Filosofie sul Copyright nel Web

Philippe Queau
Philippe Queau
Philippe Queau
Philippe Queau

“Penso che sia impossibile filosoficamente, ma è possibile tecnologicamente creare piccoli spazi riservati, in cui si potrà custodire con precauzione il diritto di proprietà, in cui ci si potrà chiudere nel proprio copyrightMa c’è un altro concetto che mi sembra più interessante, quello di copyleft. Alle zone privilegiate, private, dei “copyright” bisognerà opporre delle zone generose, di distribuzione dell’informazione, che serviranno la distribuzione gratuita delle idee, indirizzata soprattutto verso le scuole, verso l’educazione in senso lato, verso i paesi in via di sviluppo, mediante le azioni necessarie a ridurre le distanze tra gli “have” e gli “have not”, tra chi ha e chi non ha, fra gli info-ricchi e gli info-poveri.

Queste azioni potrebbero appoggiarsi su un aspetto del diritto d’autore e del diritto morale di proprietà, concetto molto interessante della giurisprudenza anglosassone, che è il diritto di “fair use”: un diritto che non è dell’autore ma, ma del lettore, non del proprietario dell’opera, ma dell’utente, perché bisogna pensare anche al bene comune e il bene comune esige che si protegga non soltanto il diritto degli  autori, ma anche quello degli utenti”.

Philippe Queau, “Copyright e copyleft” (Parigi – European IT Forum)

Ci sono tutta una serie di interrogativi, per quanto riguarda la trasmissione in forma telematica di opere letterarie, artistiche, musicali ed altro. E’ il carattere globale di questa nuova forma di comunicazione che lascia sbigottiti. Il rischio è di affondare nel paradosso; ovvero in Internet, sebbene la legislazione (italiana sì, europea anche ma non proprio in tutti gli Stati) riconosca all’autori di diritti necessari per controllare l’utilizzo delle opere su Internet, manca poi la capacità, non solo tecnologica per controllare e far valere questi diritti.

Oggi il diritto d’autore è divenuto un fattore della produzione. Fino a qualche anno fa le spese per il supporto materiale, la stampa, la registrazione, la spedizione, la distribuzione avevano un’incidenza di gran lunga maggiore di quella dei meri diritti d’autore. Nell’era del digitale, invece, i costi materiali si sono drasticamente ridotti e la corresponsione dei diritti d’autore diventa una voce di costo più visibile, perché più pesante e quindi anche più antipatica. La difesa del diritto d’autore, in questa prospettiva, non deve cercare di resistere irrigidendosi ma cercare di rinnovarsi.

Definire che cosa sia un diritto d’autore, quando , come e soprattutto dove lo si paghi significa anche considerarlo attraverso punti di vista di diversa natura come quelli economici, di investimenti industriali, quelli sociali e culturali di un’utenza planetaria. La paura che il Grande Ragno si pappi i diritti d’autore nella Grande Ragnatela Web è palpabile, e a questo proposito vi sono più prese di posizione: quella filosofica, quella tecnologica, quella politica e quella legale. L’intento di tutte è ripensare all’idea del copyright e modificarla.

La posizione filosofica, è tipica di coloro che lavoravano per la rete ai suoi albori, ma anche di coloro che sono stati educati con quello spirito. Spirito hacker tanto per chiarire. Le idee hanno origine accademica, dove appunto si sognava una condivisione del sapere scientifico senza limiti e confini, tutto messo a disposizione dell’intera umanità. Il cuore di questa ideologia batte ancora nel movimento detto Open Source Software. Negli ambienti scientifici, il concetto di software libero è tenuto in alta considerazione per la fecondità di idee ed invenzioni e l’enorme crescita del sapere che potrebbe arrecare.

Lo scambio di idee alla base del concetto di libertà di pensiero e di espressione. Il concetto di software libero fu formalizzato nei primi anni Ottanta da Richard M. Stallman (QUI I LIBRI DI RICHARD STALLMAN SUL SOFTWARE LIBERO), che nel 1984 diede vita al progetto GNU, con lo scopo di tradurre in pratica il concetto di software libero e creò la Free Software Foundation per dare supporto logistico, legale ed economico al progetto GNU. Le libertà fondamentali sui software che il progetto GNU proclama sono quattro. Prima: la libertà di eseguire il programma per qualunque scopo, senza vincoli sul suo utilizzo. Seconda: la libertà di studiare il funzionamento del programma e di adattarlo alle proprie esigenze. Terza: la libertà di ridistribuire copie del programma; e quarta, la libertà di migliorare il programma e di distribuirne i miglioramenti.

Vi sono alcuni miti da sfatare a proposito. Il primo fra tutti è la credenza che il software libero sia sempre e totalmente gratuito, mentre in realtà i programmatori vivono della vendita e della manutenzione dei loro programmi. Nemmeno è vero che sia totalmente privo di copyright. Certo, si può rinunciare in maniera totale ai propri diritti in modo da rendere il software di pubblico dominio, ma sarebbe una rinuncia in stile francescano e non una regola del movimento di software libero che distribuisce i programmi con licenze, anche se per qualificare queste ultime non si parla di copyright, diritto d’autore ma di copyleft, permesso d’autore.

Il software libero, è già stato detto, è apprezzato in ambito accademico e i sistemi più usati sono appunto GNU e Linux. Liberi e disponibili a costi molto bassi. Gli inciampi di questa filosofia sono numerosi ma qui ne sottolineo solo due. Grazie al copyleft, chi modifichi e migliori un programma può distribuirlo con le modifiche apportate. Però concedendo le medesime libertà sulle ultime loro migliorie, con la stessa licenza del programma originale. Chiunque potrebbe così, una volta modificato il programma, appropriarsene e distribuirlo in forma chiusa con copyright. Inoltre, spesso l’artista è attirato al lavoro più che per ragioni umanitaristiche per l’alta remunerazione. E con il copyright il guadagno è più alto e sicuro.

La posizione tecnologica, invece, è basata sulla convinzione che nessuna protezione tecnologica a protezione del copyright è sicura. Qualsiasi criptazione, qualunque algoritmo prima o poi verrà svelato. Inoltre le tecnologie rendono sempre più facile e meno costoso riprodurre illegalmente un’opera dell’ingegno. Di conseguenza la legge sul copyright pare inapplicabile, a meno di non incriminare milioni di persone per pratiche illegali verso il diritto d’autore. Le copie poi sono della stessa qualità degli originali perché i bit riprodotti non si deteriorano e la distribuzione telematica fa circolare in fretta la merce illegale. La repressione dell’illecito in rete, insomma, appare inapplicabile. Si dibatte sulla possibilità di micropagamenti nel momento in cui si accede al documento on line protetto da copyright, ma il discorso non si è ancora concretizzato.

Si prende in considerazione anche qualche tipo di protezione tecnologica che riguardi i supporti materiali. Lettori DVD che non consentano di leggere dischi contraffatti, per esempio; e tante altre sicurezze tecnologiche agganciate a qualche forma di hardware. La posizione tecnologica, ovviamente è seguita con particolare attenzione, poiché attorno ad essa ruotano interessi commerciali di non poco conto. La posizione tecnologica che parte dall’impossibilità di proteggere seriamente il contenuto delle opere d’ingegno in realtà inciampa proprio sulle capacità di cui volendo sarebbe capace l’odierna tecnologia di utilizzare sicurezze sofisticate negli hardware, difficili da “far saltare” con gli strumenti che si aspetta siano a disposizione del consumatore normale. Qui però nasce un altro dubbio. Un soggetto potrà essere perseguito per il solo fatto di aver usato un dispositivo atto a scavalcare la protezione, per aver manomesso fra le sue mura di casa un qualche apparecchio regolarmente acquistato, indipendentemente dal tipo di utilizzazione che poi potrà fare dell’opera “craccata”, e quindi, anche nel caso in cui, per ipotesi la sua utilizzazione fosse totalmente legale.

La posizione politica è ispirata dall’idea che se a tutti i cittadini si potessero permettere forme di accesso gratuito alle opere, sarebbe poi dovere dello Stato remunerare gli sforzi intellettuali degli autori. Il mancato reddito per i detentori dei diritti poteva essere considerato incluso nel costo dell’autorizzazione data dallo Stato allo sfruttamento monopolistico della proprietà intellettuale dell’opera.

Questa è la visione tipica del fair use della legislazione statunitense, che permette l’uso di un’opera senza remunerazione ai detentori di diritto quando sono soddisfatte alcune condizioni (primariamente quando l’uso è per scopi educativi o senza fine di lucro). Molto delicati sono i bilanciamenti di interessi contrapposti per cui gli incentivi concessi agli autori hanno come contropartita la previsione di un limitato diritto di libera riproduzione delle opere a favore di utenti privati.

Ci si chiede come verrà garantito il fair use se la legge permetterà protezioni tecnologiche sui supporti hardware. Difatti la posizione politica viene appoggiata anche da i sostenitori della posizione tecnologica quando sono a corto di argomenti. Le protezioni tecnologiche potrebbero essere dichiarate illecite quando hanno lo scopo di precludere all’accesso dell’opera, mentre sarebbero considerate lecite quando servirebbero ad impedire la riproduzione dell’opera tutelata. Sarebbe questo un modo perché le misure tecnologiche di protezione non finiscano poi per ridurre l’accesso degli utenti Internet all’opera.

Questa idea di fair use, tradotta con “utilizzazione libera” è, soprattutto negli Stati Uniti presa in considerazione e studiata per come potrebbe essere in futuro applicata su Internet. In fondo sarebbe l’equivalente della consultazione gratuita di un libro nelle biblioteche e darebbe agli utenti diritti più ampi piuttosto che ai produttori.

Think-Copyleft

In realtà impostare un dialogo equilibrato ed aperto attorno alla dottrina del fair use è ben difficile. Sulla scia del Digital Millennium Copyright Act, in Europa, la direttiva 2001/29/CE, “sull’armonizzazione di taluni aspetti del diritto d’autore e dei diritti connessi nella società dell’informazione”, ha dichiarato illegali tutti i possibili dispositivi per la decriptazione, e quelli atti a scavalcare le sicurezze tecnologiche utilizzate per impedire l’accesso e la copia non autorizzata di opere protette distribuite in rete. Nella direttiva europea non si fa distinzione tra misure di controllo dell’accesso e misure di controllo della riproduzione. Eppure, questo quando le copie private sono ammesse, a volte “a condizione che i titolari dei diritti ricevano un equo compenso (royalties) che tenga conto dell’applicazione o meno delle misure tecnologiche di protezione”.E’ prevedibile il dibattito sulle questioni del fair use, sarà ancora lungo e di non facile soluzione. Il nocciolo del problema è il punto d’incontro in cui sia bilanciato il dovere degli autori di dare accesso alle opere come parte del costo dell’autorizzazione che lo Stato dà loro di sfruttare monopolisticamente le loro opere e, il dovere da parte dei cittadini-utenti che accedono alle opere di rispettare in modo sostanziale i beni degli aventi diritto. Pensando all’impossibilità di usufruire di lecite copie private, la posizione politica parla di attacco alle libertà individuali, che starebbero proprio nei dispositivi di sicurezza atti ad impedire ogni equo comportamento di fair use.

La posizione legale è quella che prendono alcuni detentori dei diritti d’autore. Essi rispondono intentando cause e trascinando in processi quelli che credono possano cospirare alle loro proprietà. Per chiunque sorprendano, ciò che chiedono è la condanna a “morte ignominiosa”, cioè per fucilazione alle spalle, riservata ai farabutti di prim’ordine, i pirati. Tale atteggiamento dogmaticamente intransigente non può che portare all’indisponibilità al dialogo e ad una guerra acerrima alle frange estreme dei sostenitori a oltranza della dottrina del fair use. L’impressione che se ne ricava è che alcuni autori e le loro associazioni preferiscano sempre lo scontro legale in tribunale piuttosto che cercare un punto d’incontro e discussione. In modo che si possano trattare apertamente e cercando di risolverli, i problemi creati dal progresso inarrestabile della tecnologia studiando un’evoluzione naturale della legislazione in proposito.

Con questa posizione simpatizzano i colossi editoriali, dell’industria dello spettacolo, un enorme numero di autori, affiancati dalla maggior parte delle aziende tecnologiche. Secondo questo loro punto di vista, il diritto di autore è funzionalmente indipendente dalla tecnologia di riproduzione e diffusione dei contenuti, e la sua legittimità resta valida, anche nel cyberspazio. Si ipotizzano sistemi basati sulle tecniche di cifratura asimmetrica o a doppia chiave (dove le chiavi, password, sono rappresentate da numeri binari: una chiave pubblica ed una privata), come quelli dei pagamenti on line. Cioè si vorrebbe fornire ogni utente di una chiave privata con cui può crittografare il file e quindi guardare l’opera protetta. Poi bisognerebbe evitare che il contenuto digitale, una volta inviato, possa essere dall’utente duplicato gratuitamente o letto su più postazioni. E qui sta l’inciampo, perché se si compera un libro cartaceo nessuno ora ci proibisce di leggerlo dove vogliamo o di prestarlo ad un amico. Mentre con un file protetto, queste sarebbero cose vietate.

QUI su IBS i libri di RICHARD STALLMAN sul software libero   

. un po’ di storia sul Copyright

Open Source e Pubblica amministrazione 

Software, diritti d’autore 

 Digital Millennium Copyright Act  

. La SIAE 

 La nuova dura legge sul Diritto d’Autore 

mio vecchio pezzo,  ancora presente su Hacker Kulture dvara.net
ivy