Egon von Petersdorff – Arte dei Colori

Sagrada Familia, Gaudì, interno
Egon von Petersdorff - Demonologia, le forze occulte ieri e oggi, Leonardo, Arnoldo Mondadori Editore
Egon von Petersdorff – Demonologia, le forze occulte ieri e oggi, Leonardo, Arnoldo Mondadori Editore

da: Egon von Petersdorff, Demonologia, Le forze occulte ieri e oggi
Cap 18 Magia dell’arte
(la prima parte del capitolo: Arte dei Suoni —  qui: Arte dei Colori)

Arte dei colori

L’arte dei colori si deve interpretare dal punto di vista demonologico in modo analogo a quella dei suoni: anche in essa l’ispirazione (quando c’è, come pretenderebbero la maggior parte degli artisti) può provenire non solo da uno spirito buono, ma anche da uno cattivo; e anche l’arte dei colori è oggi largamente dominata da ambizioni surrealistiche e dalla tendenza alla pittura astratta e informale. Abbiamo già parlato di entrambi i pericoli. Ma le due arti sono simili o eguali anche nella pittura, per quanto con un certo ritardo e in modo del tutto inatteso e sorprendente, con gli stessi, identici effetti sul corpo e sull’anima. Tanto che si può parlare, in maniera corrispondente, di colori di effetto spirituale, romantico, sensuale e magico. Anche qui ci venne dalla medicina la desiderata conferma: abbiamo infatti notizia da diverse parti di una dieta dei colori o terapia dei colori; per mezzo della luce di determinati colori ci si propone di guarir certe malattie o almeno di esercitare un influsso benefico sugli organi corrispondenti; per esempio sui nervi con la luce azzurra, sulla tensione in senso generale e sulla facoltà sessuale con il rosso porpora, sui polmoni con il color arancione, sull’attività gastrica con il giallo. Che il verde allevi il senso di vertigine che si prova a grandi altezze sembra opinione accettata da note società di navigazione aerea, che hanno adottato questo colore per le pareti, il soffitto, i pavimenti, i tavolini, i cuscini e perfino le lenzuola nelle cabine degli aerei: sulla base di questi fatti o dati, lo psicologo Max Lüscher di Basilea ha scritto nel 1949 una Psicologia dei colori, dopo aver constatato in diversi esperimenti che ogni uomo ha il suo colore preferito, che è facile scoprire con un test sui colori, Ogni uomo sceglie sempre i “suoi” colori, i quali dunque costituiscono uno “specchio del carattere”. In base a esso si può stabilire a quale  dei quattro possibili “atteggiamenti fondamentali” un individuo appartenga: se cioè egli sia “autonomo” o “eteronomo” e, in entrambi i casi, se egli abbia predisposizioni passive o attive; a ciò si deve aggiungere anche un atteggiamento neutrale. Questa quadruplice suddivisione corrisponde evidentemente alle quattro sfere del nostro “fenomeno” (per altro già scoperto in precedenza) con la sua zona neutrale.

Come si deve giudicare l’azione dei colori? I colori singoli (come pure i singoli suoni) non sono determinanti allo scopo. Solo dalla composizione, dalla combinazione dei colori (come dalla combinazione di suoni) è possibile ricavare un sicuro criterio di analisi. Può servire alla nostra bisogna il considerare l’uso dei colori fatto nella liturgia (oro, argento, bianco, rosso, verde, violetto o rosaceo e nero; ma non giallo, azzurro, bruno o grigio), come pure il colore usato dalla pittura nella raffigurazione tradizionale del demonio (rosso bruno, giallo, blu scuro, grigio e nero: mai il bianco o l’azzurro chiaro). Dal fatto che i colori usati nel rappresentare il diavolo non vengano invece usati nella liturgia non si può arguire che esistano “colori diabolici”. Non ci sono colori diabolici, come non ci sono suoni diabolici. Non ci sono colori diabolici, come non ci sono suoni diabolici. Devo ripeterlo, perché su questo punto sono più volte frainteso. Ci sono solo effetti, prodotti dai colori, che sono scaglionabili su un diagramma che va dalla zona spirituale fino a quella magica. E’ solo lo stato di stordimento simile alla trance causato da certi effetti magici quello che può evocare o favorire un influsso diabolico.

Rembrandt, La ronda di notte, 1642, part. In origine l’opera era il ritratto della compagnia del Capitano Frans Banning Cocq, ma in epoca successiva l’ingiallimento delle vernici protettive e l’accumulo della polvere del tempo fecero erroneamente pensare a un’ambientazione notturna, da ciò il conio del titolo con cui oggi è conosciuta: La ronda di notte. Purtroppo nel 1715, fu tagliata sia a destra che a sinistra di un metro e mezzo, per essere adeguata ai locali del municipio di Amsterdam. Nel 1915 un calzolaio provò a sfregiarla, ma i danni furono pochi graffi che furono facilmente eliminati. Nel 1975 uno squilibrato gli inferse 13 coltellate procurando altrettanti squarci verticali. Fu questo lo sfregio più grave e il restauro durò anni. Infine nell’aprile 1990 un giovane folle olandese scagliò sul dipinto una bottiglia di acido solforico. Il pronto intervento della sicurezza in sala impedì all’acido di penetrare in profondità e l’azione corrosiva fu limitata, permettendo poi un perfetto restauro delle parti scolorite. Dopo quest’ultimo attentato, si decise di proteggere il capolavoro di Rembrandt in una teca di vetro a prova di proiettile.
Rembrandt, La ronda di notte, 1642, part.
In origine l’opera era il ritratto della compagnia del Capitano Frans Banning Cocq, ma in epoca successiva l’ingiallimento delle vernici protettive e l’accumulo della polvere del tempo fecero erroneamente pensare a un’ambientazione notturna, da ciò il conio del titolo con cui oggi è conosciuta: La ronda di notte.
Purtroppo nel 1715, fu tagliata sia a destra che a sinistra di un metro e mezzo, per essere adeguata ai locali del municipio di Amsterdam. Nel 1915 un calzolaio provò a sfregiarla, ma i danni furono pochi graffi che furono facilmente eliminati. Nel 1975 uno squilibrato gli inferse 13 coltellate procurando altrettanti squarci verticali. Fu questo lo sfregio più grave e il restauro durò anni. Infine nell’aprile 1990 un giovane folle olandese scagliò sul dipinto una bottiglia di acido solforico. Il pronto intervento della sicurezza in sala impedì all’acido di penetrare in profondità e l’azione corrosiva fu limitata, permettendo poi un perfetto restauro delle parti scolorite.
Dopo quest’ultimo attentato, si decise di proteggere il capolavoro di Rembrandt in una teca di vetro a prova di proiettile.

A me sembra che produca un effetto spirituale la pittura a sfondi dorati del XII e XIV secolo, e anche del XV secolo. L’oro in sé non è un colore, osserva Spengler: poiché “lo splendore metallico, che nella natura non compara quasi mai, è soprannaturale… L’oro lucente toglie dunque alla scena, alla vita, ai corpi la loro realtà ontologica” e li sospende quasi in un’atmosfera rarefatta di misticismo. Ciò accade certamente nelle opere di fra’ Angelico da Fiesole: è inimitabile quel suo color oro, in cui si librano angeli e santi, dall’effetto così spiritualizzante. Al volgere del ‘300 nel ‘500 la pittura a sfondo dorato cessa d’improvviso, soffocata dal naturalismo. Al suo posto subentra la luce color bianco brillante, che però, per spiccare, ha bisogno di uno sfondo a colori scuri con effetti cupi, cosa non necessaria nella pittura a sfondo dorato. Una volta imboccata questa strada è fatale che si giunga, per lenta evoluzione, a un capovolgimento, al punto cioè in cui la luce serve solamente a mettere in evidenza il buio, per renderlo visibile. E’ noto che Rembrandt, “il più famoso chiaroscurista”, che preferisca i toni cupi rosso bruni che presero il suo nome, dipinse il celebre quadro, noto fino a oggi come “La ronda di notte“, non intendendo affatto di rappresentarvi la notte, ma anzi la chiara luce del giorno: tuttavia la preponderante cupezza degli altri colori destinati a fare da sfondo indusse per secoli l’osservatore in quell’errore di valutazione. “Chiaro” e di effetto esaltante o depressivo: l’effetto dipende dalla loro combinazione e da ciò che nella combinazione prevale.
Qui ci interessano soprattutto i colori prevalentemente oscuri, che producono un effetto magico. Essi possono essere causa di “malattia” psichica, talché accanto alla terapia dei colori, si potrebbe collocare una patologia dei colori. Non abbiamo bisogno oggi di cercare a lungo per trovare colori patogeni. Se ne trovano dappertutto, per strada, nella moda degli abiti, nella pubblicità luminosa e infine in tutte le mostre d’arte in cui si espone pittura contemporanea, e soprattutto alla Biennale di Venezia, che dal 1895 ogni due anni espone le opere d’arte moderna d’un numero sempre crescente di nazioni, a ciascuna delle quali è per lo più riservato un padiglione. Sa alcuni anni a questa parte, tolte ben poche eccezioni, si vede solo pittura astratta e surrealista, che, con un’uniformità (per non dire coordinamento) spaventosamente regolare, usa gli identici colori magici, come rosso fuoro, rosso bruno, giallo abbagliante, verde veleno, blu scuro, nero e grigiastro, e perciò esercita sull’osservatore il corrispondente influsso magico paralizzante. Ma si può prendere sul serio un’arte del genere? Naturalmente una parte non trascurabile di questi pittori è da ascrivere nella categoria dei ciarlatani snobisti e degli imitatori e non tutti sono artisti della tempra di Picasso. Ma bisogna credere ai pittori astratti degni d’una seria attenzione, quando dicono che le immagini informali, da loro rese con colori materiali, corrispondono alle loro surrealistiche visioni della realtà pretersensibile? Ciò non è dimostrabile, tanto più che anche le pittura più astratte rimangono sempre in fin dei conti “traduzioni” di tali visioni in immagini percepibili dai sensi e come si prestano facilmente, anzi sicuramente, a confusioni e deformazioni . Per cui si può senz’altro ammettere che la pittura astratta non è che un esperimento non ancora giunto a valide conclusioni . Vi arriverà? Ai posteri l’ardua sentenza! Per ora noi dobbiamo preoccuparci degli effetti magici dei colori surrealisti, che noi consideriamo pericolosi per la psiche. Questo pericolo è indubbiamente una delle ragioni per cui papa Giovanni XXIII quand’era patriarca di Venezia, permetteva ai sacerdoti di visitare la Biennale solo con un suo speciale permesso.
Nella Biennale di Venezia noi occidentali abbiamo sotto gli occhi la penosa testimonianza del fatto che la pittyra astratta è oggi un fenomeno occidentale, Infatti benché il russo Vasilij Kandinskij da Mosca sia stato il fondatore del Baue Reiter di Monaco (1912) e uno dei primi propugnatori, anzi il “progenitore” della pittura astratta”, tuttavia nella sua patria questa è oggi quasi del tutto assente. La critica d’arte si è adombrata per questo “realismo socialista” ma noi, badando all’effetto di quei vivaci colori, non abbiamo mai avvertito un’azione magica, come davanti a quasi tutti gli quadri della Biennale; naturalmente non è che vi si avvertisse un’azione spirituale, però un non so che di nostalgico nel senso dello spirito, quello sì. Come spiegare questo fatto? Certo non sarà intenzione dei dittatori dell’arte bolscevica di escludere dall’arte, mediante l’imposizione del realismo socialista, ogni influsso magico: si trattava invece di risultati del tutto spontanei, quali può raggiungere l’arte popolare d’un popolo e insopprimibili, Per le medesime ragioni la Russia è rimasta fino a oggi quasi immune anche dalla musica surrealista e dal jazz. Riflettiamo su questo fatto: la librazione della Russia viene dal popolo rimasto ancora sano e religioso.
Dopo la visita alla Biennale è da raccomandarsi, a scopo distensivo, una breve passeggiata sul Canal Grande fino a Santa Maria dei Frari, dove si può ammirare il grandioso dipinto dell’Assunta di Tiziano, che con il suo crescendo luminoso dai toni cupi e profondi della base fino all’ampia schiarita del cielo che si apre sul capo della Vergine eleva anche l’animo del contemplante verso le divine regioni della mistica spiritualità. Questa è veramente una terapia dei colori che può risanare lo spirito.

Dell’arte degli spazi, ultima delle tre arti di cui trattiamo in questo capitolo, si deve dire anzitutto la stessa cosa delle altre due: cioè anche per essa è possibile l’ispirazione del demonio (si pensi ai disegni della “scrittura automatica”!); che anch’essa cede a tendenze surrealiste e che anch’essa possiede un’azione propria, che viene percepita attraverso il “fenomeno”. Ognuno conosce l'”ipnosi da autostrada”: la “monotonia del tracciato” e “lo sguardo sempre fisso al nastro chiaro, rettilineo, apparentemente infinito” dell’autostrada possono ridurre l’autista in uno stato di trance non dissimile dal “dormiveglia ipnotico”.
La linea retta è una figura artificiosa dello spirito razionale dell’uomo. In natura non esistono linee rette e si può facilmente convincersene guardando un paesaggio dalla cima di una montagna o da un aereo. Quando un uomo agisce senza pensare e segue l’istinto naturale, non si formano linee rette, come possiamo osservare nel tracciato dei sentieri. Sebbene i sentieri che salgono per esempio verso una chiesa mirino a una determinata meta e vogliano stabilire un percorso più breve, non risultano mai rettilinei, ma si snodano sempre in curve più o meno ampie, che anche dopo secoli non si possono eliminare, sebbene nei campi coltivati e nei prati siano di notevole intralcio al lavoro. Lo stesso fenomeno ci colpisce se osserviamo le orme nella neve, lasciate impresse da un viandante occasionale; non si susseguono mai in linea retta.

Keplero
Keplero

Gli antichi pitagorici nel VI secolo avanti Cristo videro nella linea retta l'”imperfezione e il male” e identificarono la “linea curva” con il “perfetto e il divino”. Senofane dichiarò la “figura sferica” come la più perfetta e considerò Dio come raffigurabile con la figura circolare; pressappoco allo stesso modo pensarono più tardi il cardinale Nicola Cusano e Keplero. Il grande sant’Ignazio di Loyola ha più volte visto in visione mistica “l’essenza divina in forma di sfera” o “l’essere divino in forma di cerchio” e questo “non in maniera oscura, ma nitida e chiarissima”.
La tensione tra linea retta e linea curva permane attraverso tutta la storia dell’arte architettonica. Nel tempio greco “archi e curvature erano completamente esclusi e veniva potenziata al massimo la linea retta”. La linea retta, inventata e celebrata dagli uomini, esprimeva la sicurezza di sé propria del pagano greco, che si riteneva “misura di tutte le cose”. Da qui deriva anche il frontone chiuso dei templi. L’arte architettonica romana si sviluppò dal tempietto circolare e creò lo stile della basilica, con abside rotonda e mezza cupola, stile che, cristianizzato, servì di modello all’arte romanica. Nell’arte gotica dominò di nuovo la linea retta con lo stile ad arco acuto, già noto all’arte islamica. Il Rinascimento tornò completamente all’antico paganesimo: l’altare del Rinascimento, per esempio, mantenne ancora la forma pagana chiusa del tempio antico; infatti con le colonne ai due lati, sopra, a coronamento, il frontone triangolare, esso si presenta come la sezione di un tempio pagano. La trasformazione in senso cristiano di questo rinato stile pagano produsse lo stile barocco.

Il barocco è la cristianizzazione del Rinascimento originariamente pagano. Ed è significativo il fatto che, in contrapposizione all’antica architettura greca e allo stile gotico, nel barocco la linea retta è quasi del tutto bandita, “anche dagli abbozzi”. E’ questo un fenomeno assolutamente unico nella storia dell’arte universale. La linea rotonda, a schiena d’asino, ad arco, come raffigurazione del perfetto e del sacro, trionfa sulla magica linea retta, sugli angoli e sulle punte! Il barocco è, nella sua essenza, uno stile eminentemente sacro, non solo nella costruzione di chiese. Durante i due secoli in cui fiorì, raggiungendo dimensioni mondiali, esso ha fecondato e plasmato in senso religioso ogni ramo della cultura e ha reso perciò possibile la cultura barocca cattolica, unica nel suo genere. Che il barocco non sia stato un fenomeno puramente estetico lo dimostra il caratteristico frontone barocco che non è bello e non sembra neppure logico a prima vista. La punta del frontone è tronca, e i due tronconi si ergono nell’aria a destra e a sinistra senza rapporto l’uno con l’altro. Ma osserviamo un altare barocco: là comprendiamo il senso del frontone tronco. Il frontone rinascimentale era chiuso, come quello del tempio pagano antico, isolato, nella sua autosufficiente compiutezza, dall’infinito soprannaturale. Il frontone barocco invece  aperto al soprannaturale e quasi lo invoca, a complemento della natura indigente. A significare ciò la santissima Trinità troneggia sull’altare barocco nel vuoto del frontone tronco e si china benedicente sugli uomini in adorazione. Questo è l’alto significato della caratteristica forma barocca del frontone. Esso è una predica divenuta pietra, che ci dice la linea spezzata barocca e i monconi del cornicione stanno a significare la nostra natura incompleta e imperfetta, che attende di essere completa dal soprannaturale. I due tronconi del frontone sull’altare ci appaiono come le due braccia di un’antica figura di orante nelle catacombe, che sulla rovina dell’imperfetta natura si ergono bramose verso la perfezione del soprannaturale.

Allo stile barocco fece eco, esagerandolo, il rococò, che però non fu mai uno stile architettonico, ma soltanto un lezioso “stile decorativo”. Così finisce miseramente il tentativo di fare della forma rotonda, a schiena d’asino e curva, il prototipo di un’arte sacra. E di nuovo imperò la linea retta, ad angolo e rigida, nel neoclassicismo, di cui fu “araldo”. Winckelmann, della Germania del nord, un “convertito senza fede”, che, con il suo unilaterale ideale greco di bellezza fece del nuovo Rinascimento una “trasfigurazione dell’incredulità” (Schnürer). Il Romanticismo cercò ancora una volta di porre un freno a questo ritorno al paganesimo, ma non seppe creare nulla di duraturo e di originale; al massimo giunse a una vaga restaurazione del Medioevo, priva di saldi principi ispiratori. Da quel momento trionfarono la linea retta e le costruzioni massicce e così siamo oggi arrivati alla moderna macchina da abitare, in cui anche il più lieve cenno a una curva viene considerato un delitto di stile.

Sagrada Familia, Gaudì, interno
Sagrada Familia, Gaudì, interno

Questo breve excursus attraverso la storia, con particolare riferimento all’architettura sacra, che ha costruito e ci ha lasciato i monumenti più caratteristici, ci indica dove, anche nell’arte degli spazi, considerata da un punto di vista demonologico, sia nascosta la minaccia di pericoli psichici che sono da prendere sul serio. La minaccia viene dalla magica monotonia dell’uniforme linea retta. Naturalmente questa monotonia non avrà sempre i temuti cattivi effetti, come sull’autostrada. Ma la forzata permanenza dell’uomo moderno in mezzo alla monotonia dello stile razionale rettilineo deve condurre all’inaridimento dell’affettività sensibile e all’atrofia dell’animo e del sentimento, alla cui conservazione a attività ogni uomo ha assoluto diritto. Se noi reprimiamo questa nostra sensibilità a favore dell’arida e nuda razionalità, creiamo complessi incontrollabili che sempre di bel nuovo disordinatamente irromperanno e urgeranno per farsi valere, ogni qualvolta se ne presenti l’occasione, solitamente imprevista. La sensibilità, che ci venne data da Dio con premurosa sollecitudine, deve, saggiamente guidata, occuparsi di qualche cosa. La nuda linea retta e il suo esclusivo, molteplice impiego nelle costruzioni cubiste non può più offrire a questa legittima nostra aspirazione alcune occasione soddisfacente di ordinaria attività. Non è il caso di parlare di un ritorno a stili precedenti, come al barocco o al neobarocco, poiché i tentativi in questo senso dovettero naufragare, come sempre accade d’ogni tardiva imitazione; il barocco non si può ripetere, anche a causa del materiale di costruzione moderno, che è di tutt’altra specie. In Spagna si fece un interessante tentativo, che vorrebbe rimettere in auge la curva e la linea non retta: il cosiddetto stile caudillo, impiegato da Gaudì a Barcellona, nella sua ammirata e molto discussa chiesa della Sacra Famiglia e usato anche nella costruzione di case d’abitazione, nelle facciate prospicienti la strada. Qui l’occhio può di nuovo abbandonarsi alla gioia di guardare e ricrearsi dall’introversione e dall’irrigidimento interiore a cui l’ha costretto l’arte moderna, che certo non dà riposo all’occhio di chi la guarda. E’ significativo il fatto che Gaudì deve aver copiato le sue linee curve dalle rocce a cima tondeggiante che si vedono presso il famoso convento di Monserrato. Questo fatto parla per lui e per il suo stile. L’arte surrealista degli spazi, al contrario, non ha alcun modello nella natura; essa non è cresciuta organicamente in un ambiente naturale e non corrisponde alle naturali esigenze sensibili dell’anima. Anch’essa è un esperimento non ancora portato a termine, il cui ulteriore sviluppo dovrà essere chiarito in aperto dialogo. Sarebbe errato infatti rifiutarsi comodamente a priori di prenderlo in considerazione, anziché discuterlo seriamente alla stregua di tutti i problemi artistici,psicologici, parapsicologici e anche demonologici trattati fin qui.

La magia del tempo odierno non risparmia nessuno nel mondo “civile”. Certi effetti delle onde sonore, l’orgia dei colori e l’arida linearità ci influenzano anche quando noi non ce ne accorgiamo del tutto; non possiamo sfuggire loro, per così dire, né di giorno né di notte. Al cinematografo e alla televisione tutte e tre queste arti sono unite e possono diventare, con l’irradiazione del loro magico influsso, causa di “malattia” (il che naturalmente non succede quando la proiezione è buona). La vita e il ritmo di lavoro frenetico ci costringono a cercare facili fonti di divertimento. Non ci rimane tempo per pensare; la monotonia del lavoro uniforme, fisico e spirituale ci inaridisce l’anima, ci snerva e ci opprime. Il ritmo del tempo ci prende spietatamente nel vortice di un cerchio pressoché senza via di uscita, come se dovessimo diventare neosciamani. Non fa meraviglia che molti ricorrano ai tranquillanti, i quali comunque non possono che allargare il vortice. Intelletto e volontà vengono ubriacati assordati e paralizzati; il libero arbitrio e la forza di resistenza spariscono e la vittima snervata trema, quando non ha a portata di mano nuovi tranquillanti per poi rituffarsi in un nuovo ritmo frenetico; poiché il riposo, nel nostro tempo, rientra nel novero delle cose insopportabili e viene ricercato, in modo ingannevole e pericoloso, nella trance, dove lo si ritrova per un tempo assai breve, come ci viene dimostrato dagli sciamani di tutti i tempi, Precisamente come accade a essi, ben raramente sfuggiremo anche noi, neosciamani, ai pericoli della trance, che più volte abbiamo descritti.
Oggi la magia del tempo ci induce con i suoi mille allettamenti, sia aperti sia mimetizzati,  a rifugiarci dal vicolo cieco del nostro mondo sciamanizzato, nel mondo pretersensibile, in cui noi però non possiamo sussistere, poiché non essendo stati creati per quello, non possiamo neppure comprenderlo. Così viviamo divisi fra due mondi contrastanti, in continuo pericolo di venirne psichicamente danneggiati: di diventare cioè schizoidi o addirittura schizofrenici, di rimanere cioè vittime di una “frattura psichica”. Ma dobbiamo veramente arrivare fino a quel punto? Siamo veramente in balia della magia del tempo senza possibilità di salvezza?
No, si tratta di tentazioni che “non saranno mai superiori alle nostre forze” (1 Cor 10,13). Soltanto quando il libero arbitrio per colpa propria si indebolisce nella sua forza di resistenza, allora soltanto cederemo e ne saremo responsabili. Ma quando la magia del tempo mina ineluttabilmente la nostra forza di resistenza, infiacchendola o ottenebrandola, come oggi avviene frequentemente, specialmente nelle città, allora non possiamo essere tenuti pienamente responsabili dei danni psichici e fisici che dobbiamo subire. Ci serve di riparo in questo caso la scusante voluta da Dio, della congenita debolezza della nostra natura sensibile, che ci venne data perché non andiamo eternamente perduti. Per quanto sconfortante possa sembrare agli iniziati la magia del tempo, non vi è però motivo di disperare o di cedere le armi in anticipo. Basta stare attenti a negare fin da principio il consenso a ogni influsso magico e a non rinunciare volontariamente alla capacità d’iniziativa della nostra libera volontà. Non dovremmo mai sottostare coscientemente alla trance o a situazioni analoghe: questo è il mezzo più sicuro per combattere la magia del nostro tempo!

BIOGRAFIA in breve:
ed3nuovaEgon von Petersdorff (1892 – 1963) è stato il più grande demonologo di questo secolo
anche se apprezzato da una ristretta cerchia di specialisti.
Nasce nel 1892 a Posen/ Poznan, territorio prussiano. Primogenito di una famiglia di cavalieri, la madre era francese e discendeva da una famiglia di ugonotti, il padre, generale prussiano, lo introdusse alla carriera militare. Combatte con valore nella guerra del 1914- 1918. Si iscrive alla facoltà di filosofia dell’università di Heidelberg e Spinoza, Goethe e Meister Eckhart dominano i suoi interessi.
Ultimata la sua tesi su Spinoza nel 1923 diventa operaio in fabbrica Ludwigshafen abbracciando gli ideali comunisti.
Si addentra con studi ed esperienze nello spiritismo, occultismo, astrologia, alchimia, antroposofia, yoga e buddismo senza riuscire a convincersene. Sente forte il fascino della figura di Rudolph Steiner e della sua antroposofia e prende contatto con un barone antroposofo che, nel suo castello, è a capo di una società occultista. Lì fa conoscenza con l’ascesi, sforzo di rinuncia per ottenere un fine spirituale, che il gruppo di ricerca a cui fa a capo il barone pratica anche sotto la forma di magia sessuale.
Nella sua autobiografia (Von Berlin nach Rom. Die Geschichte einer Bekehrung) scrive: “Per molti anni mi aggirai in tutti i campi dell’occultismo, alla ricerca della verità, senza pregiudizi e sempre pronto a fermarmi là dove avrei potuto trovarla. Ma non la trovai.”
Continua i suoi studi e le sue ricerche in una casa solitaria ai piedi delle Alpi bavaresi. E’ una fase eremitica molto spinta e pericolosa, perché la pratica dell’ascesi lo conduce ai limiti della morte per fame. Qui legge e studia Jakob Böhme ma è dalla lettura di Teresa d’Avila che comincia ad avvicinarsi al cattolicesimo.
Scrive: “Il giorno in cui lessi l’ultima pagina di  Jakob Böhme, caddi malato. Il medico mi ordinò cibo leggero, sia corporale che spirituale. Cosa potevo leggere? I grandi mistici, che mi ero proposto come lavoro più immediato, erano troppo pesanti per me. Ma c’erano lì vicino ancora gli scritti di una certa “santa Teresa” (d’Avila). Forse era un diversivo interessante gettare l’occhio una volta tanto nelle confessioni di una suora mistica. Una santa cattolica! Cattolicesimo è – pensai – buio Medioevo, atavismo, cosa sorpassata. Non avrei avuto bisogno di uno studio impegnativo; si sarebbe lasciato sbrigare senza fatica, per ricreazione.”
Invece trova il “discernimento degli spiriti” non così ingenuo come lo aveva immaginato. L’argomento discernimento degli spiriti lo porta a studiare sant’Ignazio di Loyola che sarà anche la causa per cui la sua famiglia lo ripudierà. Il padre, generale prussiano non accetto che suo figlio, depositario delle migliori tradizioni nazionali prussiane potesse prendere a modello uno spagnolo del Cinquecento e fondatore dei gesuiti. Nel 1927 il gesuita Georg von Sachsen, ex principe ereditario del regno di Sassonia lo accoglie ufficialmente nella Chiesa cattolica.
Inizia a scrivere la demonologia frutto di ricerca, studio ma anche esperienza.
Durante il nazismo si ritina a Merano, in Alto Adige, lavorando nella biblioteca Vaticana. Stringe amicizia con l’ex deputato austriaco Alcide de Gasperi che più tardi diventerà presidente del consiglio dei ministri.
Dopo la guerra riceve la nomina a cavaliere di Malta e a cameriere di cappa e spada di Sua Santità. I suoi studi non gli impediscono di dare il suo contributo attivo alla resistenza. Durante la guerra è impegnato nel movimento di resistenza del Sud Tirolo come consigliere militare e poi come vice comandante di un gruppo partigiano che opera in collegamento con gli altri alleati occidentali.
Ha il suo momento di gloria quando riesce a liberare un gruppo di 64 deportati tedeschi provenienti da Dachau e di 72 prigionieri di tutti i paesi occupati destinati a sicura eliminazione.
Vive in spartana semplicità  presso Merano. Si impegna con dichiarazioni e articoli per il riconoscimento giuridico, morale, teologico, di un nuovo diritto alla resistenza contro la grave minaccia costituita dal totalitarismo moderno.
Nel dopoguerra pubblica le sue opere principali, la grande Daemonologie (1956 – 57), la sua autobiografia Von Berlin nach Rom (1956), del 1960 è la Demonologia minore (in questo post riportato il capitolo 18). Nel 1957 sposa la 57enne giurista viennese Emilie Mück. Negli ultimi anni di vita tiene numerose conferenze in Germania, Austria, Italia e Stati Uniti. Muore serenamente il 5 settembre 1963 durante una passeggiata.

Egon von Petersdorff, Demonologia, Le forze occulte ieri e oggi
Arnoldo Mondadori Editore, 1995
collana Leonardo
Cap 18 Magia dell’arte

Parte prima  ARTE DEI SUONI – Parte seconda ARTE DEI COLORI

grazie per l’attenzione Bloody Ivy

 

 

 

5 Commenti

  1. molto interessante anche la vita di questo scrittore; ha un modo particolare, un’angolazione tutta sua di interpretare i fenomeni della psiche e di collegare l’arte e la filosofia di secoli diversi – naturalmente, parte del mio stupore deriva dall’accostarmi per la prima volta in modo diretto ad uno studioso di demonologia, ma non credo si tratti solo di questo. Una mente brillante e originale si riconosce comunque.
    Mi chiedo che cosa avrebbe pensato visitando la Biennale a partire dagli anni 60! fino a quelle di oggi…
    ah sì, avrebbe detto, anzichè “ma si può prendere sul serio un’arte del genere?” , ” l’arte è morta”
    buon ferragosto!

    • un personaggio particolare come se ne trovano pochi.
      Uh! Mi piacerebbe che oggi la pensasse come me sull’arte. Cioè bellissima, sublime, fantastica, Però se lancio uova marce e pomodori su una tela e la intitolo “il fallimento dell’opera” nonché con fantasia riesco a spiegare e motivare il mio stile (“realismo naturale” suona bene), posso anche diventare famosa 😉 😉 😉
      buon ferragosto anche a te

  2. grazie altrettanto! le prendessero loro le uova marce, invece guadagnano a palate – sempre che abbiano trovato il loro mercante e protettore!

  3. Chi sceglie in qualsiasi momento della sua vita di affrontare la lettura di una mistica ( io preferisco Ildegarda, sebbene fruisca solo per ora solo delle sue composizioni) come Egon von Petersdorff è estremamente saggio e dimostra una mentalità aperta.
    Questo autore è da tenere in alta considerazione!
    Ti lascio un omaggio per ringraziarti di averci dato dritte, riflessioni e informazioni a me molto gradite.

    • grazie!
      ehm, io di Ildegarda ho solo il libro di ricette, perché dire che mi piace cucinare, sarebbe troppo semplice 🙂 così ho il ricettario di ildegarda, di leonardo, dell’antica roma, dell’antica grecia ecc ecc (ah, anche quelle di Totò… insomma è più che altro una curiosità)
      molto apprezzato il video anche perché non ho un buon orecchio musicale (nel senso che mi piace ascoltare “robaccia”), e non ne avrei avuta l’occasione altrimenti
      buona domenica!

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