Color Verde Cadavere – Capitolo 3.1 (Storia Horror)

Molo Audace © Paolo Carbonaio www,carbonaio.it

Questa settimana continuo con la storia horror che sto provando a scrivere a settimane alterne. qui l’indice delle puntate

CAPITOLO  3.1 – COLOR VERDE CADAVERE

The two most important days in your life are the day you were born and the day you find out why.
Mark Twain

Il cielo era quasi petrolio, senza luna né stelle, tutto nascosto da nubi veloci spinte dal vento. Avevano trascorso la serata sedute al più grazioso dei tavolini in gelateria, Sdenka si era abbuffata morbosamente con tre coppe di gelato una dietro l’altra, mentre Nor si era limitata alla granita.

Sdenka, era una di quelle persone che, quando aprono una scatola di cioccolatini e ne assaggiano il primo, non riescono a smettere finché non sono arrivati all’ultimo, ma quella sera si era limitata a tre gelati anche perché si era accorta che il cameriere cominciava a guardarla con aria allibita.

Aveva, e ne era consapevole, una dipendenza pesante alla dopamina, così si ritrovava costantemente in sovrappeso per i troppi dolci, senza fiato per le troppe sigarette e con tremendi sensi di colpa e vergogna per le storie di sesso con ragazzi appena maggiorenni che la usavano per far pratica gratuitamente; ma così grassa come poteva aspirare ad una relazione?

L’ebrezza della dopamina serviva a farle dimenticare che il mondo guardandola vedeva soltanto una brutta grassona. In realtà non avrebbe sfigurato su un calendario sexy di donne curvy ma lei non voleva complimenti, non si meritava nulla; era grassa e soltanto per colpa sua perché era lei a svuotare il frigo.
Il vero problema stava nella sua testa sconquassata dagli atti di bullismo subiti a scuola, ai tempi delle medie e superiori, con le offese costanti e il pesante disprezzo di chi per anni l’aveva additata come “la brutta grassona”.

Era Sdenka che aveva cercato l’amicizia di Nor, avevano frequentato la stessa scuola alle medie e da lei non aveva ricevuto neppure uno sguardo malevolo; abitando nella stessa zona aveva continuato ad incrociarla spesso. Un giorno si fece coraggio e la salutò: “Ciao, ti ricordi di me? Andavamo assieme alle medie”.

E Nor cascò dalle nuvole, “No, per niente”, non le aveva mai prestato attenzione, in fondo andavano in classi diverse. Non notarla, nonostante la sua mole extralarge era il gesto più carino che le si potesse fare e le volle subito bene.

Fu così che da adolescenti diventarono amiche, e cominciarono a passare le sere parlando e fumando assieme, due ciminiere.
Poi il ragazzo che piaceva a Nor, quello che, ora stava memorizzato nello smartphone come “stalker 1″ perché negli anni le mentalità e gli animi si svelano, le si era avvicinato ma solo per dirle che a lui le ragazze che fumavano facevano schifo. Nor smise di fumare, semplice. Magari una per Capodanno e nelle occasioni speciali, per festeggiare, ma non più di tre o quattro sigarette l’anno. Era il terribile “semplice!” delle sue decisioni.

Ci provò anche Sdenka ma finì a letto per indigestione, perché se toglieva le sigarette per non trasformarsi nel rabbioso Hulk, le necessarie esperienze gratificanti date dalla dopamina le prendeva dai dolci. Così riprese i suoi due e più pacchetti al giorno.

Era una bella amicizia, leale, sincera, fidata, certo, Sdenka aveva un carattere difficile, gli sbalzi di umore e l’irritabilità di un drogato ma, Nor faceva spallucce e le rispondeva francamente, no captatio benevolentiae, gentilezza pelosa ma a battutine, prendendola in giro e, se non le afferrava subito, si divertiva ancora di più.

Davano per scontato che nessuna delle due avrebbe mai tradito la fiducia, neanche se le fosse convenuto, neanche se a non farlo ci avesse rimesso. Problemi, incidenti, situazioni di pericolo, sapevano che una sarebbe stata dalla parte dell’altra.

Era una calda notte di settembre e si misero a passeggiare sulle rive, verso piazza Unità, lentamente, causa la gamba ancora mezza paralizzata di Nor che muoveva solo concentrandosi sul movimento da farle fare.
Sdenka stava fumando una sigaretta dietro l’altra e forse per questo non si accorse dei miasmi calati improvvisamente sulla città.
L’aria sembrava più densa, compressa, come schiacciata da onde sonore, minacciose, ma ancora soltanto appena percepibili.

Poi fu come un possente tuono, un boato di quelli che senti qualche secondo prima di avvertire il terremoto; e la luce verdastra di una stella che sorge e poi si fa più intensa finché continua a sfrecciare nel cielo.

L’oscurità si diradò e i bagliori verdi sprigionati da quel bolide o meteorite che fosse, illuminarono le nubi traslucide che ora apparivano come un inquietante aurora boreale verde. Verdi erano anche i riflessi sul mare, i bagliori tremanti sulle strade e le pulsanti luci sul volto delle persone.
Persone prese alla sprovvista da quel passaggio nel cielo, dagli occhi bestialmente grandi, colmi di terrore, e i volti contratti da smorfie che svelavano gli intenti ignobili della loro vita a chi passava accanto a loro e, per natura, era più predisposto a percepire queste sensazioni. Davano anche l’idea di prede intrappolate che per l’angoscia prendono le posizioni più strane e stupefacenti, ma senza speranza di scampo.

Guarda, tutto verde!” esalò con un filo di voce Sdenka.
Verdastro, come i morti”. Impassibile ma, con una serietà inusitata.
Non c’era settimana che Celestina non le facesse leggere un fascicolo su qualche morte sospetta giusto per ascoltare il parere dell’amica con anni di criminologia alle spalle e, quello era decisamente color verde cadavere.

Sembrava che tutt’intorno ci fosse un brulicare di insetti, serpenti striscianti, strani esseri dai movimenti confusi, ma forse erano scariche elettriche indomite, verdi, una strana elettricità soggetta a condizioni e forze che i giornali avrebbero spiegato nei giorni seguenti, un fenomeno straordinario causato dal passaggio di quel inaspettato meteorite. Però nel paesaggio c’era qualcosa di irriducibilmente carnevalesco e convenzionalmente spettrale nello stesso tempo.
Solo le luci blu di piazza Unità resistevano e dietro ad una di queste si intravedevano i contorni di, avrebbe potuto essere un fantasma, blu.

Lo aveva sognato quel meteorite verde (cap1.1). Il sogno era diverso, ma i sogni premonitori non sono mai perfetti perché il futuro resta imprevedibile e aperto e la mente da sveglia non deve restare legata a quanto sognato, ma governarlo.
Negli anni aveva imparato che non si sognano le cose prima che avvengano perché nella dimensione onirica, un po’ come nella fisica quantistica, spazio e tempo non hanno senso.
Ma se arrivavano sogni premonitori, restava la responsabilità, di capirne il perché e stavolta il motivo le sfuggiva.

Sembra tutto pieno mostri, demoni…” Sdenka era impressionata
Magari sono Pokemon” e le strizzò l’occhio.

to be continued…

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grazie per la lettura Bloody Ivy

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