Cabala e linguaggi informatici

sefirot

Quando il Santo, sia Egli benedetto, volle creare il mondo,

guardò la Torah, parola per parola,

e in corrispondenza di essa compì l’arte del mondo;

giacché tutte le parole e tutte le azioni di tutti i mondi sono nella Torah…”

Sefer ha-zohar (Il libro dello splendore)

Nei nostri alfabeti testo e contesto si percepiscono come una sola cosa; ogni testo, pur breve, per come e dove sta scritto contiene indizi relativi a un contesto, i quali aiutano a dare un senso logico, un significato chiaro del testo, a chi sta leggendo. In realtà, nelle cosiddette grammatiche libere dal contesto, la definizione di un simbolo è indipendente dai simboli che lo circondano. A esser pignoli si potrebbe puntualizzare che più che “grammatiche libere dal contesto” assomigliano a grammatiche ri-contestualizzate. Aggiungendo una nuova cornice al testo se ne orienta l’interpretazione, e il testo viene anche se in modo originale, ricontestualizzato.

La Torah, per esempio, nella mistica ebraica è intesa come lo spartito che ha in sé tutte le vicende storiche ma soprattutto la genesi e il progetto della creazione del cosmo. Lo sguardo divino si posa sul libro che comprende ogni azione e ogni mondo e crea. Dio esegue il codice sorgente dei programmi scritti nella Torah; la Torah, che racchiude il segreto della creazione, sotto la forma di un codice di istruzioni. Segreto perché appunto usa il simbolismo come strumento di comunicazione. Il simbolismo non delle parole, ma delle lettere che contengono un vero e proprio progetto è al centro della mistica ebraica della scrittura.

L’idea che l’alfabeto sia non solo uno strumento di denominazione, ma anche il mezzo per controllare la realtà e intervenire su di essa, testimonia di una riflessione linguistica che affonda le sue radici in un’epoca assai remota. Da questo punto di vista la tradizione giudaica si accosta significativamente ad altre culture della tarda antichità” Giulio Busi e Elena Loewenthal, “Mistica ebraica. Testi della tradizione segreta del giudaismo dall’ II al XVII secolo”, Einaudi Tascabili). L’uso dell’alfabeto per programmare e intervenire sul reale. Per comprendere la qabbalah bisogna abbandonare il denotato della parola e credere nei poteri racchiusi nella realtà grafica stessa delle lettere. Il cabalista agisce sull’alfabeto con lo stesso spirito con cui l’alchimista tramuta i metalli, ricavando attraverso successivi processi di raffinazione elementi sempre più puri, agisce con lo spirito del programmatore che con stringhe di linguaggi informatici (html, xtl, perl, java…) sempre più ordinate ed essenziali, fa eseguire programmi complicati al computer.

Manipolando il dettato originale della Scrittura, l’esegeta ebreo innalza nuove ardite costruzioni: accosta passi a prima vista lontanissimi tra loro, rovescia il significato apparente di molte affermazioni bibliche. Nella tradizione cabalistica, le parole della Torah sono soltanto uno dei possibili modi di aggregazione delle lettere che la compongono. L’atto creativo si esplica nel misterioso susseguirsi delle lettere, mentre le parole rappresentano solo il più esterno livello di lettura. Proprio così funzionano le stringhe dei linguaggi informatici.

Il golem! Le lettere dell’alfabeto svolgono un ruolo centrale anche in un altro ambito più oscuro e pericoloso della mistica ebraica, nella figura del golem, che il rabbino genera dall’argilla. Grazie all’uso delle lettere ebraiche e nel Nome ineffabile è possibile, secondo la qabbalah, creare l’apparenza della vita e risuscitare i morti. In alcune leggende, sulla fronte del golem si traccia la parola emet (verità, sigillo del Santissimo), la quale si scrive con una alef iniziale; cancellando questa alef, la parola si trasforma in met (morto) e il golem si disintegra immediatamente. Stendere le membra del golem significa, nella pratica mistica, imprimere un movimento rotatorio alle lettere dell’alfabeto. Le lettere danno il via all’energia vitale che anima i gesti e muove il corpo del golem nello spazio. Le lettere del linguaggio corrispondono all’energia vitale che anima i gesti e muove il corpo del golem nello spazio.

Se l’uso del linguaggio per dare vita al golem corrisponde alla mistica ebraica che sconfina con l’illecita magia, così l’uso del linguaggio informatico per creare virus sconfina con l’illecito programmare, ma anche con l’arte. Il virus come atto poetico e allo stesso tempo rivoluzionario. Il codice sorgente visto come creazione artistica e di comunicazione, come una metaletteratura. Il codice dei virus visto come un atto poetico ribelle, come poemi maledetti, rivolti contro chi vende la rete come un posto sicuro e borghese. In Italia, la prima mostra sui virus si è avuta nel maggio 2001 a Bologna, si chiamava “virii virus viren viry” o “della bellezza del codice sorgente” ed era prodotta da epidemicC, un gruppo di artisti programmatori; a ruota il 6 giugno 2001, la 49esima Biennale d’Arte di Venezia; l’idea è che il virus possa influenzare l’arte digitale. Il codice sorgente come poesia che rappresenta l’ispirazione di chi lo ha scritto e che verrà interpretata dal computer che eseguirà ciò per il quale è stato programmato. Il codice sorgente dei virus poi è inutile e controverso, proprio come a volte si giudica l’arte contemporanea.

Il codice sorgente dei virus considerato come un prodotto estetico “risponde all’esigenza spiazzante e incontenibile di sovvertire la prospettiva falsata che il sistema dell’informazione ha fino ad oggi espresso sul virus informatico”, hanno spiegato gli epidemicC a Bologna. “Negli ambienti informatici c’è già la piena coscienza che la scrittura del sorgente dei virus è la prova più alta nell’arte della programmazione. Agli occhi di un non addetto ai lavori quelle stringhe di testo appaiono senza significato e senza importanza. Salvo poi attendere, terrorizzati, l’arrivo dell’ultimo virus. Ma se il codice sorgente è un testo, e non c’è dubbio che lo sia, è a partire da quest’aspetto della questione che dovrà in definitiva giocarsi la partita”.

Per l’occasione della Biennale di Venezia, ospiti del Padiglione Sloveno, gruppi di net-artisti hanno creato il virus biennale.py. Si poteva testare il funzionamento del virus su un computer appositamente infetto, inoltre venivano distribuite t-shirt con la stampa del codice sorgente del virus. La provocazione è che il vero contagio dei virus informatici sia quello psicologico, dato che generano un senso di disagio a chiunque possieda un computer. I virus, entrati nell’immaginario contemporaneo della vulgata massmediale come il nuovo simbolo del male, per questi artisti è soltanto una mitologia negativa che la società ha costruito, quasi una visione esoterica delle tecnologie elettroniche. Ma ciò che pare magia in realtà non è altro che codice scritto e visto che sorprende tanto, allora è anche un’espressione estetica, arte.

Il primo virus informatico in assoluto, diffuso su scala mondiale risale al 1986; il suo nome era Brain, i suoi creatori due pakistani di Lahore, Basit e Amjad. Le reti informatiche all’epoca erano rare e il codice del virus si è propagato di computer in computer attraverso scambi di dischetti infetti. Brain non distruggeva ma copiava se stesso e creava un’etichetta sul disco che lo conteneva. Il messaggio originale che lasciava sul dischetto era:

Welcome to the Dungeon

© 1986 Basit & Amjad (pvt) Ltd.

BRAIN COMPUTER SERVICES

730 NIZAB BLOCK ALLAMA IQBAL TOWN

LAHORE-PAKISTAN

PHONE: 430791,443248,280530

Beware of this VIRUS….

Contact us for vaccination…………….$#@%$@!!

Un altro modo di usare le lettere è l’Ascii-art. L’Ascii (American Standard Code for Information Interchange) è la prima forma d’arte realizzata attraverso il computer quando i programmi di grafica non erano quelli di oggi e restavano inaccessibili alla maggior parte degli utenti. Il codice Ascii è composto da lettere, numeri e da alcuni caratteri speciali, e per disegnare si usano solo questi caratteri. I primi disegni creati con l’Ascii furono gli emoticons, ma poi la fantasia fece il suo corso e comparvero disegni di grandi dimensioni. Attualmente l’Ascii art viene utilizzata nelle e-mail, nei newsgroups e nel mondo delle chat. L’Ascii art è un’arte di sola scrittura monocromatica che usa i 128 caratteri disponibili fra lettere, numeri e segni particolari.

mio vecchio pezzo, ma ancora presente su Hacker Kulture dvara.net

 

ivy

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