Cyber Femminismo – Donna Haraway

Donna Haraway
Donna Haraway
Donna Haraway

L’OncoTopo è un nuovo essere vivente transgenico brevettato nel 1987. Nel DNA dell’OncoTopo e in quello di tutta quanta la sua progenie, c’è un gene che se stimolato dall’esterno con un ormone, sviluppa un tumore. L’OncoTopo è quindi un topo transgenico modificato apposta per gli studi oncologici. L’OncoTopo è stato il primo vivente brevettato ed è simbolo della proprietà intellettuale nello sviluppo capitalistico. Di più: rappresenta la biopirateria delle grandi multinazionali nei confronti del sapere. Attualmente, infatti, industrie biotecnologiche proprietarie dei geni della fibrosi cistica e del diabete, impediscono la possibilità della libera ricerca. Il brevetto dell’OncoTopo è in mano della DuPont e praticamente nessun ente pubblico può effettuare esperimenti con l’OncoTopo perché i tributi economici, i diritti che dovrebbe pagare alla DuPont sono esorbitanti.

OncoTopo, maschio o femmina che sia, è mia sorella. Nella politica del’accumulazione flessibile di fine millennio, questo animale brevettato significa l’appropriazione della natura, la recinzione degli spazi comuni, il commercio semiotico e corporeo che passa attraverso la privatizzazione del germoplasma e la mercificazione transgenica. (Donna Haraway – Testimone modesta@FemaleMan incontra OncoTopo: femminismo e tecnoscienza – Interzone, Feltrinelli, 2000)

OncoTopo, per Donna Haraway (studiosa femminista di storia e filosofia della scienza, e teorie del femminismo, Dipartimento di Storia della Coscienza all’Università della California a Santa Cruz) diventa un segno, la prova della logica capitalistica delle grandi corporation sul mondo della tecnoscienza. Dimostra il potere dei marchi e dei brevetti che forme di alleanze sociotecniche portano come “piccoli orpelli” a spese di molti e a beneficio loro. Haraway si sofferma sui marchi che funzionano come direttrici sulle mappe di potere e di sapere e “del modo in cui i membri delle culture tecnoscientifiche sono letteralmente investiti nella loro rete di relazioni proprietarie, sia dal punto di vista psichico sia commerciale”. Se con la figura dell’OncoTopo espone un pensiero non esclusivamente legato alle donne, al centro della sua teoria femminista, invece, c’è la metafora del cyborg. Ibrido di macchina, uomo, animale, minerale, organico, inorganico che fuoriesce da ogni definizione di univocità il cyborg può essere la figura sovversiva del sistema dominante fondato su tutta una serie di dicotomie (sé/altro, bene/male, mente/corpo, cultura/natura, maschio/femmina, civilizzato/primitivo, soggetto/oggetto, artefice/prodotto, uomo/macchina…) con i quali si è per secoli spiegato e ordinato il mondo. Il Cyborg è un mezzo di liberazione del dualismo uomo/donna che ha perpetuato l’affermarsi delle concezioni maschiliste nella cultura e nella società. La valenza del corpo delle donne è data da strategie di pensiero patriarcale occidentale. L’occhio che guardava e decideva i rapporti di potere è sempre stato quello di una sola parte del dualismo maschio/femmina, ossia quello dei soggetti maschili. L’occhio del soggetto femminile è sempre stato censurato dalla cultura egemone appartenente ai soggetti maschili. Lo slogan che, quindi, Haraway propone alle donne è: “Meglio cyborg che dea” (Donna Haraway, Manifesto Cyborg, Interzone, Feltrinelli, 1999).

cyborg
cyborg

Il cyborg è l’identità fluida e instabile da prendere per stare ai confini dei dualismi imposti dalla cultura occidentale e per agire sulla propria condizione di oppressione in modo di spostare continuamente i vecchi confini. Il cyborg è la nuova creatura post genere libera dal sessismo, è la soggettività che le donne possono assumere per poter agire in connessione con le nuove tecnologie. E il cyberspazio diventa il luogo di collasso delle dicotomie, delle categorie classiche della filosofia occidentale. La tecnologia, propone Donna Haraway, va usata come strumento di liberazione dei dualismi attraverso i quali costringevano le donne ad interpretare il reale. Le biotecnologie possono portare verso importanti modificazioni del reale, e scardinare”l’obbligatorietà storica” del ruolo “naturale” della donna.

La questione della scienza nel femminismo è  connessa all’oggettività in quanto razionalità posizionata. Le sue immagini non sono il prodotto della fuga e della trascendenza dai limiti, cioè la visione dall’altro, ma il congiungersi di viste parziali e voci esitanti nella posizione di un soggetto collettivo che promette una visione di come radicarsi in modo continuo e limitato nel corpo, del vivere dentro limiti e contraddizioni, cioè la vista da un certo qual luogo”. (Donna Haraway, Manifesto Cyborg )

Le immagini cyborg possono indicarci una via di uscita dal labirinto di dualismi attraverso i quali abbiamo spiegato a noi stessi i nostri corpi e i nostri strumenti. I corpi sono le mappe del potere e dell’identità. Il concetto di ibridità che si trascina con sé la figura del cyborg ricorda come ogni separazione proposta dalle strategie di controllo non sia più attendibile né attuabile. Il cyberfemminismo, quindi, propone l’ibridazione dei canoni stereotipati e ricchi di pregiudizi che la cultura e società impone. Il cyborg è in grado di mettere in discussione, di svincolarsi dalle apparenze, dagli schemi incrostati di ruolo sessuale sostanzialmente dicotomici dove il ruolo della donna è cristallizzato dalla cultura. La messa in discussione dell’identità femminile, è lapalissiano, implica una crisi del sé maschile, ossia, qualcosa di storicamente interpretato come superiorità e dominazione nel rapporto con l’alterità femminile. Nel Manifesto Cyborg emergono tre punti cardine del cyber-femminismo: il diritto e dovere ad una propria collocazione nel cyberspazio, l’impegno politico concreto, un approccio positivo alla tecnologia che si prospetta utile alle donne. La tecnologia, la macchina, siamo noi (dalle lenti a contatto, ai pace-maker, ai cellulari, alle videocamere da polso..). Il limite dei corpi non deve per forza coincidere con la pelle. Il cyborg è un aspetto, positivo, della nostra nuova incarnazione. “Noi possiamo essere i responsabili delle macchine, loro non ci dominano né ci minacciano; noi siamo i responsabili dei confini, noi siamo loro” (Manifesto Cyborg). In questo modo di intendere, la telematica provoca una mutazione e occupandoci di tecnologie facciamo parte della mutazione. Il punto di vista del cyborg sul mondo è parziale, ma non relativistico. La parzialità si distingue dal relativismo in quanto è una posizione localizzata e critica, al contrario del relativismo che non è collocato in nessun luogo. L’unico modo per arrivare ad una visione più ampia, dice Haraway, è essere in un punto particolare. L’occhio del cyborg ha una visione alternativa, cui non si è abituati. Esso è un ibrido di appartenenze o non-appartenenze e il suo punto di vista cambia a seconda del contesto. Ciò che Haraway alla fin fine, consiglia alle teoriche femministe è di cercare alleanze tra gruppi diversi ma affini, e non solo tra quelli femministi. Le coalizioni, per la filosofa, non vanno create in base all’identità ma all’affinità e quindi vi sono diverse strade trasversali tra le molteplici singolarità ibride e sovversive collocate all’interno del mostruoso sistema governato dall’informatica del dominio. L’obiettivo è un mondo post-genere. “Uno sforzo per contribuire alla cultura Social-Femminista e alla sua teoria in modo post- moderno, non naturalista, all’interno di quella tradizione utopica che immagina un mondo senza eneri, forse senza genesi ma proprio per questo, probabilmente, senza fine” (Manifesto Cyborg).

 mio pezzo, parecchio datato ma ancora presente su Hacker Kulture dvara.net

ivy

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