favorire il processo digestivo.
Il formaggio, in particolare quello stagionato, a fine del pasto sigillava la bocca dello stomaco e toglieva la nausea provocata dai cibi grassi. Anche alcuni frutti, specialmente le pere, meglio se cotte, venivano collocate a fine pasto perché pesanti e in grado di far scendere il cibo in fondo allo stomaco.
Così, formaggi, in piccoli tocchetti e pere cotte come ultime portate venivano servite contemporaneamente a tavola e nacque il connubio.
Il formaggio, durante le altre portate, sulle mense eleganti, doveva comparire solo come un mero abbellimento, un ingrediente di salse e farciture sofisticate e mai come un prodotto a sé, come usavano i villani, per togliere la fame.
 E’ l’alta società che non crede e non vuole che gli uomini siano tutti uguali. Quelli che stanno peggio, per nascita, per percorsi di vita, non devono osare ad avere gli stessi gusti dei nobili. E’ l’ideologia della differenza, l’alterità qualitativa del contadino e del nobile.
 La società medievale e di Ancien régime è totalmente impregnata di un’ideologia della differenza che attraversa ogni aspetto della vita quotidiana a cominciare dal regime alimentare e dalle scelte dietetiche.
La dieta è stata sempre associata ai ruoli e alle caratteristiche sociali e soprattutto all’appartenenza sociale (la dieta delle ballerine, degli atleti, dieta dei filosofi, dei monaci, dei re).
Il cibo sostiene e nutre l’identità di chi lo consuma, anzi, produce quella identità. E i ceti dominanti, alla continua ricerca di segni che sottolineassero le differenze di classe anche con le pratiche alimentari e i gusti, si presero per sé il formaggio con le pere. Ai nobili piaceva il formaggio tanto quanto ai contadini ma gustato per golosità, a fine pasto, con le pere e non potevano rischiare che contadini dallo stomaco robusto incominciassero ad avere gli stessi gusti dei gentiluomini.
I contadini, per l’élite, sono rozzi e poveri, irrimediabilmente prigionieri del proprio ambiente. C’è una stretta relazione dell’organismo con il proprio ambiente che crea le inclinazioni.
Confondere il cibo di un contadino con quello di un gentiluomo sarebbe stato pericoloso sia per la salute degli individui sia per l’ordine sociale. E i medici, al comando di lor signori, non potevano far altro che assecondarne la mentalità.
Giacomo Albini, medico trecentesco al servizio dei principi di Savoia sentenziava “cibarsi di alimenti non destinati al proprio rango inevitabilmente porterà dolori e malattie“, e altri “è cosa stomachevole il veder mungere animali così sozzi come vacche, pecore, capre, bufale, et cavalle, che giorno e notte nella lor feccia si aggirano, da persone poi, le cui mani sono più lorde della sporcizia stessa. Et troverassi persona ben creata, et di gentil natura, che pensando a tanta immondizia prenda diletto nel mangiar formaggio?“.
Formaggio come cibo inadeguato per stomaci nobili, andava lasciato a zappatori e proletari.
Però era indubbio che il formaggio fosse apprezzato, anche se a fine pasto, dalla élite, quindi i medici aggiustavano il tiro dichiarando che “solo il formaggio mangiato a piccole dosi non fa male alla salute“.
In Italia, per esempio, i maccheroni ben informaggiati erano apprezzati tanto dai contadini quanto dalla classe dominante, ma per fare un distinguo, questi ultimi ci aggiungevano spezie costose come marcatori dell’identità signorile.
L’ideologia della differenza dove il valore di ciascuno è determinato dalla posizione occupata,  rifiutava la contaminazione fra i due mondi.
Se pensiamo al sistema alimentare come a una forma di linguaggio, di comunicazione usata per segnalare la differenza, ecco che il formaggio serve da nutrimento ai contadini ma solo ad ornare le mense eleganti.
L’accoppiata formaggio e pere cotte a fine pasto è simbolo delle classi alte.
Ma, al contadino potrebbe piacere, il formaggio con le pere? Detto altrimenti: il gusto è un’attitudine naturale o culturale, istintiva o acquisita?
Nel medioevo si pensava che fosse una capacità naturale che consente di conoscere direttamente l’essenza delle cose, espressa, emanata dal loro sapore. Il sapore era ritenuto lo strumento primario per riconoscere con la qualità dei cibi, la loro funzionalità rispetto ai bisogni di chi li assumeva, manifestata dalla maggiore o minore piacevolezza al gusto.
Detta altrimenti, il contadino avrebbe potuto trovare buono il cibo del signore, ma senza capirne il perché, senza apprezzarlo come dovuto (come quando, senza comprendere nulla di vino, a parte il riuscire a distinguerlo dall’aceto, si trova un vino pregiatissimo semplicemente “buono”) e quindi restandone indegno. Per questo è importante “non far sapere quando è buono il formaggio con le pere“.  Non il gusto, ma il buon gusto rende diverse le persone e un simile apprezzamento di un sapore doveva restare riservato alla  élite. E poi, raffinando i gusti dei contadini, si rischiava di mettere in crisi il sistema della differenza sociale.
A dirla tutta poi, la vita del contadino era costruita ad uso e consumo della classe dominante. Se i contadini avessero conosciuto ed apprezzato la bontà del formaggio e delle pere, dato che c’erano molti più contadini che nobili, avrebbero causato carestia mangiandosi tutto loro e facendone mancare ai signori. Il contadino ignorante, affamato e ladro per definizione avrebbe sottratto la frutta al padrone e alla fine si sarebbe rovinato impegnandosi podere e vestiti pur di continuare a gustarsi simili prelibatezze, correndo dietro ai piaceri della gola, e trascurando i suoi doveri di bravo agricoltore a danno  suo e ovviamente del suo padrone che avrebbe visto diminuire i profitti.
Questo proverbio rispecchia il volere dei nobili signori di frenare ogni tentativo di emancipazione e di innalzamento sociale e la loro paura che dei contadini, una volta arricchiti e introdotti in altri ambienti, potessero presumere di possedere le loro eccellenze e imitarli negli usi e costumi e magari condividerne i valori e gli interessi.
I contadini vivono bene solo da contadini nel loro ambiente, poiché hanno la mentalità e la natura del contadino o come diceva un altro proverbio in voga “chi è uso alle rape non vada ai pasticci“.
I nobili giudicavano incondizionatamente quello che era meglio essere, fare o avere per i contadini.
Qui ho ridotto all’osso tutta la storia del formaggio e delle pere, magistralmente raccontata nel libro di un abile storico (Massimo Montanari Il formaggio con le pere, La storia in un proverbio, Edizioni Laterza, 2008), più la mia Weltanschauung che credo trapeli ad ogni frase.
grazie della lettura Bloody Ivy

 

14 Commenti

  1. veramente interessante è questo excursus del proverbio. Un detto, che apparentemente appare incomprensibile ai nostri occhi, acquista un senso se visto con altra ottica. Quella delle classi sociali.

  2. Apprezzo molto. Ti ringrazio. Avevo scritto un commento prima ma non so se è arrivato ( forse ho sbagliato a digitare la mail).
    La sceneggiatura non è molto cambiata. Sono cambiati i personaggi che la compongono.

    • c’è sempre un gruppo un clan chiuso che si autocompiace di essere più importante, in gamba e socialmente migliore degli altri a cui si danno tutti gli stereotipi negativi possibili e immaginabili. Non se ne viene fuori 🙁
      è che controllo i commenti, le notifiche, i messaggi a volte anche dopo giorni… lo so, in piena era telematica è quasi inaudito

  3. e io che credevo che questo proverbio fosse un semplice scherzetto o non-sense basato sulla rima! davvero impressionante quanto possa celarsi dietro poche parole!
    grazie per un post davvero interessante per lo sguardo acuto e trasversale che getta sulla realtà, sociale e storica

    • grazie a te per l’apprezzamento. già chi l’avrebbe mai detto che fosse qualcosa di così serio… e chissà quanti altri misteri e storie celano altri proverbi

  4. Bello! Quando ero piccola imparavo i proverbi a memoria per via delle rime (senza chiedermi il significato però, perché ero troppo piccola), e tutt’ora li trovo interessanti perché danno uno scorcio della mentalità di chi li ha inventati (seppur antiquata, eppure a volte ancora attuale). Comunque, per quanto riguarda il formaggio a fine pasto, ancor oggi si dice “la bocca no la xè straca se no la sa de vacca”.

Grazie del commento, torna a trovarmi presto :)