Fedra, il Collezionista e Piero Marussig

fbi (1)

Un giorno venne la bora e durò a lungo. Quando finì i rami secchi degli alberi erano come sempre fioriti di nylon, sacchetti e spazzatura. Solo Magritte avrebbe potuto dipingere un quadro così, ma non era nato a Trieste.

Magritte, in questo libro dove il linguaggio arriva ad ondate surrealistico metafisiche, ci si sarebbe trovato bene. E Trieste, “la sua città tedesca e italiana, slava e occidentale“, con i suoi tanti edifici neoclassici che la rendono “squisita come una torta Sacher“, interpreta, fra le pagine, incantevoli camei. I molti tratti autobiografici, con un affollarsi di richiami mnemonici ed esperienze vissute ne fanno un racconto dove l’autore strizza dentro molto di sé.

L’incipit: “Un giorno si accorse che per tutta la vita aveva comperato lo stesso quadro e fu come una liberazione da una lunga prigionia in un hotel a cinque stelle, dove la sua mente era stata reclusa fra forma e spazio, colore e disegno, luce e ombra. Fu come aprire gli occhi per la prima volta. Ora il collezionista vedeva la sintesi della sua collezione, comprendeva che alle pareti c’era un’unica grande tela, quella alla quale avevano collaborato Piero Marussig, Giuseppe Capogrossi, Zoran Music e tanti altri. Quante ne avevano passate insieme. Quanto si erano amati, odiati, rincorsi, abbandonati, traditi umiliati, con quel direttore d’orchestra che d’autorità li spostava in modo maniacale. Nessuno aveva la certezza di rimanere appeso dov’era, ma il cambio non significa una promozione o una retrocessione. Era solo funzionale a un progetto che l’architetto di quel piccolo universo mutava, troppo spesso alla ricerca di una perfezione che non esisteva nemmeno nella sua testa.”

Apre gli occhi sulla sua collezione di quadri. Guardare è anche ordinare, come ordinare è organizzare. L’ordine è la ragione che guarda, organizzandosi. Cerca di organizzare le sue tele, il collezionista, mentre esiste già un ordine soffuso, un’essenza comune nei suoi quadri, nel suo carattere, con la sua cultura, le sue amicizie, che forgia la sua persona. Nella collezione sono impressi i legami dell’arte con l’invisibile, una realtà simbolica pronta a rimandarlo verso complessi orizzonti spirituali che alludono ad altri piani interiori dell’essere.

L’arte: un ineliminabile punto di partenza per indagare oltrepassando la soglia dei contorni effimeri del materiale. Glielo ricorda la sua Fedra, dipinta dall’amatissimo (forse anche per un possibile legame di sangue) pittore triestino Piero Marussig: … tu sei un uomo fortunato: non ti basta solo vedere il mare.

Non si vede solo con l’organo della vista. Gli occhi, non sempre consapevoli, non sempre corretti, rimandano al cervello immagini che sono sollecitazioni del cuore. Si vede, infatti, attraverso la lente della propria sensibilità sempre insospettabile agli occhi altrui; perché i cuori, racchiudono universi davvero misteriosi.

Dal terrazzo di casa il collezionista può ammirare il mare, ma spesso gli volta le spalle preferendo interagire, in mezzo ai paesaggi ugualmente stupendi della sua collezione, “con i personaggi dei disegni o con le colline dei paesaggi che il pensiero, l’intelligenza e la genialità altrui avevano creato in un’astrazione soggettiva, dando vita a un mondo in cui non contavano le regole comunemente acquisite, ma altri criteri: sogni, ansie, aneliti in cui tutto e il suo contrario aveva lo stesso valore.

Era un individualista caotico e disordinato. Faceva fatica a cogliere l’essenza delle cose perché vedeva solamente quello che gli stava a cuore in quel momento. Si riconosceva in un anarchico che alla giustizia delle bombe aveva preferito quella dello scoppio dei colori, pur sapendo che le tinte non esistono se l’occhio non le guarda, se la retina non trasmette l’impressione a una zona della corteccia visiva che la riceve e la decodifica. Il mondo sussisteva quando il cervello del collezionista aveva il coraggio di esplorarlo.”

Dei tanti modi possibili con cui si può avere coscienza del mondo, il collezionista sceglie quelli nascosti alle regole comuni del vedere. Vede da anarchico, con i suoi criteri. Vede con la fortissima pregnanza emotiva di sogni, visioni, ricordi; che stravolgono leggi e regole diurne, contrastando con l’inconscio la vita tranquilla di tutti i giorni.

Cose che a mente lucida si respingono senza pensarci un attimo, leggendole nel libro non sembrano più così facili da rifiutare, impregnate di un loro forte senso di naturalezza.

D’altronde, sogni, visioni, ricordi, obbligano a prender atto dell’esistenza di immagini che sfuggono al controllo degli occhi. E si provano emozioni anche mentre si ricorda, e si apprende da sogni e visioni che possiedono una loro funzione conoscitiva.

La carne può avere un significato pneumatico, una spuma emozionale che si estende, magari in dimore oniriche, ma non alternative al reale di tutti i giorni, integrando e completando.

Innegabile il legame fra vita e sogno, ed i confini fra sensibile e intelligibile sfumano vaghi.

Cerano tanti bambini. Vincent gli tese la mano. E quando lui fece per prenderla si accorse di alzare il braccio verso l’alto.

-Sei tu che sei piccolo- sorrise Vincent. (…)

-Tornate qui per imparare. Vi è data ancora una possibilità, per questo ricordate tutto. Chi è adulto vuol dire che non aveva bisogno di ricominciare-.

Elementare. Si svegliò. Era mattina.”

Ammirevole la capacità dell’autore nel districare la sua scrittura da quell’impasto di sogni, visioni, considerazioni, ricordi, di cui si sostanziano gli atti della vita del collezionista; che poi non sono che un’elaborazione del lui stesso emerso alla coscienza. È un libro in cui le intuizioni estetiche diventano una sorta di nocciolo duro nella trama e la sensibilità del collezionista fa da chiave delle relazioni fra l’interiore e l’esteriore, difficili da separare; con l’anima aspira del fuori, per poi espirarlo, elaborato da dentro. Non un banale racconto sull’arte, intercalato da osservazioni insolite più o meno a casaccio. Descrizioni, invece, con uno stupefacente senso del diverso, dove tutto è trasfigurato per stimolare reazioni artistiche. Un prolungamento del mondo interiore del collezionista che proietta immagini di rappresentazioni emotive all’esterno, dotandole del diritto di cittadinanza nel quotidiano.

Dice il collezionista: l’arte è “quell’energia etica di cui ognuno dovrebbe aver bisogno per vivere“.

Gli stessi colori sono pulsazioni d’energia, e le immagini sensibili della pittura alludono ad emozioni vive in forma di genesi, sotto la superficie visibile dell’opera. Non c’è significante nell’arte che non rinvii a significati che, compresi, non si scarichino come baleni ad illuminare il mondo esterno. Estetica ed etica si incontrano, attraverso il visibile estetico l’invisibile etico si lascia intravedere. Nell’arte, dove tutto poggia su una forte dose di simbolismi che presuppongono segrete affinità tra mondo visibile e invisibile, il Bello non resta estetico ma si apre al metafisico e può diventare una motivazione spirituale di ricerca del Bene.

La domanda che rode il collezionista: “Ma che senso ha collezionare quadri?

E così il collezionista prende il coraggio dell’iniziativa morale per realizzare un’arte etica. Un minimo di coraggio preso a quattro mani, lui con il suo amico Giovanni, per organizzare una mostra in una casa di riposo triestina.

Una sera proprio dopo una vendita all’asta Giovanni capì che i suoi trecento pezzi collezionati erano solo una lacrima in un mare di solitudine”

E allora perché non dare?” replicò Giovanni, (…)

Riflettè per giorni sulle parole dell’amico che ebbero la forza barocca di un taglio di Fontana – Chissà cosa avrebbe pensato Piero.

È giunta l’ora del collezionismo solidale”  e inizia, nella condivisione, un cammino di maturazione.

Il valore dei commenti degli anziani sui quadri è più prezioso di qualunque oggetto d’arte. E i loro sinceri apprezzamenti della mostra “rappresentavano l’opera alla quale, inconsciamente, il collezionista aveva aspirato per tutta la vita.”

Nel finale del libro, rivede Van Gogh: “Vincent lo abbracciò. Il collezionista fece altrettanto, ripensando ai Fioretti di San Francesco: “Nulla cosa voleva avere di proprio per tutto possedere”. E stavolta, compiendo il gesto, si accorse che le sue braccia non si erano alzate verso l’alto. Era diventato grande.”

Questo, nel libro, che prende i connotati di un romanzo dal singolare impasto narrativo, con un intreccio affabulatorio che non si dipana scorrendo senza indugi sulla via di una rapida diegèsi. La ricchezza e l’eleganza di parola diversamente non caglierebbero ad una brusca lettura.

La scrittura ha una fragranza narrativa ricca di effetti curiosi, carezzevoli, vividi ed ermetici ad un tempo e la narrazione prende la struttura in filigrana dei sogni.

Le pagine vanno consumate senza avere fretta, vivendole; bisogna avere la scioltezza mentale di lasciarsi risucchiare dalla prospettiva inusuale e sospesa delle pieghe del racconto.

Io ho interpretato il libro di Fabio Cescutti come un anodino della sua coscienza alla richiesta di dare un senso più profondo ad una esistenza estetica da collezionista di quadri, pittore le cui mostre sono state organizzate a Trieste, Klagenfurt, Parigi, Lubiana, giornalista del Piccolo per le pagine culturali, dove scrive sull’arte, membro del Curatorio della Galleria d’arte moderna del Museo Revoltella. Se l’arte è energia etica, sinergia fra bello e buono, colui che partecipa all’energia, facendo condividere il bello, diventa bene egli stesso.

“Quella del collezionista era un’aspirazione a suggellare uno spazio attraversato troppo rapidamente, quel lasso di tempo fra la nascita e la morte, breve come una folata di bora.” La Bellezza salverà il mondo (Dostoevskij).

FABIO CESCUTTI è nato a Trieste nel 1954. Laureato in giurisprudenza, giornalista professionista, lavora al quotidiano Il Piccolo dove nelle pagine culturali scrive sull’arte del XX secolo, della quale è anche collezionista. Da anni dipinge, sue mostre sono state organizzate a Trieste, Klagenfurt, Parigi e Lubiana. Nel 2006 il consiglio comunale di Trieste lo ha eletto nel Curatorio della Galleria d’arte moderna del Museo Revoltella

 

fedralibro

qui il libro:
Fedra, il collezionisa e Piero Marussig – Fabio Cescutti – MGS PRESS

Copertina: FEDRA, olio su tela, Cm 90 x Cm 70, Collezione Privata. Foto di Marino Sterle

 

 

ivy

2 Commenti

  1. recensione davvero apprezzabile, “fragrante” per copiarti un aggettivo – denota una lettura fatta con il cuore ma anche a mente sveglia 🙂

I commenti sono bloccati.