Breve Apologia del “Capo in B” Triestino

capo1

Questa, è una sorta di breve apologia del “capo in b”, il modo prediletto di gustare il caffè al banco, a Trieste. “Capo” sta per cappuccino, “in b”, pronuncia “bi”, è abbreviazione per “in bicchiere”. 

Ad essere precisi, non è neanche un cappuccino in bicchiere; o meglio lo è per i triestini che chiamano caffelatte quel che il resto d’Italia identifica come cappuccino, cioè la tazzona grande di caffè e abbondante latte, e cappuccino quel che tutti i non autoctoni vedono come un caffè gocciato. Possiamo dire allora, che “capo in B” è un caffè gocciato, ancora meglio, un cappuccino mignon in bicchiere di vetro.

Fretta e premura sono intrecciate al senso del nome stesso, nel fare l’ordinazione non chiedo “un cappuccino alla triestina in bicchiere” (è sempre meglio specificare ‘alla triestina’, troppe le persone che arrivano da fuori città e restano deluse nel vedersi arrivare il mini cappuccino triestino, mentre loro volevano quello delle loro parti) ma abbrevio ai minimi termini, usando solo l’indispensabile per esser compresi – un “capo in b -, e come lo dico, così si presume lo berrò, cioè velocemente, d’un fiato, in piedi al bancone. É considerato infatti, l’ideale per la colazione di sfuggita al bar, prima di andare al lavoro, magari accompagnato ad un cornetto, o per cambiare l’atmosfera nei momenti di pausa durante la giornata.

Ma perché preferirlo al normale cappuccino in tazzina? Innanzi tutto, grazie alla forma del bicchiere c’è più schiuma di latte che nella tazzina, si parla di qualche goccia, ma l’occhio abituato del triestino la nota e direi che è proprio la schiuma, che nel capo in b deve abbondare, a fare la differenza.

Il bicchiere è quello in vetro dell’ottavo da trattoria, a coste, e all’epoca di quando è nato il capo in b era l’unico bicchiere sufficientemente robusto e in grado di resistere al calore del caffè. Se però, in osteria, nel servire il vino, lo si riempie a tre quarti, al bar, il capo in b va riempito fino all’orlo, deve dare l’idea di “più schiuma di latte di così non si può mettere”, e veder ciò dà soddisfazione.

capo2

Ora in qualche bar, il capo in b si inizia a servire nei nei nuovi bicchierini di vetro, che stanno diventando di tendenza, in svariati modelli; ma questa alternativa non viene vista di buon occhio dal triestino, per è natura nostalgico, e convinto che il vero capo in b sia solo ed esclusivamente quello nel bicchiere in cui da sempre se lo è visto servire. Anzi, lo ha trasformato in un gadget acquistabile come souvenir nei negozi per turisti, nelle librerie del centro e persino in qualche tabaccheria, chiedendo appunto “il famoso bicchiere del capo in b”.

Il vetro trasparente in ogni caso è da sempre stata una di quelle cose che lo ha reso più appetibile della tazzina. Lo si può gustare meglio anche “con gli occhi”, cioè osservando tutto fin nei piccoli, effimeri particolari, controllando che la schiuma di latte effettivamente galleggi senza affondare nella bevanda o come ad ogni giro del cucchiaino, mescolando, lo zucchero si sciolga. Esperienze impossibili con la tazzina.

È bello da vedere, insomma, e con quel poco di schiuma di latte in più della tazzina, sembra anche più buono al palato. Inoltre il bicchiere di vetro ha un bordo di spessore diverso della tazzina e, appoggiandoci sopra le labbra e bevendo, si ha una diversità anche nella degustazione, infatti col bordo più fino del bicchiere, la schiuma viene bevuta subito senza difficoltà, mentre con la tazzina resta sul fondo e bisogna andare a pigliarsela col cucchiaino.

Il cappuccino di per sé, è di origini austriache, e risale al periodo in cui l’impero ottomano (il caffè arrivava dai territori arabi) era confinante all’impero Austroungarico. Trieste poi, porto franco, ha gestito l’importazione del caffè sin dal Settecento, come anche la lavorazione e raffinazione delle migliori miscele, fino a diventare una sorta di città del caffè (e tutt’ora il consumo annuo di caffè a Trieste è il doppio rispetto al resto dell’Italia).

Ma per arrivare al cappuccino di cui ho parlato bisogna risalire ai primi anni del Novecento, poiché è del 1901 il brevetto per la macchina espresso, quella capace di erogare la schiuma da cappuccino. Lo bevettero, il cappuccino alla triestina, e chissà quante volte proprio il capo in b, gli intellettuali e scrittori frequentatori dei caffè triestini oggi storici: James Joyce, Italo Svevo, Umberto Saba ma forse lo ordinò anche Kafka che lavorò come impiegato per un breve periodo alle Assicurazioni Generali di Trieste, in tempi più recenti Fulvio Tomizza e ora Claudio Magris. Tutto ciò ha fatto nascere una sorta di cultura orgogliosa del proprio “capo in b”.

La principale particolarità infatti è quella che il capo in b, il tipo di caffè più richiesto al bar a Trieste, appena varcati i limiti della provincia, sparisce, non lo conoscono, non lo servono. Più triestino di così…

ivy

(questo mio articolo è apparso anche su sceltedigusto con il titolo “A Trieste per gustarsi un capo in b con tanto di atmosfera antica)

5 Commenti

  1. Veramente interessante è questa usanza tutta triestina del capo in B. Per me il caffè è caffè senza aggiunta di nient’altro che zucchero di canna e/o un cioccolatino fondente extraamaro.

    • quello che dici tu è il “nero”. Si chiede “mi dà un nero? grazie!”… a trieste, perché se chiedi la stessa cosa qualche km più in là, verso il Friuli, ti portano un bicchiere di vino rosso 🙂

  2. Capo in B: ritengo che questa “dizione” sia in uso in tempi recenti ( due decenni o giù di lì?) e certamente solamente a Trieste.
    Ai tempi metà anni 50) nei quali lo spritz era lo spritz e non quello Aperol in piazza della Borsa, tra Bata (esiste ancora?)e il varco del Ghetto, ebbe vita la caffetteria frequentatissima dove ia tazzina di caffè costava 5 LIRE il e capuccino era un capuccino.

    • allora… 1) il capo in B è di vecchia data, risale ai tempi dove, in trattoria e nei bar esisteva solo un tipo di bicchiere, 1/8. Il bicchiere “da osteria” è diventato la caratteristica del capo in B. Forse 20, 30 anni fa non lo si chiedeva nei locali più chic mentre ora è normale anche ordinarlo al caffè degli specchi in piazza unità o al tommaseo o al san marco…
      2) cosa inversa per lo spritz… si ordina “uno spritz, grazie!” nei locali in città e danno per scontato che tu stia chiedendo uno spritz aperol. Però… se vai in quelli più “rustici” non usati per ritrovarsi fra giovani la sera, o zona “per le alte” (carso) e chiedi uno spritz, devi specificare cosa vuoi veramente, aperol o vino bianco più acqua minerale. In zona pz della borsa – pz unità al massimo ti chiedono “aperol o campari?”.
      3) Il cappuccino è sempre quello, cioè piccolo e non come fuori dai confini di trieste dove quello che chiamano cappuccino noi lo chiamiamo caffè latte. Per questo se al bar non ti conoscono e pensano tu possa essere uno studente non ancora abituato agli usi e costumi della città, se ordini un cappuccino prima ti prendere l’ordine ti chiedono “cappuccino triestino o quello grande?”
      4) la zona del Ghetto non so come fosse negli anni 50 ma ora è davvero bella, è il cuore della città, i negozi più antichi sono rimasti affiancati da locali nuovi e particolari che la valorizzano.
      5) quel locale é ancora apprezzatissimo e di conseguenza frequentatissimo.
      6) Spero ti possa ricapitare di tornare anche di sfuggita in questa città; non ne resteresti deluso, anzi, a parte per il prezzo del caffè che è… decisamente lievitato, ma cmq continuano a farlo molto buono e resiste anche la “tifoseria” fra caffè hausbrandt e caffè illy. 5 lire, eh?!?!
      grazie per il commento 🙂

  3. Dopo 15 anni di vita a Trieste NON sono ancora riucita a capire come chiedere il caffè che desidero. Nelle riviste specialistiche, nazionali ed internazionali, dove sono indicati i tipi di preparazione e presentazione del caffè, per macrogenere, compaiono:
    1. Caffè espresso = una dose di caffè pari a circa metà della tazzina (sperando sia una di quelle classiche piccole, sennò “xè un slonz”). Ovviamente, per i professionisti del settore, il tempo di percolazione adatto ad ottenere cremosità e densità equilibrate (non la brodaglia insomma).
    2. Caffè macchiato = a dose di caffè in tazzina (vedi 1) vi è inserita una pari dose (espresso in volume) di crema di latte (e NON di latte strabollito, annacquato e senza alcuna densità).
    3. Caffè gocciato = in un caffè (vedi 1) si aggiunge la dose di un cucchiaio da tè di crema di latte (SOLO crema!)
    4. Cappuccino = a una dose di caffè (vedi 1) in tazza grande si inserisce fino a riempirla la SOLA crema di latte (schiuma, volgarmente detto). Nel cappuccino NON si inserisce il latte (tantomeno strabollito – vedi spiegazione punto 2).
    5. Caffellatte = a una dose di caffè (vedi 1) si inserisce solo latte caldo in tazza grande (senza schiuma quindi).
    6. Latte macchiato = a una dose di caffè (vedi 1) in bicchiere grande (tipo da drink) viene riempito il bicchiere di crema di latte (non di latte strabollito, ecc.).
    7. Macchiatone = servito in tazza grande c’è una dose di caffè (vedi 1) ed a volume/dose di caffè si inserisce il doppio del volume/dose di sola crema di latte. Se viene chiesto in bicchiere ecco che, finalmente, otteniamo il famoso “Capo in B”!

    Bene, detto ciò, che a livello internazionale queste regole generalmente valgono, certamente valgono comunque in TUTTO il resto della nostra penisola, quindi i Triestini possono orientarsi perfettamente ovunque seguendo queste poche regole, basta chiedere un macchiatone in bicchiere! ;-), vediamo ora cosa puntualmente mi accade.

    Innanzitutto se chiedo un caffè difficilmente (molto difficilmente) ne trovo uno cremoso e di un dosaggio pari a circa metà tazzina… bensì una sorta di bevanda liquida che arriva a circa due terzi della tazzina (quindi un caffè normalmente considerato lungo). Sapendo ciò, per adeguarmi alle usanze del luogo, lo chiedo già in partenza ristretto (così evito spiegazioni inutili).
    Il problema è che a me piace macchiato (mi perdonino i puristi del caffè).
    Quindi quando chiedo un ristretto macchiato ottengo:
    a) un capo chiaro;
    b) un gocciato;
    c) una brodaglia in tazzina che ha sì del caffè ma anche latte strabollito fino all’orlo! Bleah!!!

    Allora sono costretta, ogni volta, ad usare la parola “macchiato” per far comprendere che sono “foresta” e così pongono un minimo di attenzione in più, indicando testè parole: “un ristretto macchiato, con solo crema di latte che sia meno del capo ma più di un gocciato”… insomma… per chiedere ciò che nel resto del mondo si chiama semplicemente “ristretto macchiato” faccio una fatica ENORME e risulto anche “rompib…” perchè chiedo cose strane… mah…
    A me spiace davvero, ma in fatto di cortesia in molti pubblici esercizi non è che a Trieste brillino (e lo dico con rammarico perchè io di Trieste sono innamorata).

    Chi mi dà un buon suggerimento su come chiedere il caffè che desidero?
    Grazie a tutti per l’eventuale contributo.
    T.

2 Trackbacks / Pingbacks

  1. uso del volentieri triestino ⋆ niente panico
  2. Il Rebechin a Trieste ⋆ niente panico

I commenti sono bloccati.