I Suicidi sono Fatti Sociali – Durkheim

Durkheim2Lo studio scientifico del suicidio, noto come suicidologia, viene fatto risalire al 1957, quando Shneidman e Farberow pubblicarono il loro famoso articolo sulle note di suicidio con metodo scientifico.
E’ una scienza dedicata allo studio ma principalmente alla prevenzione degli atti suicidatari.
Oggi, il suicidio è oggetto della sociologia, ma anche della psicologia, della psichiatria, della bioetica e persino delle neuroscienze.
Alcuni però, preferiscono far risalire la nascita della suicidologia al 1897 quando appare il lavoro di Durkheim, “il suicidio” opera in cui osserva il suicido esclusivamente dal punto di vista sociologico. (qui un brano)
Il libro inizia con la definizione di suicidio: “Suicidio è qualsiasi caso di morte derivata direttamente o indirettamente da un’azione positiva o negativa compiuta dalla vittima stessa e che quest’ultima sapeva che avrebbe dovuto produrre quel risultato.

Emile Durkheim è il primo a spiegare l’oggetto della sociologia: i “fatti sociali”. Intendendo per fatti socialiun’ordine di fatti che presentano caratteri molto specifici; essi consistono in modi di agire, di pensare e di sentire esterni all’individuo, e dotati di un potere di coercizione in virtà del quale si impongono ad esso“.

I fatti sociali sono oggettivi e hanno un’esistenza autonoma; preesistono agli individui e sopravvivono a loro. Hanno un potere persuasivo e coercitivo sulle persone anche se queste non sentono la costrizione e credono di star prendendo decisioni libere ed autonome, secondo la loro coscienza.
Molto spesso cioè la costrizione non è avvertita e ci si abbandona ad essa senza riserve e con convinzione verso qualcosa a cui in realtà siamo stati pilotati. E’ è quando si tenta di “andare contro corrente” che, sia per i giudizi da fuori sia per i sentimenti interiori, si prende atto della costrizione e del suo potere. E, il potere dei fatti sociali esiste sia fuori che dentro di noi. Durkheim dice che l’efficacia delle norme morali è maggiore quanto più queste sono interiorizzate e (con)fuse con la coscienza degli individui, perché non basta il controllo esterno sulle volontà individuali, ma è necessario che questo controllo venga interiorizzato come obbligo morale. E’ questo, quello interiore, il genere di controllo efficace per l’ordine sociale.
I fatti sociali cioè sono fuori di noi, intorno a noi, in quanto autonomi ma anche dentro di noi, nel senso della loro efficacia sui nostri comportamenti.

I suicidi sono fatti sociali e come tali vanno trattati.
Durkheim è un funzionalista e ne “Il suicidio” intende dimostrare che gli individui sono condizionati dalla società anche e soprattutto nei loro momenti più intimi, quando le scelte di vita o morte sembrano frutto di autodeterminazione, dettate dalle ragioni più individuali e libere, mentre in realtà sono riconducibili a cause sociali.

morticianormal (2)Il suicidio è un evento comune a tutte le società e quindi va considerato un fatto sociale normale, entro certi limiti; diventa patologico solo quando si riscontra un aumento improvviso della corrente suicidogena che indica una perturbazione nel rapporto individuo /  società.

Un fatto sociale è normale per un tipo sociale determinato, considerato in una fase determinata del suo sviluppo, quando esso si presenta nella media delle società di quella specie, considerate nella fase corrispondente della loro evoluzione.
Il concetto di normalità, anche inteso come morale comune corrisponde nient’altro che alla media dei comportamenti.  Ciò che è normale (e quindi accettato dai più) è dunque buono per quel tipo sociale determinato, in quel dato momento e in quel dato luogo. Normale, quindi, è un valore morale positivo. Le norme morali sono funzioni della società che si modificano via via per farla funzionare al meglio.

Il tasso di suicidi aumenta o diminuisce in rapporto al verificarsi di determinati eventi sociali; ciò dimostra che da questi esso è condizionato. La società, i fatti sociali, condizionano i comportamenti individuali fin nel più intimo meandro della coscienza. In parole povere, la società è presente nella coscienza di una persona in modo molto più forte che non la sua storia personale.
Il suicidio è per Durkheim l’indice più importante per misurare il grado di integrazione dell’individuo nella società.
Restringe le cause dei suicidi a due: l’integrazione sociale e la regolamentazione sociale. L’integrazione è costituita dai vincoli che uniscono un individuo al gruppo; il tasso di suicidio è basso quando questa integrazione è equilibrata, mentre aumenta sia quando è scarsa (suicidio egoistico) che quando è eccessiva (suicidio altruistico).

Durkheim prevede tre tipi di suicidio: altruistico, egoistico, anomico (quattro tipi in realtà, nel suo libro menziona anche il suicidio fatalista che è “quello che commettono i soggetti che hanno l’avvenire completamente chiuso, con passioni violentemente compresse da una disciplina oppressiva” ma dedicandogli solo un paio di righe in una nota).

Suicidio altruistico, si ha quando una persona si identifica nel proprio gruppo e i valori di questo, diventano più importanti della propria stessa vita.  In questi casi, se una persona si uccide non é perché se ne prenda il diritto, ma perché ne sente il dovere, l’obbligo morale.  E’ il classico caso del perseguitato politico che si uccide per non essere indotto a fare il nome dei compagni, del capitano che si lascia affondare con la nave per l’importanza che ha per lui il codice d’onore della marina, della vedova indiana che si getta sulla pira funebre del marito per non ricevere la riprovazione del suo gruppo.
La coscienza collettiva sovrasta completamente quella individuale.

suicidio (1)Suicidio egoistico, capita quando “l‘individuo si isola e non è sufficientemente integrato nella società ed è costretto a fare affidamento sempre e solo sulle proprie risorse senza poter contare sull’aiuto e la considerazione altrui.”
L’allentamento dei vincoli al gruppo sociale provoca un indebolimento del legame che lega l’uomo alla propria vita ed egli, sentendosi solo, rischia di cedere al minimo urto delle circostanze e di uccidersi.
 Una verifica di questa categoria sociale secondo Durkheim proviene dalla maggior frequenza del suicidio nei paesi di religione protestante, piuttosto che in quelli cattolici. I protestanti consideravano i rovesci economici, le disgrazie e i fatti negativi in generale come un segno di non aiuto divino e quindi implicitamente meritati, così il sostegno psicologico e l’aiuto che potevano ricevere dagli altri era minore che fra i cattolici che vedevano nel prossimo sfortunato qualcuno da non dover giudicare, ma un fratello da aiutare, e quindi i legami di solidarietà erano più forti.
Durkheim concluse che 
la diversa frequenza dei suicidi fra protestanti e cattolici era dovuta non a fattori culturali e normativi (cmq Durkheim era ebreo) ma strutturali, cioè alla coesione sociale.

Suicidio anomico. Durkheim lo definisce una patologia sociale tipica dei tempi moderni che diminuirà una volta ripristinato l’ordine morale. Anomia prima era un termine usato per indicare la deficienza della legge, la carenza dei poteri dello Stato, l’anarchia. Durkheim lo introduce nella sociologia e definisce anomiche le società fondate sulla divisione del lavoro in cui non vi sia solidarietà sociale.
Per Durkheim una situazione di anomia non è normale ma si produce soltanto in periodi di grandi crisi o di boom economico, cioè quando la rapidità del cambiamento sociale. Il tasso di suicidi invece resta basso nei periodi di stabilità sia che fossero periodi di miseria che di benessere.
Il suicidio anomico quindi è quello compiuto da una persona che improvvisamente si sente estranea al suo gruppo sociale, per un fatto inaspettato e resta senza direzione normativa da parte del sistema, prova un forte senso di smarrimento, resta senza sicurezze e si sente in stato di shock.
Quando avviene un rapido mutamento, quando si ha un periodo di crisi o di forte espansione economica, le norme di indeboliscono e “non si sa più ciò che è possibile e ciò che non lo è, ciò che è giusto e ciò che non è giusto, quali sono le rivendicazioni e le speranze legittime, quali quelle che vanno oltre la misura. E così non c’è nulla cui si pretenda”: 

MONTOnI DI PANURGE

Durkheim inoltre non crede nel suicidio come fatto imitativo (effetto Werther). “non si può designare con lo stesso nome (d’imitazione) il processo grazie al quale, in seno a un gruppo di individui, si elabora un sentimento collettivo, o il processo da cui risulta la nostra adesione alle regole comuni o tradizionali di condotta, o infine quello che determina i montoni di Panurge a buttarsi nell’acqua, perché uno di essi ha incominciato a farlo. Una cosa è sentire in comune, un’altra inchinarsi all’autorità dell’opinione, e un’altra ancora ripete automaticamente quello che altri hanno fatto.

Tutto è nella società e dalla società tutto ha origine e dal punto di vista della coscienza sociale, il tutto è maggiore delle parti che lo compongono.

Durkheim si rifiuta di considerare il suicidio come un atto individuale che incide solo sull’individuo, una libera scelta che si prende autonomamente, anche se si pensa di farlo, perché la coscienza collettiva sovrasta di gran lunga la coscienza individuale e la società è (onni)presente come forza nell’individuo, fino a sconfiggere l’istinto di sopravvivenza.
Ecco 
la motivazione dello studio intrapreso da Durkheim sul suicidio: il rapporto fra l’individuo e la società.

Trent’anni dopo il suo trattato, un altro sociologo- filosofo francese, Maurice Halbwachs, il teorico della memoria collettiva, arrivò ad una conclusione diversa riguardo al suicidio anomico, dimostrando che le persone si tolgono la vita solo negli anni di depressione economica e non in quelli di espansione e benessere.  


Bloody Ivy 

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8 Commenti

  1. Mi hai fatto venire in mente quel periodo durante il quale quasi ogni giorno c’era qualcuno che si suicidava dopo aver ricevuto un accertamento di Equitalia.
    Adesso improvvisamente non si sentono più notizie di questo genere e qualcosa significherà pure

    • beh… io, per quanto ammiri durkheim, certo non sottoscrivo proprio tutto quel che ha detto, per esempio i suicidi imitativi… per me esistono, cavoli se esistono. L’effetto Werther ormai è accertato e penso che alcuni giornali ne tengano conto e si frenino. Non bisogna dare retta e formarsi la propria idea di mondo sui giornali, mai. Meglio informarsi da fredde e asettiche statistiche. Nel 2010, 2011, 2012, 2013, 2014, 2015 quanti suicidi abbiamo avuto, di che sesso ed età erano chi si è tolto la vita? Non ci sarà il sentimento e la commozione che si prova leggendo un articolo ben fatto, magari di denuncia al sistema e strappalacrime ma si diventa molto più obiettivi.

  2. Un articolo molto, molto interessante. E trovo anche intelligente , con i tempi che corrono,affrontare l’argomento. Per cui complimenti davvero. Isabella

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