Ecco cos’è un ufficiale… Aleksandr Isaevič Solženicyn

Aleksandr Isaevič Solženicyn
Aleksandr Isaevič Solženicyn (Алекса́ндр Иса́евич Солжени́цын)
Aleksandr Isaevič Solženicyn
Aleksandr Isaevič Solženicyn (Алекса́ндр Иса́евич Солжени́цын)

La superbia si accumula sul cuore come il lardo sul maiale.

Impartivo ai sottoposti ordini indiscutibili, convinto che non ne potessero esistere di migliori. Perfino al fronte dove, parrebbe, la morte ci rendeva tutti uguali, il mio potere mi persuase ben presto che ero un uomo d’una razza superiore.

Seduto, ascoltavo altri sugli attenti. Li interrompevo, davo indicazioni. Davo del tu a padri e nonni (quelli mi davano del “lei”, si capisce). Li mandavo sotto i proiettili a riparare fili elettrici strappati, purché i miei superiori non potessero rimproverarmi (Andrejasin morì in questo modo). Mangiavo i biscotti e il burro, come ufficiale, senza mai considerare perché erano dovuti a me e non a un soldato. Avevo, si capisce, un attendente (o, più nobilmente, “un’ordinanza”) al quale davo ogni sorta d’incarico imponendogli di occuparsi della mia eletta persona e di prepararmi il cibo separatamente da quello dei soldati. Costringevo i soldati a piegare la schiena, a scavarmi un rifugio in ogni posto nuovo e mettervi i tronchi più grossi perché fosse comodo e sicuro. Che dico? Nella mia batteria ho avuto anche luoghi di punizione, come no! (…)

Ricordo anche altro: mi avevano cucito una borsetta di pelle tedesca (non umana, no, presa da un sedile di autista), mancava della cinghia. Me ne rammaricavo. Un bel giorno ne vidi una, esattamente quella che mi occorreva, su un commissario partigiano (del comitato distrettuale locale) e gliela tolsi: noi eravamo l’esercito, eravamo di grado superiore!

Aleksandr Isaevič Solženicyn
Aleksandr Isaevič Solženicyn

(…) Ecco cosa fanno le spalline a un uomo. Quando nel posto di comando della brigata gli agenti dello Smers mi strapparono quelle maledette spalline, mi tolsero la cinghia e mi spinsero verso la loro automobile, mi sconvolse, nel momento in cui si rovesciava il mio destino, l’idea che avrei dovuto attraversare così degradato la stanza dei telefonisti: semplici soldati non mi dovevano vedere in quello stato!

 Quando mi portarono fuori dal carcere di rigore vidi sette arrestati, incolonnati, e cioè tre coppie e mezzo; mi voltavano le spalle. Sei indossavano logori cappotti russi da soldato passati attraverso chissà quali intemperie con le lettere “SU” tracciate a bianco indelebile. Significavano SOVIET UNION(…) il settimo arrestato era un tedesco in borghese.

Mi misero nella quarta coppia e il sergente, un tataro, capo della scorta, mi ordinò, con un cenno della testa, di prendere una valigia sigillata posata per terra in disparte. Conteneva la mia roba da ufficiale e tutti gli scritti confiscati in mia presenza, che dovevano servire alla mia condanna. Una valigia? Lui, sergente, voleva che io ufficiale, portassi una valigia? Un oggetto ingombrante, vietato dal nuovo statuto interno? E accanto a me, a mani vuote, avrebbero camminato sei soldati? E un rappresentante della nazione sconfitta? Non dissi tutto ciò in modo altrettanto complicato al sergente, ma replicai:

  • Sono ufficiale. La porti il tedesco.

Ma il sergente del controspionaggio non si stupì. Sebbene ai suoi occhi io non fossi certamente un ufficiale, l’addestramento suo e il mio coincidevano. Fece avvicinare il tedesco, che non c’entrava per nulla, e gli ordinò di portare la valigia. Sei schiene davanti, sempre le stesse sei schiene. Avevo tutto il tempo di contemplare i rozzi, brutti marchi “SU” e il lucido tessuto nero sulla schiena del tedesco. Avevo anche il tempo di ripensare la mia vita passata e prender coscienza di quella presente. Ma non ci riuscivo. Avevo già preso la mazzata in fronte, e non ero ancora capace di prenderne coscienza.

La portarono dopo di lui anche gli altri prigionieri di guerra (…) poi ancora il tedesco. Ma non io.

 Intanto gli altri portavano la mia valigia…

E io non provavo alcun rimorso. Se il mio vicino, dal viso emanciato e coperto da una morbida peluria di un paio di settimane, dagli occhi colmi di sofferenza e di comprensione, mi avesse allora rimproverato, in chiarissima lingua russa, per aver macchiato il mio onore di arrestato rivolgendomi alla scorta per ottenere un aiuto, per essermi innalzato sopra gli altri facendo l’arrogante, io NON LO AVREI CAPITO! Non avrei semplicemente capito DI CHE COSA parlava. Non ero un ufficiale? Se sette di noi avessero dovuto morire sulla strada e la scorta avesse potuto salvare l’ottavo, nulla mi avrebbe impedito di esclamare:

  • Sergente! Salvi me. Sono un ufficiale. –

Ecco cos’è un ufficiale…

Chiuda pure il libro a questo punto il lettore che si aspetta di trovarvi una rivelazione politica.

Aleksandr Isaevič Solženicyn - arcipelago Gulag
Aleksandr Isaevič Solženicyn – Arcipelago Gulag

Se fosse così semplice! Se da una parte ci fossero uomini neri, che tramano malignamente opere nere e bastasse distinguerli dagli altri e distruggerli! Ma la linea che separa il bene dal male attraversa il cuore di ognuno. Chi distruggerebbe un pezzo del proprio cuore?Nel corso della vita di un cuore quella linea si sposta, ora sospinta dal gioioso male, ora liberando il posto per il bene che fiorisce.Il medesimo uomo diventa, in età differenti, in differenti situazioni, completamente un’altra persona. Ora è vicino al diavolo, ora al santo. Ma il suo nome non cambia e noi gli ascriviamo tutto.

Socrate ci ha lasciato in eredità il suo Conosci te stesso. Ci fermiamo stupefatti davanti alla fossa nella quale eravamo lì lì per spingere i nostri avversari: è puro caso se i boia non siamo noi, ma loro. Dal bene al male è un passo solo, dice un proverbio russo. Dunque anche dal male al bene. 

 gulagal 

 

QUI il libro
Aleksandr Solzenicyn  “Arcipelago Gulag” 

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